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Il canto della paura e la voce del mito

Carmen Gallo vince il Premio Strega Poesia 2026 con «Procne Machine»

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Carmen Gallo vince il Premio Strega Poesia 2026 con Procne Machine

Bis per Einaudi: dopo il successo del romanzo I convitati di pietra di Michele Mari al Premio Strega 2026, la casa editrice torinese porta a casa un altro importante riconoscimento letterario. È Carmen Gallo, con la raccolta poetica Procne Machine ad aggiudicarsi il Premio Strega Poesia 2026 con 33 voti su 83 espressi. Tris, se consideriamo la vittoria di Marcello Fois al Premio Campiello 2026 con il romanzo L’immensa distrazione.

Seguono in graduatoria: Isabella Leardini, Maniere nere (Mondadori) 18 voti; Vincenzo Ostuni, Faldone (Il Saggiatore) 17 voti; Federico Italiano, Godzilla e altre poesie (Guanda) 10 voti; Fabrizio Lombardo, La linea spezzata (Donzelli) 5 voti. 

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La premiazione 

L’opera vincitrice è stata scelta dagli Amici della poesia, cento donne e uomini di cultura residenti in Italia e all’Estero. Tra questi sono compresi i componenti del Comitato scientifico: Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa, Mario Desiati, Roberto Galaverni, Vivian Lamarque, Patricia Peterle, Stefano Petrocchi, Laura Pugno, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta.

È stato il Comitato scientifico a selezionare la cinquina finalista, annunciata lo scorso 16 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino. Questa la motivazione con cui ha ammesso alla finale l’opera premiata:

Carmen Gallo, con Procne Machine, costruisce un solido, un volume tematico, una sorta di monumento classico paradossale, la scultura a parole di quanto di più lieve conosciamo: il volo. E del suo contrario, volo e canto bloccati dal disincanto in varie forme di bellezza atroce. A metà libro compare un saggio in versi sull’atto del volare, con parole che spiccano dalle terre del mito e planano su tutta la volatile, commossa, intelligente materia letteraria, che – come tutta la poesia – è attraversamento della paura, fissazione verbale di una fobia.

La premiazione si è svolta alla Casa dell’Architettura di Roma presso il complesso monumentale dell’Acquario Romano e in diretta streaming su RaiPlay. Anche quest’anno l’autrice vincitrice riceve, oltre a un riconoscimento in denaro offerto dall’azienda Strega, un esemplare dell’opera dal titolo L’Infinito Premio Strega, realizzata e donata dal maestro Emilio Isgrò.

A Isabella Leardini il Premio Strega Giovani Poesia

La cerimonia ha ospitato anche la consegna del Premio Strega Giovani Poesia, sostenuto da BPER Banca nell’ambito del proprio impegno per la promozione della lettura tra le nuove generazioni.

Ad annunciare il nome della vincitrice è stata Lorena De Vita, dell’Ufficio Sponsorships di BPER. Il riconoscimento è andato a Isabella Leardini per la raccolta Maniere nere (Mondadori), che ha ottenuto 35 voti su 128 espressi da una giuria di studenti provenienti da circa trenta scuole secondarie di secondo grado italiane.

Nel corso della premiazione è stata inoltre assegnata una menzione a Klizia Maffei, studentessa dell’Istituto “Publio Elio Adriano” di Tivoli, autrice della migliore recensione dedicata al libro di Leardini.

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Parliamo di «Procne Machine»

Ho sempre avuto paura di voi.
L’ombra del volo sulle facciate,
le piume nelle scale, il battere sordo
delle ali intorno al corpo pieno
di organi e viscere come umani.
La minaccia costante nelle strade
di essere colpiti, di essere sfiorati.
I muscoli in allerta, le pupille dilatate.
La testa inchiodata a un solo pensiero.
Com’è possibile difendersi da ciò
che ci minaccia o ci reclama dall’alto.

Pubblicata nella collana Collezione di poesia, Procne Machine parte da una paura personale per sviluppare a una più ampia riflessione sulla violenza, sulla memoria e sulle possibilità del linguaggio.

Il volume è articolato in cinque sezioni – Aprile, Procne Machine, Le metamorfosi, Traducendo Keats e Il quadro (nessun recinto salva) – che affrontano questi temi attraverso il dialogo con il mito classico, la letteratura moderna, la musica, la traduzione e le arti visive.

La prima sezione, Aprile, introduce il lettore nell’universo inquieto della raccolta. La paura degli uccelli, dichiarata fin dai versi iniziali, si intreccia con l’osservazione dei cambiamenti ambientali e con la progressiva diminuzione delle specie capaci di cantare. Il paesaggio urbano diventa uno spazio in cui la presenza dei volatili suscita allarme e disorientamento, mentre la loro scomparsa pone interrogativi sul rapporto tra gli esseri umani e il mondo naturale.

La seconda sezione, Procne Machine, sposta il centro dell’indagine sul mito narrato da Ovidio, segnato un episodio di indicibile violenza. La vicenda mette al centro una questione fondamentale: che cosa accade quando a una persona viene sottratta la possibilità di parlare?

Nel mito Tereo, marito di Procne, stupra Filomena in un bosco e le taglia la lingua per impedirle di raccontarlo.

Dello stupro dice che dopo l’accaduto le concesse di alzarsi, ma lei restò seduta come «un piccolo uccello appena fuggito dagli artigli di un falcone», che non osa riaprire le ali e tentare un secondo volo.

Filomena, costretta, tesse la propria verità su una tela e la consegna alla sorella Procne. Le due donne, per vendicarsi, decidono di uccidere il figlio di Procne e Tereo, Iti, e di darlo in pasto al marito. Quando scopre l’accaduto, Tereo prova a uccidere le sorelle e le insegue, ma gli dèi li trasformano in uccelli: Tereo in upupa, Procne in rondine e Filomena in usignolo. 

Attraverso personaggi e di microstorie, il mito si trasforma in una macchina narrativa capace di attraversare epoche e linguaggi. In questa prospettiva, il mito non è soltanto una storia di sopraffazione e vendetta. Diventa anche una riflessione sui mezzi attraverso cui un’esperienza può essere raccontata quando la parola è stata negata.

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Testimoni e prigionieri della poesia

Il percorso prosegue con Le metamorfosi (non a caso, dopo Ovidio), una sezione centrale perché restituisce una sensazione di costrizione. Le figure mitologiche si trasformano ulteriormente, da liberi diventano uccelli impagliati, oggetti decorativi destinati a osservare senza poter reagire, esposti al cambiamento senza avere la possibilità di governarlo.

Da quando ci hanno impagliate
non abbiamo piú bisogno
di un posto dove andare.
Siamo qui su una mensola
tra la finestra e l’armadio.
Quando ci hanno trovate
eravamo vive e spaventate.

Da questa posizione apparentemente inerte, le due creature osservano gli spazi domestici e le vicende umane che vi si consumano. Assistono alle esistenze catastrofiche, violente e malinconiche degli inquilini che, nel corso degli anni, si susseguono nell’appartamento che le ospita. 

Testimoni silenziose, osservano il lento deteriorarsi delle cose e dei corpi, fino a condividere la stessa sorte. La loro trasformazione in oggetti riproduce, in una nuova forma, la condizione di Filomela. Sono condannati ad assistere alla violenza senza poterla denunciare, a vedere senza poter parlare.

Con Traducendo Keats, la raccolta si apre al confronto diretto con altri autori. I testi tradotti, da Keats a Shelley, da Tennyson a Yeats, ampliano il dialogo con la tradizione poetica e introducono una riflessione sulla possibilità di accogliere una voce diversa dalla propria. Tradurre significa ascoltare, interpretare.

In questa prospettiva, il lavoro di Gallo si collega nuovamente alla vicenda di Filomela. Come la figura mitologica cerca una modalità alternativa per raccontare la violenza subita, così la traduzione diventa un luogo in cui una voce può essere accolta e trasformata.

L’ultima sezione – Il quadro (nessun recinto salva) – contiene l’ecfrasi di un’opera di Max Ernst, Due bambini sono minacciati da un usignolo, dipinta nel 1924. Attraverso la scrittura, Gallo rielabora l’immagine del dipinto, catapultandosi nella tensione qui rappresentata. Se nella tradizione l’usignolo è associato alla bellezza del canto, qui assume una presenza inquietante. E la cornice, elemento che dovrebbe delimitare e proteggere la tela, rivela la sua fragilità. Non esiste un confine capace di garantire che la minaccia rimanga fuori, né una struttura che possa mettere definitivamente al riparo dalla violenza. Come scrive Gallo: «Il recinto è aperto e non protegge nessuno, né quelli dentro né quelli fuori».

Può la poesia salvarci dalla paura?

Le cinque sezioni di Procne Machine (acquista qui) sono un percorso che mette in relazione esperienza autobiografica e memoria culturale, sperimentazione formale e interrogativi contemporanei.

A tenere insieme le diverse parti è soprattutto il motivo del canto. Una forma di espressione che può essere minacciosa, dolorosa o leggera, e che in ogni sua forma continua ad affermare la propria possibilità di esistere.

Ma così come nessun quadro può definirsi salvo, allo stesso modo nessuna poesia può garantire salvezza. È in questa consapevolezza che emerge la metafora stessa della raccolta di Gallo.

Scrivere può essere un tentativo di dare forma alla paura, di esorcizzare il trauma e sottrarre all’oblio ciò che la violenza vorrebbe cancellare. Continuare a cantare significa resistere al silenzio, anche quando la parola non è sufficiente a cambiare la realtà. La poesia, dunque, non offre una via d’uscita definitiva, ma permette di attraversare l’esperienza della paura e di renderla condivisibile.

Consigliato a chi si è più volte interrogato sulla possibilità di conservare la propria voce senza sottrarsi al confronto con quelle degli altri e con la storia.

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Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorro il mio tempo libero tra le pagine di JD Salinger, di Raymond Carver, di Richard Yates o di Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

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