Abitare il proprio calco

«L'aneddoto dei calchi» di Maria Teresa Rovitto

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«L’aneddoto dei calchi» di Maria Teresa Rovitto

Corpi immobili, ricoperti da uno strato nero. Evocano una Pompei (im)mortale. È questa la prima immagine che il lettore rincorre nelle pagine de L’aneddoto dei calchi, romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto, pubblicato da TerraRossa Edizioni nella collana Sperimentali. Quello a cui Livia assiste e prende parte è la performance VB66 di Vanessa Beecroft: sui banchi del mercato ittico di Napoli, modelle immobili si alternano ai calchi delle vittime dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., rendendo indistinguibile il confine tra corpo vivo e reperto.

I corpi e i calchi, neri, sono disposti lungo le vie di fuga della prospettiva all’interno del mercato ittico. Posizionati sui banchi di marmo del pesce, non si muovono. Cercano di non muoversi. Dal telaio metallico scendono lampade al neon: assorbono l’ultimo fascio di luce del giorno che attraversa il vetrocemento. Da vicino i calchi in gesso si distinguono dai corpi viventi che simulano la morte. Da lontano no. Da lontano la morte appare come una massa nera indistinta.

L’aneddoto evocato dal titolo non rimanda a un episodio curioso o divertente, ma al residuo di un’esistenza, a ciò che rimane quando la vita si ritrae. Sono corpi svuotati, oggetti archeologici, oggetti a disposizione dell’artista che li modella. E, come accade nell’arte di Beecroft, diventano materia da osservare, ricomporre, reinterpretare. È l’arte che, a volte, imita anche la morte.

Lo sguardo dei lettori finisce così per sovrapporsi a quello della protagonista. Livia è un’archeologa ed ex danzatrice, discipline che implicano un rapporto rigoroso con il corpo, con il tempo e con la memoria. Scavare nella terra o nella carne significa interrogare ciò che sopravvive, cercare un significato nelle stratificazioni della materia.

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Tra corpi e calchi

Il romanzo procede attraverso continui spostamenti temporali. In due sezioni, Rovitto ricostruisce il legame tra Livia e Zoa – come si sono conosciute, come hanno deciso di partecipare alla performance prima di separarsi definitivamente –, giovane artista greca ospitata nella casa che la protagonista divide con il compagno Bruno, ricercatore scientifico. Sotto questa vicenda scorre un’altra paura, più silenziosa. Livia vive nell’attesa di ereditare il morbo di Crohn da cui è affetto il padre. La malattia diventa il paradigma di un destino biologico dal quale sembra impossibile emanciparsi.

La volontà non c’entra se stai a ventre contratto. La volontà la deleghi a Crohn. Se si è affetti da questo morbo sincero che ha un nome che ricorda il tempo, è inutile correre.

Il corpo, allora, non è soltanto superficie artistica, ma anche archivio genetico. Custodisce il passato della famiglia così come il terreno archeologico conserva quello della città. La predestinazione biologica e quella storica finiscono per rispecchiarsi. Quando la relazione con Bruno termina e Zoa torna in Grecia, Livia rimane sospesa in una vita che sembra aver perso il proprio orientamento. Lavora nel negozio dell’eccentrica drag queen Patty, ma continua a gravitare intorno all’immagine della performance napoletana. È proprio quell’immagine a condurla verso Raffaele, che «la induceva a farsi domande sul valore del suo corpo.»

[…] avrebbe assecondato le sue richieste perché lui custodiva il quadro che la ritraeva durante la performance, lo aveva scelto e quindi la aveva scelta, aveva pagato per averlo, aveva organizzato il suo spazio domestico intorno al suo corpo immobile nero carbone.

Livia finisce così per riconoscersi non nel proprio corpo vivo, ma nella sua rappresentazione. È attraverso l’immagine che cerca una conferma della propria esistenza, quasi che la fissità dell’opera possa offrirle quella forma che la vita continua a negarle. Il ribaltamento arriva quando, proprio grazie alla partecipazione alla performance, viene selezionata per un programma di procreazione medicalmente assistita.

Era stata selezionata di nuovo: questa volta non per la morte, per impersonare il cadavere carbonizzato dall’esplosione di un vulcano, ma per la vita.

È il passaggio più significativo del romanzo. Il corpo che aveva impersonato la morte viene improvvisamente richiamato alla possibilità della generazione. Ma nemmeno qui Rovitto indulge nella retorica della rinascita. La maternità non assume il valore di una redenzione, bensì quello di un ulteriore interrogativo sul rapporto tra volontà, biologia e destino.

Scrivere è scavare nella memoria

A questa riflessione partecipa pienamente la città di Napoli, che non costituisce un semplice sfondo narrativo, ma un organismo geologico costruito per sovrapposizioni. Eruzioni, guerre, corpi e macerie convivono nello stesso sottosuolo. Come Livia, anche Napoli è un archivio in cui nulla si può davvero cancellare.

La scrittura di Rovitto riflette questa concezione del tempo. Il tono è asciutto, controllato, l’emotività viene costantemente trattenuta, affidata alle immagini più che alle confessioni interiori. È una scelta coerente con il progetto del romanzo, anche se talvolta produce una distanza che rende difficile aderire pienamente alla protagonista. Livia rimane spesso opaca, più osservata che vissuta, come uno dei reperti che lei stessa studia. Rovitto rende i suoi personaggi materiali d’archeologia, reperti lontani e abbandonati, come se, una volta estratti dal terreno della loro realtà, rimanessero sospesi nella loro fragile incompletezza, privati del contesto che ne custodiva il senso.

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È però proprio questa opacità a costituire uno degli aspetti più interessanti del libro. L’aneddoto dei calchi (acquista) non cerca personaggi esemplari né percorsi di formazione lineari. Interroga invece ciò che resta di noi quando siamo ridotti a immagine, a memoria, a traccia. Come i calchi pompeiani, anche i viventi sembrano attraversare il tempo lasciando soprattutto un’impronta.

Un romanzo consigliato a chi riconosce nella letteratura uno spazio di scavo, capace di interrogare i pensieri che incombono sull’imperscrutabilità del destino, e nell’arte la scintilla che smuove memoria e identità. A chi è disposto a lasciarsi interrogare, prima ancora di pretendere risposte.

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Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorro il mio tempo libero tra le pagine di JD Salinger, di Raymond Carver, di Richard Yates o di Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

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