Quante volte possiamo ritenerci pienamente soddisfatti del nostro lavoro? Perché continuiamo a cercare gioia in una dimensione che, troppo spesso, sembra progettata per offrirci solo una soddisfazione effimera, sempre misurata sull’insoddisfazione di qualcun altro? Marisa, la protagonista de Lo scontento, un romanzo di Beatriz Serrano (Einaudi, 2026), ha smesso da tempo di cercare una risposta. Eppure non è mai riuscita a sottrarsi al gioco dell’ufficio.
Ho trentadue anni e lavoro nel mondo della pubblicità da otto, di cui quattro in questa agenzia. Ho cominciato come stagista, poi ho avuto un contratto da copy e adesso sono una middle manager con gente sotto di me e un assurdo titolo in inglese che mi serve per darmi arie su LinkedIn e gestire i convenevoli su Tinder. Di fatto non so fare niente di particolare e non so come sono arrivata qui. Credo a furia di affinare il gioco dell’ufficio, finché tutti si sono convinti che io sia una grande professionista.
La maschera del lavoro
Marisa ha una vita che all’esterno funziona – una casa in affitto tutta per sé, un vicino con cui ha una relazione senza legami, una sensazione di vuoto che non riesce a colmare. Ma è il lavoro la sua maggiore fonte di scontento.
L’agenzia di pubblicità in cui lavora è popolata da meeting, team building, call, deadline e kick-off. Un lessico che Serrano usa con ironia feroce, chiedendosi «a che punto dell’evoluzione abbiamo deciso di usare parole anglosassoni per esprimere cose che potremmo tranquillamente dire nella nostra lingua, pensando che ci facciano sembrare più intelligenti e più cosmopoliti».
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La sua unica alleata, nell’apnea da open space, è la collega Rita. O meglio, lo era. Marisa sa così poco di lei, della sua vita fuori dall’ufficio – «a un certo punto mi sono persino chiesta come fosse possibile conoscere così poco una persona che vedi tutti i giorni» –, che non è nemmeno certa di come sia morta. Si convince che si sia suicidata, anche se non ne ha alcuna certezza. Da quel momento Rita scompare dai discorsi, sostituita dal silenzio, mentre l’ansia comincia lentamente a colonizzare ogni giornata. Dal lunedì al venerdì, Marisa è succube della sua routine a cui sopravvive guardando video su YouTube, si nasconde dal lavoro fingendo di essere notevolmente impegnata, e tra le finestre del suo pc nasconde un file Excel pronto a essere mostrato nel caso qualcuno passi dal suo ufficio.
L’altra figura che irrompe nella sua vita è Elena, un’amica dell’università. «Eravamo culo e camicia», ricorda. Oggi è quasi irriconoscibile: ha barattato un contratto a tempo indeterminato con due tette gratis e la compagnia di uomini ricchi, «erano un prezzo equo in cambio di una vita in cui lavorava poco e faceva quello che le pareva».
Due modi di sopravvivere
In fondo, Marisa ed Elena sembrano due facce della stessa generazione. Da una parte chi ha cercato nel lavoro un’identità, finendo per esserne divorato. Dall’altra chi ha deciso di sottrarsi a quella logica, pagando comunque un prezzo. Lo scontento non è una critica al lavoro in sé, ma alla sua capacità di occupare ogni spazio della nostra esistenza, fino a confondersi con ciò che siamo. Marisa – come tanti di noi – ha cercato nel lavoro una forma di espressione di sé – anche se non era il lavoro desiderato, ma quello che prometteva un po’ di autonomia economica – e ne è rimasta schiava. Gli uffici diventano luoghi in cui si impara soprattutto a recitare.
Giocare all’ufficio è facile, se sai come farlo. Il lavoro è solo una parte da recitare. Ho imparato a gestire tutto alla perfezione: so quali sono gli aneddoti infallibili per rompere il ghiaccio. So cosa devo chiedere per sembrare attenta e interessata. E so cosa devo dire perché il tempo passi più in fretta senza fare niente fino alle sei del pomeriggio.
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È come se ogni lavoro costringesse a crearsi una maschera alla quale sopravvivere e, di conseguenza, a cui gli altri devono sopravvivere. Significa sorridere anche quando non se ne ha voglia, significa essere creativi anche quando si ha la batteria scarica, significa costruire una versione di sé abbastanza credibile da sopravvivere otto ore al giorno. Significa vivere gli uffici «come le battute di caccia: meno ti muovi, meno rischi di farti sparare». Il mostro, allora, non è il lavoro. È la persona che, senza accorgersene, impariamo a interpretare per restarci dentro. E quando la maschera finisce per aderire alla pelle, diventa difficile ricordarsi chi eravamo prima di indossarla. E prendersi qualche giorno di ferie, fare un viaggio, non serve a molto.
Le vacanze sono come un cerotto su una ferita provocata da un’ascia. Vai in posti in cui non potrai mai abitare e ti concedi un tenore di vita che non puoi permetterti, poi torni e al telegiornale parlano di «sindrome postvacanza», quando in realtà si dovrebbe dire «la tua vita è talmente orribile che ti viene la depressione quando devi tornarci dopo due settimane di fantasticherie».
Lo scontento che resta
Con il suo umorismo feroce, un finale tragicomico e un cinismo che non lascia scampo, Serrano racconta una generazione che fatica a trovare un equilibrio tra lavoro, relazioni e aspettative. Nelle sue pagine riecheggia la stessa stanchezza esistenziale de Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh, ma filtrata attraverso la lingua dei KPI, delle call e dei badge aziendali.
Lo scontento (acquista) è un romanzo per chi, almeno una volta, ha aperto il computer il lunedì mattina chiedendosi se fosse davvero quella la vita che desiderava. Da leggere con gli Smiths in sottofondo e Heaven Knows I’m Miserable Now nelle cuffie: I was looking for a job, and then I found a job / And heaven knows I’m miserable now.
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