Carla Porta Musa, conservatrice e progressista

Le antinomie di un'autrice nella sua opera d'esordio, «Virginia 1880»

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carla porta musa

Di lei Giuseppe Pontiggia diceva che era «un dono. Per chi la legge e per chi la avvicina». E in effetti Carla Porta Musa è stata un’autrice preziosa, scomparsa a centodieci anni nello spazio appartato della sua Como, dove fondò l’Istituto Carducci e animò un ricco salotto artistico frequentato – tra gli altri – da Benedetto Croce e Renato Bacchelli, da Maria Callas e Guido Piovene.

Le donne di Carla Porta Musa

Una vita ordinariamente intensa quella di questa donna minuta, che scriveva un romanzo l’anno in prossimità del suo giorno di nascita, come a tenere allenata la mente e a raccontare, con simpatia ma senza condiscendenza, i “sogni” di un femminile canonico, ancora imbrigliato ai ruoli, eppure teso – con fisiologica oscillazione – ad affrancarsi da certi schemi.

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Autrice di più di trenta romanzi, firma acuta di «Amica», «Eva» e della «Domenica del Corriere», Porta Musa ha sempre avuto «qualcosa da dire con chiarezza e nobiltà» come le riconobbe Croce. Le sue opere, tramate di un estetismo un po’ fané (del resto divorò in pochi mesi l’opera omnia di D’Annunzio) sono affollate di donne innamorate, divise tra l’ossequio all’ordine e un’inesprimibile tensione sotterranea. Tutte, in un modo o nell’altro, ricordano le creature già “accarezzate” da Neera, altra scrittrice antonimica, calata nel conservatorismo del suo tempo ma pronta a battersi, quasi inconsciamente, per resistere all’omologazione dei modelli dominanti.

«Virginia 1880»

Come lei, anche Carla Porta Musa ha avuto due volti: quello delle sue tesi e dei suoi personaggi caparbiamente tradizionali, e quello di una concreta volontà di emancipazione che rende brillante la sua vena narrativa.

L’esordio per Mondadori con Virginia 1880 (1955) rivela già un confronto radicale con la dismisura del corpo, laddove i “doveri” di una donna in società cozzano con la scoperta della sessualità, nella crisi del rapporto madre-figlia fissato con occhio fotografico, impietoso pur nella delicatezza dei toni.

Un femminile già dato?

La forma diaristica, propria di tutta una tradizione non solo “femminile”, consente all’autrice di narrare la vita, i dolori, le (in)consapevolezze di una giovane donna che, già in apertura di testo, si interroga sulla propria bellezza e sulla corrispondenza con un ideale prestabilito:

Mi domando se sono bella o brutta. Forse non sarei brutta se non avessi le efelidi che mi coprono interamente il viso e soprattutto il naso, tanto da farlo assomigliare a certe mele renette. La pelle, tra un’efelide e l’altra, sarebbe bianchissima come quella di mammà, ma ahimè! Tutte quelle macchioline color topazio le danno dei riflessi di pane bruciato.

Madre e figlia in «Virginia 1880»

È la madre, «sempre elegantissima e sempre indaffarata a passare da un invito all’altro», il metro di paragone della ragazza. Su di lei, sul suo giudizio etico ed estetico, si misura lo scarto tra identità e modello.

Mentre Virginia cresce, segue percorsi tracciati, si innamora di uomini che non la amano – e che desiderano la madre – il suo corpo sfida in duello l’immagine ideale, la fraziona nella sconfitta, nel rivelarsi altra da sé. Quando sposa Guidobaldo, che poi sceglierà mammà, la ragazza si sente ripetere di essere «troppo semplice»: «Si vede che sei sempre cresciuta in un giardino a contatto con le piante e gli animali».

Perché riscoprire Carla Porta Musa

Nessun ricevimento, dunque, nessuna leziosità definisce il suo status di ragazza per bene, ma è la natura, con la sua ferinità imprevista – sebbene domata – a innescare un candore liliale che rende Virginia diversa, quasi un mezzo di diffrazione della normatività sociale. Anche lei, come altre donne di Porta Musa, si adatterà al ruolo di madre sin quasi a esaltarlo. Ai figli naturali, nati daun matrimonio senza amore, affiancherà la cura del piccolo Gabriele, creatura “del peccato”, frutto di una relazione della defunta amica Fulvia.

Qui si ravvisa, oltre il velo di tentazioni patetiche, uno sguardo tagliante che scava nelle ipocrisie che muovono la società, che agitano le famiglie al di là del censo, unendo gli attori in gioco nell’occultamento dello scandalo, nella razionalizzazione di emozioni non espresse. Così, in quest’opera tanto “antica” quanto attuale, Carla Porta Musa compie la cronaca di una distanza coniugale, il rapporto insondabile e quasi atavico tra una madre e una figlia, la definizione di sé attraverso la scrittura.
Elementi sufficienti a provare l’urgenza di una sua riscoperta, al di là delle categorie d’interpretazione obsolete, sovente inadeguate.

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Ginevra Amadio

Ginevra Amadio nasce nel 1992 a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi sul rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta. È giornalista pubblicista e collabora con riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema, letteratura e rapporto tra le arti. Ha pubblicato tra gli altri per Treccani.it – Lingua Italiana, Frammenti Rivista, Oblio – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Otto-novecentesca (di cui è anche membro di redazione), la rivista del Premio Giovanni Comisso, Cultura&dintorni. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del cinema italiano dedicato al cortometraggio. Un suo racconto è stato pubblicato in “Costola sarà lei!”, antologia edita da Il Poligrafo (2021).

3 Comments

  1. Ringrazio Magmamag per questa opera di recupero che motiva e spinge a ulteriori approfondimenti sulla narrativa non solo di genere. È una opportunità rara poter avere stimoli come questo.

  2. Complimenti a Ginevra Amadio per lo splendido articolo che mi ha fatto conoscere Carla Porta Musa. Una lettura entusiasmante.

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