«Tutto finisce con me»: buongiorno al nulla

Un'opera prima che attraverso le teorie di Mark Fisher ci illustra un mondo iperconnesso, ma solitario

12 minuti di lettura
Tutto finisce con me

Nel lontano 1979, i Joy Division cantavano nella loro canzone New Dawn Fades i seguenti versi che sembrano tornare molto attuali al mondo d’oggi, dove la nostra società si ritrova allo sbando e incapace di immaginare un futuro: «ero io, che aspettavo me stesso / sperando in qualcosa di meglio / io, guardandomi questa volta / sperando in qualcos’altro».

Una riflessione del genere la conduce anche Mark Fisher, morto suicida nel 2017, che fa dei Joy Division oggetto di indagine per le sue teorie, fra cui quella sull’hauntologia. Le sue teorie riecheggiano nel primo romanzo di Gabriele Esposito Tutto finisce con me (Wojtek, 2022), forse il primo romanzo italiano che riesce perfettamente a rappresentare in chiave narrativa tutte le riflessioni condotte dal filosofo inglese.

La trama di «Tutto finisce con me»

«Mi sveglio in un silenzio da cripta vuota, come fossi in adorazione di una salma esposta solo per me, nei labirinti inesplorati di una chiesa priva di ogni interesse storico e culturale». Inizia con queste parole Tutto finisce con me. In una città senza nome vive il narratore, anch’egli anonimo: può essere l’autore, ma potremmo essere anche noi. È una persona che rappresenta tutti noi, poiché alle prese con la vita di tutti i giorni: i problemi di coppia con la moglie Veronica, le aspirazioni da team leader a lavoro, ma anche la sua ossessione per il corpo e l’attività fisica.

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Fin qui tutto normale; il problema è il silenzio attorno alla vita del protagonista. Alle volte le persone appaiono e scompaiono dalla sua vita, e le situazioni che vive sembrano ripetersi all’infinito, quasi come se il narratore non riuscisse ad andare avanti nella vita, se non a immaginarsi un futuro, perché ciò a cui il narratore – e noi ed Esposito con lui – vuole arrivare è comprendere se, effettivamente, un’idea di futuro sia possibile o meno.

«Tutto finisce con me»: qualche premessa

Per parlare di Tutto finisce con me, sarebbe meglio cominciare dall’autore. Gabriele Esposito, infatti, non è nuovo nella narrativa, in particolare nella forma del racconto breve, di cui ha già fatto esperienza per riviste online come «Malgrado le mosche», «Verde», «Altri Animali» o «Salmace». Per ogni autore che si rispetti, anche per Esposito i racconti sono stati una palestra per sviluppare idee da mettere su carta in questo romanzo.

Esposito ha già raccontato il problema della solitudine e dell’iperconnessione in racconti brevi come E-Trading e Pensieri in rete, reperibili rispettivamente su «Salmace» e «Kairos». In questi racconti, Esposito tematizza quello che si legge in questo suo primo romanzo: da un lato l’idea di solitudine e di vuoto del personaggio, e dall’altro l’illusione di crearsi un mondo e un’idea di futuro fomentato dall’uso della tecnologia.

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Queste riflessioni vengono portate all’estremo attraverso le idee di hauntologia e di weird di Mark Fisher. Nel primo caso – teorizzato a partire da Jacques Derrida – si tratta di «tutto ciò che esiste sulla base di una serie di assenze che lo precedono e lo circondano, permettendogli così di acquisire la coerenza e l’intellegibilità che possiede», collegato alla depressione e all’idea di un futuro negato «in cui ogni certezza si dissolve e di fronte a noi resta soltanto un’angoscia crescente» (Spettri della mia vita, minimum fax, 2019).

Il weird, invece, non è tanto da intendersi come fenomeno paranormale e mostruoso come ci ha abituato l’immaginario new weird di H.P. Lovecraft o del più contemporaneo Thomas Ligotti, quanto in ciò che è perturbante nel senso di non familiare, nel senso di essere fuori luogo, «forme contorte di tempo e casualità estranee alla percezione ordinaria» (The Weird and the Eerie, minimum fax, 2018) che aprono a un mondo altro.

Solitudine iperconnessa e depressione

La sensazione di nulla che ci viene presentata fin dall’inizio – «la cripta vuota» o l’idea del saluto e del buongiorno «al nulla» –, di solitudine e silenzio sono complici sicuramente della depressione dell’io narrante. Un indizio di ciò è, infatti, il continuo richiamo all’alprazolam, un ansiolitico della famiglia delle benzodiazepine che può comportare allucinazioni. Questo elemento è interessante, poiché spiega la struttura del romanzo stesso, che alterna capitoli in cui il narratore percepisce la presenza delle persone e capitoli in cui ne percepisce l’assenza.

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Questa situazione viene vissuta dal narratore con grande ansia e confusione, in cui la dimensione del sogno e del ricordo si fonda con la realtà, e in cui sembra non esserci soluzione non solo al suo immobilismo, ma anche alla sua solitudine, che cerca di colmare, per esempio, con un controllo ossessivo dei social network e delle persone che interagiscono con lui:

La solitudine cronica è una spirale, si sviluppa per garantirci la sopravvivenza: l’ho letto da qualche parte. Più mi rapporto alle persone sbagliate e più mi costringo altrove, lontano da loro. Un meccanismo innato, evoluzionista. Una garanzia di futuro triste ma necessaria. Dev’essere così. Dev’essere per il mio bene.

Il protagonista sente la paura di restare solo, di non poter contare niente per le persone che fanno parte della sua vita. Ha paura che si scarichi la batteria del telefono, perché altrimenti «perderei tutti i contatti con il mondo». Il mondo a cui fa riferimento è, però, quello dell’iperconnessione, dove l’amicizia sui social network o un “mi piace” «entrano entrambe in un limbo; appaiono come sbiadite, come se non ci fosse rete».

Tutto inizia

Il narratore si aspetta sempre un cambiamento nella sua vita, ma ogni giorno è più uguale dell’altro. «Sei stressato», dice a se stesso, «devi restare di più nel presente. Il futuro che vuoi non arriva mai: lo aspetti giorno dopo giorno e così facendo ti dimentichi di vivere». Il futuro che si immagina, però, è simile a quello teorizzato da Fisher in Realismo capitalista o in Spettri della mia vita, ovvero un futuro che è stato cancellato lentamente, che non si presenterà mai, poiché siamo prigionieri del nostro passato, della malinconia, ma allo stesso tempo della solitudine a cui gli altri ci condannano perché ormai considerati fuori dalla nostra epoca.

Nel vuoto della città, nelle strade desolate e nel mondo virtuale dove ogni immagine è in realtà illusione, l’io giunge alla seguente epifania:

Dopo di me più nulla. Di me, in futuro, nulla. Percepisco il fatto di essere solo al mondo, solo fino all’ultimo dei miei giorni, qui, nessuno a ricordare le cose che ricordo io, nemmeno parzialmente, non c’è prole, ed è meglio così. Tutto finisce con me.

… e finisce con me

Paradossalmente, nell’ammettere che non avrà futuro, il protagonista si sta creando un’idea stessa di futuro, o meglio, un’idea di fine del futuro, che termina perché lo decide lui. Il narratore, quindi, si fa demiurgo del suo presente e della sua realtà, decidendo di sua spontanea volontà cosa esiste e cosa no, facendo ricadere la responsabilità di tutto su di sé.

Il protagonista si pone nei confronti della sua realtà come una sorta di dio che immagina mondi, situazioni e presenze che ruotano attorno a sé, come l’amore che una collega prova per lui, la presenza di un anziano con un cane da compagnia oppure la mancata promozione a lavoro di un socio. Un dio che si vendica attraverso la sua mente e le sue illusioni per il futuro di cui è stato privato.

«Tutto finisce con me»: nessuna alternativa alla realtà iperconnessa

Se per Mark Fisher, parafrasando Margaret Thatcher, non c’è alternativa al capitalismo, per Gabriele Esposito e il suo debutto romanzesco di Tutto finisce con me (acquista) non c’è alternativa alla realtà iperconnessa. La società che descrive Esposito è un ambiente in cui tutto corre più veloce di noi, dove il rapporto con gli altri si fa sempre più alienante e la possibilità del futuro molto lontana. L’autore, allora, cerca di dare una soluzione alla nostra solitudine iperconnessa: concentrarsi su sé stessi, sui propri ricordi e sul presente, le uniche cose su cui abbiamo il controllo e che nessuno può sottrarci.

Il mondo non è forse tutto un osservare, tutto uno stimolo, un bisogno di ricompensa necessaria ad andare avanti? Annuisco. La soddisfazione è solo chimica, mi dice.
Esito, poi chiedo. A quale dei due mondi ti riferisci? È da qualche tempo che vivo diviso: di là la gente, di qua solo.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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