Quando pensiamo alla fine del mondo, immaginiamo qualcosa di improvviso e definitivo: un’esplosione, un evento capace di spazzare via ogni certezza. In Vesta di Filippo Polenchi (Alter Ego, 2026), invece, la catastrofe sembra arrivare in punta di piedi. Non irrompe nel quotidiano, ma si insinua lentamente dentro una casa, nelle relazioni familiari, nei ricordi e nella percezione del tempo.
Teresa e Giorgio si trasferiscono dal padre di lei, Saverio, per occuparsene. L’uomo sta andando incontro a una forma di demenza e, insieme alla sua memoria, sembra perdere progressivamente anche la capacità di distinguere ciò che è stato da ciò che sta accadendo. Il passato ritorna, incarnato dalla presenza fantasmatica della moglie Arianna, si sovrappone al presente e ne altera i contorni. Il futuro, invece, si insinua nelle sue parole sotto forma di superstizioni, presagi e convinzioni troppo assurde per poter essere reali. E presto anche per chi gli sta intorno diventa difficile capire dove finisca la realtà e dove cominci qualcos’altro.
È dentro questo cortocircuito di ricordi, voci e identità che anche Giorgio sembra essere risucchiato. Il richiamo di una vita precedente torna a farsi sentire e, nel tentativo di fondersi con la Parola e mantenere fede a una promessa, l’uomo scompare senza lasciare tracce. Intorno alla sua figura si apre così un altro enigma: il passato di Giorgio, il suo lavoro di fotografo, le sue origini e una misteriosa vicenda che sembra riaffiorare attraverso immagini e testimonianze. La sua sparizione non è soltanto un’assenza, ma una nuova crepa che si apre nella realtà del romanzo.
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L’inquietudine del tempo
La casa diventa così molto più di un luogo in cui vivere. È uno spazio che sembra assorbire tutto quello che accade al suo interno: ricordi, paure, voci, presenze. Un ambiente apparentemente ordinario che, pagina dopo pagina, diventa sempre più estraneo. Le stanze e i corridoi smettono di essere semplici elementi dello spazio domestico e sembrano quasi partecipare alla storia, trattenendo qualcosa che non è possibile afferrare del tutto.
Quando finirà questa notte? La trascorro con l’estrema ansia della trincea, dell’assalto che non parte, del massacro solo rimandato. So che crollerò all’alba, quando l’arrivo del sola darà l’impressione fasulla di una salvezza. Il sole sarà incendio alle persiane, ustione del legno, consunzione della vernice. Per chi brilla questa stella?
È proprio questa trasformazione del familiare in qualcosa di perturbante uno degli aspetti più riusciti del romanzo. Polenchi non ha bisogno di ricorrere a grandi eventi per creare tensione: è sufficiente spostare leggermente il punto di equilibrio del quotidiano, introdurre una crepa, lasciare che qualcosa rimanga inspiegato. Da lì nasce una sensazione di inquietudine che cresce senza mai esplodere davvero.
Anche il tempo perde progressivamente la sua linearità. Memoria e presente si mescolano, mentre la vicenda privata di questa famiglia sembra entrare in contatto con qualcosa di più grande, quasi cosmico. La cometa Vernonbach che attraversa il romanzo diventa allora anche un’immagine del passaggio: qualcosa che arriva, modifica ciò che incontra e poi prosegue, lasciando però dietro di sé una traccia impossibile da cancellare.
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Una cometa che porta con sé una tragedia: Vesta
Vesta è il finale del conto alla rovescia. È il significato dell’angoscia che provi. Poiché se c’è la seta allora dev’esserci anche l’acqua. E Vesta è questo. È terribile, definitiva. Non sappiamo quando accadrà.
Il nome stesso del romanzo racchiude una tensione tra due dimensioni. Vesta è la dea romana del focolare domestico, della casa e della famiglia, ma è anche il nome di un asteroide. Da una parte il fuoco della casa, il luogo della protezione e dell’intimità; dall’altra lo spazio cosmico, l’immensità e ciò che sfugge al controllo umano. È proprio in questo scarto che il romanzo sembra muoversi: dalla casa al cosmo, dalla dimensione privata a qualcosa di universale, dalla sicurezza alla minaccia.
Vesta (acquista) è un romanzo che parte da una situazione intima e concreta – una figlia che si prende cura del padre – per trasformarla in una riflessione più ampia sulla memoria, sull’abitare e sulla fragilità delle nostre certezze. E lo fa costruendo un’atmosfera straniante, nella quale la casa dovrebbe rappresentare sicurezza ma finisce, al contrario, per diventare il luogo in cui ogni sicurezza comincia a vacillare. Ed è qui che subentra la paura: per l’ignoto, per la fine, per ciò che non puoi prevedere e comprendere. «Vivi al centro della tua paura.»
C’è un unico modo per sopravvivere in questo mondo: mentirsi. Raccontarsi che c’è ancora tempo, che non sta toccando proprio a te, che puoi ancora agire.
Un romanzo consigliato a chi in una lettura cerca l’inquietudine, l’impossibilità di stabilire con certezza che cosa stia realmente accadendo. Un libro in cui il cataclisma non arriva necessariamente con un’esplosione, a volte è già dentro casa, e non sappiamo ancora riconoscerlo.
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