«Di chi è la colpa», come cocci per terra

Il ritratto di una famiglia dilaniata dal dramma

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«Di chi è la colpa», rencesione libro di Alessandro Piperno

Un dramma familiare, memoir e tragedia del nostro tempo. Di chi è la colpa di Alessandro Piperno (Mondadori, 2021) è un romanzo di formazione che trova spazio nelle periferie moderne.

Una famiglia disfunzionale

Iniziamo Di chi è la colpa di Alessandro Piperno seguendo un bambino per i corridoi di casa propria. Fuori, la chiassosa Roma anni ‘80. Dentro, una famiglia disfunzionale. La madre, severa e taciturna, insegna matematica al liceo ed è nota per l’impeccabile contegno. Il padre vende elettrodomestici, accumula debiti ed è il classico esempio di paternità iper permissiva, un compagno nelle notti insonni per quel bambino gracile e sensibile che sente dalla propria camera le innumerevoli litigate serali. Per lui, la sua famiglia è sempre stata composta solo dai due genitori, uno l’opposto dell’altro, nessun altro.

Poi un giorno torna da scuola e gli dicono di vestirsi bene perché devono prendere parte ad una cerimonia ebraica, dai parenti della madre. Quella sera vede la donna che l’ha cresciuto trasformata, la freddezza che l’aveva contraddistinta fino a quel momento venne meno. Suo padre, invece, era un soprammobile che stonava con lo sfondo, uno di quelli che non hanno mai nulla a che fare con l’ambiente in cui si trovano. 

Come cocci per terra

L’alter ego dell’autore fa così conoscenza con i suoi cugini, restando affascinato dall’intellettuale e occhialuta Francesca, che nel giro di qualche mese sarebbe diventata il suo primo amore, consumato velocemente nella stanza di un albergo newyorkese durante una vacanza finanziata dal ricco zio Gianni. Tornati a Roma, il protagonista ritrova la cappa opprimente della propria famiglia, sempre più sfasciata. È come se la sua presenza fosse stata, in tutti quegli anni, il collante in grado di tenere uniti i genitori e una volta venuta meno, a causa della vacanza, il vaso era andato in pezzi.

La madre taciturna, il padre cacciato di casa e talmente ubriaco alle quattro del pomeriggio da non riuscire a tenere in mano un gelato. Il ragazzino, immusonito come tutti gli adolescenti, non sa da che parte stare, con chi schierarsi. Di notte le urla e i piatti che si sfracellano al suolo lo svegliano. Avrebbe dovuto capire che era un segnale: di lì a poco anche la sua famiglia e la sua vita sarebbero andati in pezzi come la ceramica bianca su cui, fino al giorno prima, cenavano come in un perfetto quadretto familiare.

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Figlio del dramma del nostro tempo

È una storia che conosciamo, che sentiamo raccontare al telegiornale tutte le sere. Donne che muoiono, bambini e ragazzi che restano. Il protagonista in una sera resta orfano, perdendo entrambi i genitori. Lei si schianta al suolo, dopo un volo dal terrazzo. Difficile dire se si tratti di omicidio o suicidio. Lui finisce in carcere, da dove non sarebbe mai uscito.

Alessandro Piperno ci propone uno spaccato della nostra realtà, facendoci percepire il dolore di un ragazzino che vede la propria esistenza crollare prima ancora di rendersene conto. Ha visto tutto, dalla porta della sala. Ha guardato il dramma familiare consumarsi davanti a sé, i piedi a contatto con il pavimento freddo e il pigiama indosso. 

«Di chi è la colpa?»

 Di loro, degli orfani dei femminicidi, si parla poco poichè vengono considerati ancora come delle vittime secondarie. D’altronde sono vivi, respirano, perché dovrebbero essere percepiti in altro modo? Si pensa spesso a chi muore, raramente a chi resta. Ai bambini e le bambine che vedono i propri genitori trasformarsi in vittima e carnefice. 

Il protagonista, poco più che adolescente, si trova a chiedersi cosa sia meglio, se una madre suicida o un padre omicida. In entrambi i casi cerca un colpevole finchè, anni dopo, mentre è alla guida ha un commovente dialogo con sua madre, che cerca di spiegargli come a volte l’idea che le catastrofi avvengano senza un particolare colpevole sia insostenibile per la maggior parte delle persone: si deve pur scaricare la propria rabbia su qualcuno.

È l’errore commesso dalla maggior parte delle persone. Stanno tutti lì a chiedersi: di chi è la colpa? Come se tutto ciò che non va, che non funziona nelle loro vite, tutto il dolore dovesse per forza avere un responsabile che li trascende.Mai che si dicano: forse la colpa è mia. O ancora meglio: forse la colpa non è di nessuno. Le cose sono andate così.

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Una formazione fallimentare

Per antonomasia, il romanzo di formazione deve avere una fine completa, la maturità dev’essere raggiunta, il protagonista deve realizzarsi. Difficile dire se ce l’abbia fatta, nella scena finale sta ancora provando a ricucire il rapporto con Francesca, più di vent’anni dopo la loro prima ultima volta. Non è riuscito a guardare avanti, ad andare oltre, la sua dichiarazione d’amore silenziosa fatta alla cugina quando erano solo dei ragazzini divenne un giuramento eterno, una promessa di struggimento.
D’altronde, a Francesca deve tutto: è stata lei ad iniziarlo alla letteratura dopo averlo paragonato a Daniel Deronda, durante la vacanza in America. Senza la sua spinta probabilmente non sarebbe mai diventato uno scrittore. Non è soddisfatta, Francesca, di come sia cresciuto il cugino:

Come si rimane incastrati nelle ultime pagine dell’Educazione sentimentale? Sfido che non hai nessuno, hai la maturità affettiva di un poppante. Se ripenso a com’eri. Il ragazzo più affettuoso, delicato e incantevole che avessi mai conosciuto.

Una formazione non lineare, perché dopo la tragedia il ragazzo abbandona la sua inseparabile chitarra, la scuola pubblica e il suo migliore amico per iscriversi in un istituto facoltoso, all’altezza dello zio che lo ospita. Quando Francesca torna da Israele, dove era andata a cercare se stessa, non lo riconosce più. 

Il peggio e il meglio erano passati, così, fusi in un palpito, e tutto sommato non avevano lasciato traccia.

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Maria Ducoli

22 anni, studio linguistica a Venezia, leggo, scrivo e cerco di sopravvivere alla giornata.

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