Marla senza occhi sul mondo

«Marla» di Ilaria Padovan

5 minuti di lettura

Marla di Ilaria Padovan, pubblicato nella collana Stormo di Pidgin Edizioni, è uno di quei romanzi che lasciano addosso una sensazione difficile da scrollarsi.

Al centro della storia ci sono due ragazzi cresciuti ai margini. Lui porta sulle spalle l’assenza di una famiglia: un padre in carcere, una madre che lo ha ormai abbandonato e un unico desiderio – quasi infantile – di possedere un caldo giubbotto XXL. Marla, invece, è una ragazzina impaurita e arrabbiata, isolata in un contesto di degrado, ha il malesangue e gli occhi spalancati sul mondo ma li ha levati dalle sue bambole perché non potessero vedere più il marciume della madre, lei che pulisce le case degli altri e mai la loro.

Ci sono case che si abitano, altre che abitano te.
Tu eri stata la sua casa, nel peggiore dei modi, nella peggiore delle ipotesi.

La rabbia in «Marla»

La periferia milanese in cui crescono non è soltanto uno sfondo, ma una presenza costante che modella le loro vite. Un luogo dove il degrado convive con la speranza e dove le possibilità sembrano sempre meno numerose di quanto dovrebbero essere.

Quando la narrazione si sposta nel presente, ritroviamo lui adulto ma ancora intrappolato nelle conseguenze del passato. Ha talmente poco che non riesce a pagarsi un alloggio suo, vive con Ludovica – «[…] è grassa e brutta e vecchia, ma un appartamento ce l’ha. E basta che la scopi e non gli fa nemmeno pagare l’affitto» – lavora come dipendente di una ditta di sgomberi nelle case dei vecchi, dopo che sono morti. È un’esistenza sospesa, più subita che vissuta, scandita da giornate che si assomigliano tutte.

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Poi qualcosa si incrina. Un luogo, un odore, un dettaglio qualsiasi riporta a galla ciò che sembrava sepolto. E con esso ritorna Marla. O forse non se n’è mai andata davvero.

Me ne sono andato, Marla. Diocaro se ti ho odiata, con tutto me stesso. Te, tua madre, mia madre, tutte le donne puttane, ma soprattutto te, te che volevi sempre bruciare tutto e c’avevi provato pure con me.

L’odore dei ricordi che ancora bruciano

In poco più di cento pagine, Padovan costruisce una storia dura, a tratti poetica, senza consolazioni facili. La sua scrittura entra nelle fragilità dei personaggi e costringe il lettore a rimanerci dentro. Rabbia, dipendenza affettiva, solitudine e bisogno disperato di essere visti diventano il motore di due esistenze che sembrano continuamente sbattere contro un mondo incapace di accoglierle.

La domanda che resta alla fine è semplice e dolorosa: cosa succede a chi cresce senza sentirsi amato? A chi impara presto a considerarsi un errore, uno scarto, qualcosa di sacrificabile?

Giurami che ci sei. Che non sparisci. Che non mi lasci annegare.
Promettimi: che non c’ammazziamo, noi.
Così m’aveva chiesto.
Marla, m’aveva chiesto sta cosa. E io ci avevo detto di sì.
Marla era sempre cattiva.
Aveva sempre paura, ma non me lo diceva mai.
Quel giorno, invece, m’aveva chiesto così.
E io ho pensato che l’amavo, ho pensato che l’amavo davvero, cazzo, che l’amavo pure di più.
Che pure lei, allora, mi voleva un po’ di bene. Che se era così, se si faceva vedere così, allora anche lei magari mi amava.

Marla (acquista) racconta proprio questo. Persone che continuano a trascinarsi dietro le ferite dell’infanzia, che si lasciano bruciare da esse, incapaci di lasciarle andare perché, in fondo, sono l’unica cosa che hanno sempre conosciuto.

È una lettura aspra, intensa, consigliata a chi si sente attraversato da una rabbia che non esplode mai del tutto ma resta sotto pelle fino all’ultima pagina. E proprio per questo ne resta a colpito così forte.

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Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorro il mio tempo libero tra le pagine di JD Salinger, di Raymond Carver, di Richard Yates o di Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

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