La vita fra bitume e paradiso

«Furgonauta» di Andrea Pauletto

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Furgonauta

Quando si parla di camionisti, l’immagine che abbiamo è quella del celebre programma di Chef Rubio Camionisti in trattoria, dove lo chef frascatano viaggia per tutte le autostrade italiane in cerca della trattoria da camionista perfetta. Questa trasmissione, però, non dà un ritratto di quella che è veramente la vita da camionista: per quello si deve sicuramente guardare Sorry We Missed You, film del 2019 di Ken Loach. Il protagonista è Ricky Turner, che a seguito della crisi globale del 2008 è costretto a lavorare come camionista in proprio – ma sotto la supervisione di Maloney – per poter sbarcare il lunario.

Quella a cui è costretto Ricky è una vita di sacrifici, fra cui quello più importante: quello della famiglia, messa a dura prova dal lavoro usurante ed esigente del protagonista. Quella ritratta da Loach è una storia che aggiunge un tassello in più su quella che ormai è diventata la nostra società, ovvero una società dove la performance diventa sempre più importante rispetto al benessere psicofisico delle persone. È a Sorry We Missed You che pensiamo subito quando parliamo di Furgonauta, esordio del brianzolo Andrea Pauletto (66thand2nd, 2026).

La trama di «Furgonauta»

Premiato con il Premio Calvino nel 2025, Furgonauta ha per protagonista Elia, un camionista il cui nome si saprà soltanto leggendo i ringraziamenti dell’autore in appendice al libro. Elia è un ex tossico, vive un rapporto complicato con la compagna Marika e suo figlio Aurelio a causa di un lavoro che richiede turni stressanti che lo portano in viaggio lungo tutta l’Italia. Quella del protagonista è una professione che, a causa delle incessanti richieste esigenti dei suoi datori di lavoro (che, va detto, non ha quasi mai visto in faccia), lo sta privando sempre più di ogni energia vitale e lo sta allontanando sempre più dai suoi affetti.

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Nel corso del romanzo, complice anche la condizione in cui versano colleghi camionisti come Santo e Sahoum, Elia si appresta a dire il suo barthelbyano “preferirei di no” a chi l’ha sempre sfruttato come ultimo disperato tentativo di riprendere in mano la propria vita. Nel momento in cui, però, deciderà di ribellarsi, i fantasmi del suo passato da tossico torneranno a farsi vivi, e per il protagonista sarà sempre più difficile ritornare alla vita di sempre.

«Furgonauta»: un altro tassello necessario della letteratura working class made in Premio Calvino

Dopo vincitori e finalisti come La fabbrica del panico di Stefano Valenti, Macaco di Simone Torino e Quasi niente sbagliato di Greta Pavan, Furgonauta aggiunge un altro tassello importante per la letteratura working class in Italia continuando un filone letterario e narrativo che il Calvino sta contribuendo nel suo piccolo a portare avanti. A riprova di ciò c’è la motivazione della giuria della trentottesima edizione del Premio Calvino che ha definito quella di Pauletto «una scrittura sporca e insieme scorrevole [che] sostiene efficacemente la narrazione» attraverso «uno sguardo inedito e necessario sulle pieghe oscure del mondo del lavoro odierno».

Per comprendere al meglio Furgonauta, bisogna partire dal canonico cambio di titolo che ha subito e che interessa e ha interessato la grande totalità dei libri pubblicati dopo il Premio Calvino. Inizialmente, il romanzo si intitolava Crack, il cui senso l’autore spiega in questo passo tratto da un’intervista rilasciata al «Quotidiano di Puglia»:

Il filo conduttore è il crack, ma non solo la droga che pure c’è nel libro, cioè cocaina cucinata e fumata nella pipa, ma “crack” dal termine inglese che vuol dire frattura. Perché questo protagonista si spezza sempre di più lungo la storia. Come un vaso che si crepa prima da un lato, poi dall’altro finché non si spacca.

Il motivo di questo cambio di titolo può essere quello di rendere la frattura e la caduta del crack più poetica e, in un certo senso, eroica. Elia è infatti un eroe – nel senso tragico del termine – di un’odissea contemporanea dove per tornare alla normalità deve pagare un prezzo altissimo. Il protagonista è una crasi fra un autista di camion e un astronauta che osa sfidare l’ordine costituito per salvaguardare la sua dignità di essere umano, per cercare come un’astronauta nuovi pianeti abitabili, ma la sua è una missione che lo porterà a cadere rovinosamente.

I conflitti interiori provocatori di Elia

È in questo senso che va interpretata la decisione di Pauletto di usare la seconda persona singolare per raccontare le vicende di Elia. Assieme a un periodare paratattico che fa molto uso di frasi ridondanti con incoraggiamenti spesso derisori, Pauletto vuole riprodurre i sensi di colpa di Elia. Questi sono i tipici sensi di colpa e rimproveri che chi esperisce il precariato sente sulla propria pelle. Viaggiando per tutta Italia e condividendo il suo viaggio con camionisti, prostitute e magazzinieri, Elia si sente sempre dire dalla propria coscienza che ha sì delle alternative, ma decide comunque di continuare con la sua vita di stenti perché cede sempre alle parole di lusinga dei suoi superiori, che hanno solo il fine di convincerlo a farsi sfruttare.

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La voce narrante si fa sempre più provocatoria nei confronti di Elia. «Certi bambini li detesti», gli dice già all’inizio, «ti ricordano quelli con cui sei cresciuto: spavaldi e irrispettosi come lo eri anche tu, del resto. La verità è che vuoi tornare a essere così». La voce narrante continua sempre a fargli presente le pessime condizioni in cui si ritrova il suo corpo, la difficoltà che ha a mantenere un legame con Marika, quanto svantaggioso sia il suo contratto, ma soprattutto quanto sia un uomo vuoto e senza alternative:

Del resto, sei un utile idiota dal cervello menomato, un pupazzo, fedele e preciso, ma pur sempre un fantoccio, e loro – quelli dei cosiddetti piani alti – te lo fanno pesare, il fatto di contare me- no di un sassolino sul fondo del mare, tra altre migliaia simili a te, utili ma non indispensabili.

Il narratore si fa, dunque, più sprezzante e provocatore nei confronti di Elia, soprattutto a seguito della morte e della depressione di alcuni suoi colleghi, al punto da fargli raggiungere il “crack”, la frattura verso la propria condizione lavorativa. Corroso dal conflitto interiore, a seguito di una visita medica il protagonista decide di prendere in mano la propria vita preparandosi a dire il suo primo no ai suoi datori di lavoro e scegliendo di riappropriarsi della propria vita.

Quel che resta di un furgonauta

Elia torna così nel monzese, in Brianza, sua terra natìa. Il protagonista non solo prova a riallacciare i rapporti con Marika e suo figlio Aurelio, ma anche con Paride, amico di lunga data e anche lui ex tossico. Anche in questa seconda fase la voce narrante non dà tregua al protagonista: gli ricorda di assomigliare a un fantasma, a un cadavere e a un bambino ferito. La voce narrante, inoltre, presenta a Elia il conto salato che ha pagato con la sua ribellione: quella di essere diventato una persona rifiutata da tutti, sia dal suo lavoro di camionista che dalla società.

Emblematico è un episodio al ristorante dove lavora Marika. Qui Elia vuole provare a ristabilire un contatto con la ragazza, ma un incidente con l’amatriciana ordinata risveglia vecchi ricordi della vita di prima:

Marika è l’unica a essersi accorta del disastro che hai combinato. Il fetore sale dalle piastrelle come una nuvola tossica da uno stabilimento farmaceutico. Forse ha riconosciuto l’odore del rigetto. Nella casa in Brianza lo ha già fatto molte volte. Ha una certa familiarità con lo schifo che ti appartiene. Sembra preoccupata. Viene verso di te e, dopo essersi assicurata che nessuno la guardi, soprattutto Bettina, estrae dalla tasca del grembiule una caramella e un fazzoletto umido, con cui ti tampona le tempie. Le chiedi se ti vuole ancora bene e perché rifiuti il dialogo. Non reggi la siderale emarginazione che sei costretto a vivere giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Il protagonista è diventato a tutti gli effetti un fantasma: è stato abbandonato da chiunque, e diventa sempre più difficile reinserirsi nella società. Più passa il tempo, più il suo fisico invece di migliorare peggiora. Il protagonista sprofonda sempre più in una spirale negativa che lo farà ripiombare nell’uso di medicinali come l’olanzapina e il Depakin, farmaci che dovrebbero in qualche modo procurargli un certo senso di sollievo, ma che in realtà non fanno che acuire il suo fallimento.

Il sollievo, però, il protagonista lo avrà arrivati ai ringraziamenti dell’autore. Qui leggiamo per la prima volta il suo nome, e la seconda persona singolare diventa una prima persona singolare. Pauletto si fa così carico della storia di Elia ascoltandolo e cercando di toglierlo dalla sua condizione di fantasma per renderlo una persona che esiste, che è ancora viva in mezzo a noi, e il cui dolore dobbiamo accogliere per dargli quella salvezza che nessuno forse gli ha saputo dare e mai gli darà.

Sorry Elia, we missed you

Parte delicato come Nomadland per poi finire amaro come Sorry We Missed You: questo è Furgonauta (acquista) di Andrea Pauletto, una storia dedicata ai «lavoratori della strada» costretti a lavorare in misere condizioni lontani dalle proprie famiglie e senza tutele per poter sopravvivere. La storia di Elia, però, non è soltanto la storia dei furgonauti, bensì la storia universale di tutti coloro che provano a lottare per la propria dignità contro una società che ci vuole sempre più performanti, che ci sottomette a quella che Sarah Jaffe definisce «la mitologia del lavoro per amore» e che, una volta che ci ha messo in libertà, ci condanna a un perenne stato di emarginazione dopo averci privato di qualsiasi cosa.

Ora non puoi fare altro che lasciarti aiutare dalla strada a immaginare, meravigliarti di ciò che esiste solo nella tua mente. Devi sforzarti di lavorare interiormente. Pensa a una soluzione. Un modo lo troverai di sicuro per allontanarti da ciò che odi, dall’ambiente nocivo che vivi a ogni calar del sole. Ti basta muovere il culo, alzarti, provare, reagire. Svegliati. Nessuno ti offrirà aiuto. Solo tu puoi salvarti. Sono spariti tutti. Sei stato abbandonato dalle persone a cui eri legato da una vita. Non fidarsi di nessuno è la cosa migliore, quasi sempre. Eri solo anche prima ma non te ne rendevi conto. Eri cieco e circondato da persone che si sono servite di te. Poi sono iniziati i problemi e ciao, chi s’è visto s’è visto, a parte Paride e lei, Viola, l’unica che sembra capirti e, soprattutto, accoglierti.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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