«La teoria della carruba»: radici di un tempo ibrido

La teoria della carruba, o come (non) scrivere un'autobiografia

11 minuti di lettura
La teoria della carruba

Quando si parla di carruba, si parla di un legume la cui polvere viene spesso usata come sostituta del cacao, ma anche di un alimento per il bestiame. La pianta della carruba, però, è sempre stata presente nella letteratura italiana: pensiamo ai Mangiacarrubbe di Verga, ma anche alle poesie Altro effetto di luna di Montale oppure Lamento per il Sud di Quasimodo, dove il carrubo diventa correlativo oggettivo di un passato a cui si guarda con nostalgia.

La scrittrice ed etno-antropologa Antonietta Di Vito sembra avere in mente questi autori nel suo primo romanzo La teoria della carruba. Con brevi accenni a come non ho imparato a cucinare (La Bussola Edizioni, 2021), un romanzo che non solo cerca di dare una prospettiva dal basso della Storia, ma ragiona anche sull’origine dell’identità sociale e culturale di una persona.

La trama di «La teoria della carruba»

La teoria della carruba nasce dal periodo di isolamento da pandemia dell’io narrante; dire, però, che corrisponda in tutto e per tutto a Di Vito sarebbe sbagliato:

Mi chiamo Antonietta Di Vito e ho visto la mia prima luce in una cittadina sul mare che aveva l’ospedale e dove oggi mi sento straniera e non vorrei. Alle feste di paese compravo le carrube. A volte, mi sento ancora la storia di qualcuno che cerca il suo Autore.

Tutto parte dalla carruba, un legume umile, una madeleine proustiana attraverso cui l’autrice «cerca in un altrove indefinito la sua strada e perfino se stessa». La Seconda Guerra Mondiale, il fenomeno della migrazione, Alfredino Rampi piuttosto che Aldo Moro e il delitto del Circeo diventano tasselli di un percorso à rebour fatto da Di Vito che «rammenta, rammenda, restaura, ripara» gli eventi della Storia per recuperare le radici della sua vita e cercare di rispondere alla madre di tutte le domande: chi è Antonietta Di Vito?

«La teoria della carruba»: questa non è un’autobiografia

Sebbene Di Vito sembri attingere molto ad Annie Ernaux e alla sua scrittura memorialistica che intreccia storia individuale e collettiva – e come Ernaux Di Vito dà al suo testo una struttura frammentata –, la chiave interpretativa di La teoria della carruba è da trovarsi in due elementi importanti. Il primo è l’esergo: ceci n’est pas une autobiographie (calco sulla pipa di Magritte dal significato di «questa non è un’autobiografia»); il secondo, invece, è il sottotitolo: Con brevi accenni a come non ho imparato a cucinare.

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Di Vito non è interessata a scrivere un’autobiografia, anzi, rigetta questa etichetta. Scrivere una tradizionale autobiografia significherebbe, infatti, imbrigliare la propria storia in degli schemi predefiniti, negarsi la libertà di esprimere e cercare se stessa, scrivere «un curriculum come selfie» dove si esclude l’altro, parte fondamentale dell’essere dell’autrice:

L’illusione della linearità. Come se ogni cosa potesse derivare da un’altra e non possano invece coesistere un’infinita felicità e un’infinità infelicità, a seconda dei momenti, delle situazioni. Una infinita lucidità ed un’infinita follia, quando la follia è dolore cieco, rabbia, fame, frustrazione. Passaggi repentini tra mondi coesistenti. Un Io al caro prezzo dell’Altro.

L’autrice sa che, scegliendo la linearità, deve per forza di cose escludere l’altro, tutto ciò che fa comodo omettere per dare un racconto di sé positivo. Optando, dunque, per la frammentarietà e per il continuo cambio di piani temporanei, Di Vito riesce, così, a risalire a se stessa.

«La teoria della carruba» e la reinvenzione del linguaggio

 Per riappropriarsi di sé, Antonietta Di Vito fa un’operazione a livello di linguaggio. L’autrice, infatti, ristabilisce un nuovo legame con le parole dando loro un nuovo significato. Il primo esempio è quello legato alla carruba, che collega ai Vinti di Verga:

E in quel momento strade e radici, sconfitte e traguardi, sommersi e salvati sono tornati ad incontrarsi dopo molto tempo e Verga e le mie feste di paese e la letteratura sono diventati contemporaneamente presenti, in una rara vertiginosa sinestesia di quando piccola immaginavo la mia presenza sulla Terra e nel Cosmo legata a quel pezzo di mondo e il cielo stellato lo guardavo di notte ed avevo paura e desiderio di perdermi al tempo stesso e il mare di Aci Trezza distante, e il mondo lontano e forse non l’avrei mai visto, e Verga vero e presente. Roots.

Sulla parola “carruba” Di Vito dedica due pagine in cui ne riporta l’etimologia, dando dignità al legume della sua infanzia: la “carruba” come corrispondenza d’amorosi sensi foscoliana, che ristabilisce un legame col passato, ma anche la “carruba” come “carato”, come unità di misura per fare un bilancio di ciò che è ed è stata Antonietta Di Vito.

I nomi e le parole vengono riportate al loro significato originario oppure rivestite di un’etimologia nuova, «come altari domestici, mappe del tesoro genealogico, alla cui devozione si consacravano memorie, beni materiali e immateriali». La violenza, per esempio, diventa in riferimento al Circeo un male al contatto col bene, “Valentino” il marchio di moda si fa espressione di spaesamento, mentre il “condividere” ritorna a indicare il legame con gli altri attraverso cose concrete, e non «a scambiare ombre e feticci per sostanza» come «prigionieri delle caverne di Platone».

Lingua salvata, vita recuperata

Da vera antropologa, Di Vito recupera l’origine e l’autenticità del linguaggio e delle parole per tracciare le sue radici e ristabilire un legame col suo passato:

Quante sono le lingue tagliate e le lingue salvate, per ogni nessuno rimasto nessuno? La soluzione è che ciascuno scriva e racconti la propria storia personale, disseminando di tracce presente e passato e futuro in cerca di corrispondenze lontane?

Ristabilendo il legame con il linguaggio, l’autrice riesce a diventare come Ulisse un “Nessuno” per ritrovare veramente se stessa. Questo perché in tempi di social network e di selfie l’io resta imbrigliato in una finzione che nega la sua essenza, in un eterno presente dove tutto quello che c’era prima non esiste più:

Prigionieri di profili social, virtuali ma con effetti reali, di curriculum, di ingiunzioni all’identità, in una finzione di linearità autobiografica in cui il dicibile è limitato dalle regole del mainstream, l’unico posto in cui fuggire appare proprio quello dell’anonimato.

Annullando se stessa, Di Vito riesce a ricordarsi della famiglia, del suo rapporto con il cibo, con la scuola, della Storia e degli incontri che sono stati parte fondante della sua vita. Rifiutando, inoltre, le regole della linearità autobiografica, l’autrice ci dà una lezione di scrittura del sé: l’io non è il susseguirsi lineare di eventi fatti per mettere ordine alla propria vita, ma è la somma di radici, ricordi e lingue un tempo spezzate in continuo divenire, da rammendare e riparare. L’io non è qualcosa che si fissa nel presente, ma un qualcosa che si rinnova nel ricordo e nelle scelte future.

«La teoria della carruba»: come (non) scrivere un’autobiografia

La teoria della carruba (acquista) è un testo che ci insegna come non scrivere un’autobiografia. Parlare di sè non vuol dire adottare un modello lineare di scrittura, selezionare soltanto gli eventi più interessanti della propria vita, ma raccontare con sincerità e di getto tutto ciò che è stato parte della nostra vita e che ci determinerà nel futuro: le nostre radici, i nostri incontri, la nostra sofferenza. Essere, secondo Antonietta Di Vito, significa sommare miti, tradizioni, vittorie e sconfitte, riconoscere che l’altro sia parte della nostra esperienza, e riconoscerci mutevoli nel tempo.

Gli alberi di carrubo si innalzano alti e magnificenti su terreni aridi, poveri e sassosi. Possono continuare a crescere per centinaia di anni e diventare così piante secolari. Tuttavia, prima che da un seme attecchisca nella terra una piantina, e da questa nascano i frutti, possono passare anche decenni. Perché un frutto giunga a maturazione non basta una sola annata. Puoi piantare un seme, mettere a dimora una pianta nel terreno e non vederne mai i frutti in tutta la tua vita, anche se la tua vita sarà lunga. Puoi perfino vederne spuntare i primi baccelli e non vivere ancora e abbastanza per vederli arrivare a maturazione, anche se la tua vita è stata lunga.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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