Esistono città che crediamo di conoscere. Città che sembrano appartenere al mondo intero. Basta pronunciarne il nome per sentirsi cittadini, come se la memoria collettiva avesse consegnato a ciascuno un passaporto simbolico. Sono città che si lasciano attraversare, raccontare, riscrivere in libri che si leggono per familiarità, per riconoscervi qualcosa che si possiede già, o di cui si hanno almeno le premesse. Parigi è una di queste.
E se, dal 1983 a oggi, molti hanno scelto di leggere Parigi di Julien Green – lo scrittore dal cognome americano e dall’anima profondamente parigina, che fece del XVIII arrondissement la sua sola e vera patria – è forse per tentare di sovrapporre la Parigi dei loro ricordi, quella dei boulevard, del rumore dei tacchi sulla pietra e del vento sulla Senna, a quella evocata tra le righe del libro.
Ma le due immagini non coincidono. Troppe fratture. Tra le due città si apre uno spazio di smarrimento, di ricerca, di memoria.
La nostalgia dell’autenticità
La lettura lascia in bocca sapori precisi: il sottile fastidio di non possedere le chiavi per penetrare in ciò che Julien Green ricordava con amore della sua Parigi; la consapevolezza di non aver compreso fino in fondo quella città che si colloca, quasi istintivamente, tra le proprie preferite; e, più forte di tutto, il desiderio di assaporarla davvero.
È in questo retrogusto che riaffiora la nostalgia del vero viaggio, proprio quando «i viaggi sono finiti» (Claude Lévi-Strauss). Non perché il mondo sia stato percorso in lungo e in largo, ma per la mercificazione dell’esperienza stessa. La curiosità diventa consumo. Le mappe sono ormai tutte tracciate, come gli itinerari obbligati e i tour de force di quarantott’ore. Si parte per riconoscere, non per scoprire.
Dove, se non nella letteratura, si conserva una certa autenticità? La penna restituisce la giusta densità alle cose; ridona significato a ciò che, nell’età dromologica, è stato reso trasparente. Scrivere di luoghi significa ascoltare le risonanze che la fretta cancella. Così, in Parigi, Green non si fa solo viaggiatore, ma cercatore di memorie. Ridisegnando la sua città, interroga la sua identità, compie un gesto autobiografico.
Risulta lontana la Ville Paname dei turisti frettolosi e dei parigini distratti: la città di Green si concede soltanto a chi si lascia scegliere. È la Parigi silenziosa e intensa dei flâneur, dei viandanti, degli innamorati del tempo perduto e ritrovato tra i meandri, le prospettive, le atmosfere.
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La topografia sentimentale di una città infinita
Parigi (acquista) è al tempo stesso mappa e bussola. È un invito a camminare, a meravigliarsi di fronte alle scalinate che salgono e scendono come respiri – perché Parigi vive anche nel ritmo delle sue scale –, al nuovo Trocadéro che ha sostituito il «vecchio gigante orientale e panciuto», ai colori che riflettono la Francia intera secondo la visione degli impressionisti. I frammenti di una topografia sentimentale tenuti insieme dalla Senna: la grande strada d’acqua che attraversa la città e ne custodisce i corpi dannati dei Canti dei Maldoror, dei Miserabili, di Relitti, ma anche dei suicidi senza nome. Da un ponte, da un quai, la corrente lascia intravedere ciò che trattiene: i segreti, le speranze, la poesia che resiste sotto la superficie.
Un manuale da consultare, Parigi, per tentare di rispondere alle domande che Green affida alle ultime pagine: «A che cosa pensa? […] Si chiede qualche volta perché sia sulla terra e perché proprio in quell’epoca e non in un’altra? Che cosa crede? Che cosa vede?». L’uomo che, forse, mille anni dopo l’autore, in piedi dietro il vetro della stessa finestra, guarderà lo stesso paesaggio di case dietro gli alberi e lo stesso cielo primaverile. Domande sospese, attraversate dal filo sottile che riconduce alle tre parole di chiusura: «una bellezza infinita».





Gli indizi si trovano a Passy, dove Green camminava con le mani raccolte dietro la schiena; a Palais Royal, con il suo improvviso silenzio dopo «il frastuono delle strade e delle piazze»; a Val-De-Grâce, dove l’architettura da sogno sembra di vetro e «ci si aspetta di veder brillare le stelle». Li riconoscerà chi, investito dalla grazia di disporre del tempo e del privilegio di perderlo, si perderà a Parigi, e lei lo accoglierà.
Ma se le scale dei palazzi stuzzicano la curiosità, quale rassicurante malinconia riversano nell’animo del flâneur i gradini di pietra che lo invitano a costeggiare le rive della Senna e a perdersi nella contemplazione delle sue acque scure! […] Quando risale i gradini gli sembra di aver fatto provvista di ricordi e di essersi arricchito di una nuova tristezza.
[È la Senna a parlare] «E scommetto che tra cent’anni alcuni rimarranno incantati nel leggere che a Parigi, nel ventesimo secolo, c’erano ancora mostri a quattro ruote sulle strade, scale nelle case, torri, musei. […] Comunque sia, rimarrò sempre al mio posto invisibile; pensa che io attraverso troppe Parigi immaginarie, ma per tutti i corpi che i vostri romanzi hanno affogato nel mio letto io sento ancora le grida vere che i miei flutti hanno ingoiato, ho tutte le prove che hanno nascosto nel mio seno fin dal Medioevo, […] e se, come gli altri, vuoi sapere cosa davvero penso di Parigi, ti consiglio di guardare con il cuore il sorriso misterioso della sconosciuta della Senna.»
L’altra sera passeggiavo dalle parti di rue des Feuillantines e mi ronzava in testa il nome Val-de-Grâce. Quando si risale rue Saint Jacques […] arriva il momento che anche il flâneur più informato sui misteri della sua città si ferma e osserva in silenzio. Parigi appartiene ai sognatori, a chi sa svagarsi nelle strade senza badare al tempo che passa; in cambio, può vedere ciò che altri non vedranno mai.
Courbevoie, la Grande Jatte e i prati inondati dal sole, Argenteuil e le vele bianche delle regate, Mantes intravista fra gli alberi di Corot in una luce argentea: ecco uno degli aspetti più belli del mondo sensibile. A ogni passo ritroviamo la Francia intera. È a tal punto legata ai nomi di Vétheuil, di Les Andelys, di Rouen, di Jumièges che al solo ripeterli, questi nomi meravigliosi, sentiamo rinsaldarsi la speranza di quei giorni migliori e la fiducia in quel qualcosa d’indistruttibile che è la Francia. […] In quei quadri sorride, ed è forse più straziante che se ci lasciasse vedere le lacrime versate in segreto. La Francia ieri felice e adesso martire, così lontana da farci apparire insuperabile lo spazio che ci separa dalle sue rive, eppure così vicina e così presente da riempire la nostra solitudine con le sue strade, i suoi campi, le sue chiese, i suoi volti e le sue voci: ci basta guardarci dentro per ritrovarla viva e intatta nella nostra memoria e nel nostro cuore.
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