«Il bambino di pietra» di Laudomia Bonanni: le origini di una nevrosi

Un romanzo che fa della scrittura un mezzo per indagare le emozioni tra le pieghe dei ricordi

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Il bambino di pietra

Votata al recupero di una letteratura di ricerca, la casa editrice Cliquot riedita Il bambino di pietra di Laudomia Bonanni, un’opera salda e divergente, intrisa di umori, incertezze, dubbi. L’esperienza di vita, insieme al contributo dell’esperienza creativa, confluisce nel romanzo in termini di uscita dal genere, come un continuum dialettico tra la tecnica narrativa e l’analisi psicoanalitica.

Strappato alla damnatio memoriae dopo più di quarant’anni, il testo di Bonanni conserva un’attualità stilistico-figurativa di rara tenuta, basata sulla consuetudine con i sogni e i recessi della mente, indagati con prosa piana, controllata, eppure irta di vita. La lieve incidenza del dato autobiografico (sovrastimato al momento della pubblicazione) appare finalizzato alla costruzione di un ‘teatro’ universale, laddove i tracciati esistenziali sottendono riflessioni cogenti, supportate dagli ideali di un femminismo «storico».

La trama

In questa prospettiva Il bambino di pietra narra una vicenda paradigmatica in cui il recupero dell’anamnesi funge alla delineazione di uno scenario complesso, dominato da logiche patriarcali e da figure evanescenti, sovente catalogate per non celarne la veridicità. L’io narrante, Cassandra, ricorre alla scrittura come pratica terapeutica, rintracciando nell’incompiuto presente i fili di un’esistenza variamente fratturata. Le sedute psicoanalitiche fungono da detonatore per l’indagine emotiva, laddove i mutamenti dell’io si collocano nello spazio slabbrato dell’infanzia, segnato da luoghi odorosi, libri consumati di nascosto nella vigna.

L’infanzia è un territorio sconosciuto. Anni della vita scomparsi, come se non li avessimo vissuti. A sprazzi la memoria ci ripresenta momenti isolati, luoghi persone impressioni, emerse dall’amnesia. E come possiamo sapere che cosa abbiamo rimosso. Cerco di recuperare qualche filo.

Cassandra, donna diversa

Per mezzo della parola scritta Cassandra salda episodi, nomi altrimenti distanti nel tempo, istituendo un collegamento intimo, legato al proprio destino. L’interconnessione di Cronos e Topos rende impossibile uno sguardo prospettico; sì che i dati, le frazioni del vissuto appaiono in ottica smembrata, come un caleidoscopio situazionale sull’orlo della nevrosi. Si assiste, non senza fascinazione, a un continuo oscillare di ruoli, rapsodicamente identificabili ora col periodo prepuberale ora con le inquietudini dell’età adulta.

Donna ‘diversa’, smarcata da un ambiente che la vorrebbe asservita, Cassandra è un errore primigenio («tre figli maschi col numero perfetto – e la ripresa con me indesiderata»; «la preminenza dei miei fratelli nella considerazione materna»), un ingranaggio malriuscito della macchina patriarcale. Ogni rapporto, ogni memoria risulta contraddistinta dal timore della sottomissione, quasi a segnare la sottrazione a un territorio angusto, ancora abitato, eppure  vissuto ai margini. Basti un solo prelievo: «Felice che Gilberto esistesse e altrettanto di non averlo nel letto. Né lui né mio marito. Sola. Nello stato di grazia del sonno spontaneo»

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Perché leggere «Il bambino di pietra»

La scrittura convulsa di Bonanni induce il lettore a sostare tra le pieghe del ricordo, facendo dimenticare il senso, il bisogno spasmodico di un finale ‘pieno’. Le ipotesi esegetiche potrebbero moltiplicarsi, ma il pregio de Il bambino di pietra risiede nel vortice di allusioni, nei coni d’ombra del percorso di autoanalisi. L’autrice governa una materia fratta, sgombrando il campo da tentazioni extradiegetiche, dall’odierna inclinazione all’alternanza di voci. Nulla è oggettivo, univocamente riportabile a un’esperienza piana. Anche il fuoco della maternità, argomento tabù e ossessione primaria, appare un «faccia a faccia» con sé stessi, l’atavica rimozione del sentirsi “de-genere”:

L’irreducibile paura della maternità? Rimozione? Avrò rimosso il bambino da cui ero ossessionata e traumatizzata? Il figlio rimasto inespresso come un feto calcificato? Questo il blocco che ho portato dentro: l’immaginario bambino di pietra? È stato come incontrarsi faccia a faccia all’improvviso in uno specchio, sempre allarmante. Non ci possiamo riconoscere, non combacia con l’immagine che abbiamo di noi stessi. Perché si tende a rimuovere tutto quanto disturba: ogni difetto fisico, un brutto naso o una bocca asimmetrica, le modificazioni dell’età, i guasti dell’invecchiamento. Rimoviamo perfino l’idea della fine, la coscienza di dover morire.

Esiste, in riflessioni di tal guisa, il desiderio di saldare il giudizio a un malinconico riappropriarsi di sé, con l’analisi stessa che appare sospesa: avvitata attorno a un nodo irrisolto, a un discorso che non vuol finire e non sa proseguire.

Ginevra Amadio

Laureata con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma "La Sapienza" con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Ha pubblicato su Treccani.it e O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca, di cui è anche membro di redazione. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.

1 Comment

  1. Bellissima e preziosa recensione, che illumina un testo che incrociava i fermenti della contestazione e della coscienza critica post 1977. Bello averlo recuperato, per ricostruire i tanti rivoli ed apporti diversi della cultura femminista in Italia.

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