«Il proprio dell’uomo non è di vivere libero in libertà, ma libero in una prigione». Così scriveva una volta Curzio Malaparte, un uomo dalla vita avventurosa, ma prigioniero allo stesso tempo di questa sua libertà. Essere liberi, alla fine, diventa una prigione nella ripetizione di gesti e azioni che mai ci rendono padroni di noi stessi, ma schiavi delle circostanze: ci muoviamo non perché lo vogliamo noi, ma perché è altro che ci muove.
Con l’avvento dell’intelligenza artificiale questa frase diventa ancora di più significativa: essa, infatti, ci dà l’illusione di poter controllare qualsiasi cosa, di essere padroni della nostra realtà, ma in realtà ci condanna a essere schiavi inibendo il nostro pensiero critico. Ciò è il tema trattato in Gli ausiliari, secondo romanzo di Gabriele Esposito edito per i tipi di STC Edizioni.
La trama degli «Ausiliari»
Il Porco, Il Cardinale, Gonzalo, Gloria, Paco: questi e altri sono i protagonisti di Gli ausiliari, un romanzo che racconta una distopia tanto lontana quanto vicina al nostro presente. In una megalopoli asfittica e anonima si muovono le vicende dei nostri protagonisti, fra politici corrotti e persone comuni alle prese con realtà virtuali che promettono illusioni di benessere.
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In mezzo a queste storie si muove la tecnologia, o meglio l’intelligenza artificiale, che come un virus si muove di casa in casa, di mente in mente, per impossessarsi della società e per guidare le nostre decisioni e i nostri consumi. Questo romanzo sembra l’adattamento narrativo di una puntata di Black Mirror, ma potrebbe benissimo trattarsi di qualcosa che abbiamo già cominciato a vivere.
Rileggere la congiura di Catilina al tempo dell’intelligenza artificiale
Come scrive nella postfazione in appendice Fabrizio Pelli, editore di STC Edizioni, Gli ausiliari è una riscrittura della congiura di Catilina, momento importante della storia dell’antica Roma e del suo decadimento. Qui riletta in chiave futuristica e contemporanea, questa riscrittura simboleggia ancora di più l’appiattimento della società contemporanea e l’annullamento di ogni suo valore, simboleggia cioè «l’inesorabile passaggio del tempo, l’evoluzione degli eventi in direzione di un finale che, tragico o comico, non può condurre altrove se non al piattume, al silenzio, al vuoto».
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Alcune riflessioni svolte da Esposito sono simili a quelle di Tokyo Sympathy Tower di Rie Qudan; se da un lato, però, quest’ultima lavora molto anche a livello linguistico usando l’intelligenza artificiale stessa per dare più forza alle riflessioni svolte sull’influenza di quest’ultima nella società contemporanea, Esposito si limita semplicemente a lavorare non soltanto con la riscrittura della congiura di Catilina, ma anche nella descrizione di certe situazioni che risultano grottesche e paradossali, risultando al contempo molto vicine al nostro presente.
La Babele di marketing e lusso
In comune con il romanzo di Qudan quello di Esposito ha la rappresentazione di una sorta di Babele, che se per l’autrice giapponese è anche linguistica, per Esposito è soprattutto sociale ed economica, come dimostra il Senatore C., politico narratore e protagonista del quadro con protagonisti Il Porco e Il Cardinale:
Tutto intorno a me, anche voi comprate cose. Le comprate grazie al sottoscritto, ricordatevelo bene: io vi acquisto grazie alla mia vigilanza sul welfare state, grazie al sussidio elargito dal potere centrale di cui io sono il rappresentante.
L’elargizione di un sussidio ai più diventa un modo per gestire le persone al meglio creando «un unico universo esistenziale molto più semplice da gestire» di cui si possono controllare anche gli affetti come dimostra il caso di Gonzalo, che usa il sussidio per alimentare l’illusione di amare la perfezione rappresentata da Gloria, la cui infatuazione rappresenta «il vero status symbol dei nostri tempi».
Gonzalo utilizza il sussidio guidato dal videogioco e dalla realtà virtuale di cui è prigioniero: tutte le scelte che fa sono dettate dall’algoritmo dell’intelligenza artificiale, che conosce i suoi desideri e vuole quindi dargli l’illusione di farglieli soddisfare. Così, allora, Gonzalo prova a comprare vestiti di marca e a curare in palestra il proprio fisico, ma nel momento in cui continua ad alimentare la sua illusione, dà adito al potere di manipolarlo a suo piacimento.
Intreccio fra potere e tecnologia
È qui, allora, che entra in gioco l’intreccio fra potere e tecnologia: entrambi sono abili a plasmare le menti delle persone per inibire il pensiero critico dando l’oro l’illusione del soddisfacimento dei piaceri come succede nel Mondo nuovo di Huxley, dove il soddisfacimento del piacere sessuale diventa un modo per controllare le masse e togliergli capacità di governare le scelte della comunità rendendole vittime di un vuoto:
La città bene è tutta qui, tutta fuoriuscita dalle proprie case, case lasciate vuote, incustodite, sprecate. Siete davvero proprio tutti qui, a parte voi che queste case non potete permettervele nonostante il sussidio e che dovete restare nelle vostre abitazioni nonostante quelle migliori ora siano vuote, vuote perché voi che potreste starci e ascoltarvi l’un l’altro siete invece qui ad ascoltare il nulla.
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A fare questo discorso è sempre il Senatore C., che viene tradito dal Cardinale e dal Porco per far avanzare l’Ermafrodito e il Cavalocchio, persone che detengono il potere attraverso il controllo delle macchine e del piacere delle masse. Il Senatore C. diventa a sua volta vittima dell’algoritmo in quanto non risponde più alle sue esigenze.
Quel che, quindi, emerge leggendo questo libro è come, se da un lato pensiamo di poter controllare le macchine, dall’altro siamo i loro semplici ausiliari: le macchine si evolvono, le macchine detengono il potere. Noi siamo semplici veicoli dell’intelligenza artificiale e, una volta esaurito il suo compito e una volta che non rispondiamo più alle sue esigenze, diventiamo merce di cui disfarsi. Merce, dunque, non è solo il Senatore C., ma anche Gonzalo, che una volta esaurito il suo compito di dispensatore di affetto assegnatogli dalle macchine diventerà un semplice rifiuto umano.
Essere l’ausiliare di qualcun altro
Con Gli ausiliari Gabriele Esposito continua la sua riflessione sulla società contemporanea già iniziata con il suo esordio Tutto finisce con me. Lo schiavismo del capitale già illustrato in quest’ultimo negli Ausiliari si fa più estremo con l’introduzione dell’intelligenza artificiale, capace di arrivare a governare le menti umane e i suoi desideri per controllare qualsiasi cosa e assurgere a divinità che per vivere pretende dei sacrifici, fra cui il più grande di tutti: quello del libero arbitrio. L’apparente libertà che ci dà l’uso delle macchine non è altro che una condanna a una prigione fatta di consumi sfrenati e inibizione del proprio pensiero critico.
Siamo tutti gli ausiliari di qualcun altro, no? Non crede anche lei, signor Ialuronico, che l’umanità tutta abbia il solo scopo di fungerle da ausiliare? A lei, a noi. Noi lo crediamo. Molto più di quanto possano esserlo le macchine: difficile pensare che possano aiutarci così bene, che l’intelligenza artificiale possa esserci così tanto d’ausilio.
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