«Equinozio» di Stefano Carrai. «Dare tregua alla voce»

La terza raccolta poetica di Stefano Carrai che conferma la grandissima sensibilità sociale e privata del filologo e poeta

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Equinozio

Nel novembre del 2021 Industria&Letteratura ha proposto al pubblico la terza raccolta poetica di Stefano Carrai: Equinozio. Carrai, già professore e filologo affermato, negli ultimi anni si è cimentato nella poesia, riscuotendo un eccellente successo di pubblico e critica. La prima plaquette Il tempo che non muore è del 2012 e viene edita da Intelinea; il libro è presentato da Luigi Surdich «come esordio poetico sorprendente, di assoluta qualità».

I componimenti si aggiudicano il Premio Pisa per la Poesia nel 2013 e il Premio Contini Bonacossi nel 2014. Nel 2017 è la volta de La traversata del Gobi (Aragno Editore), vincitore lo stesso anno del prestigioso Viareggio-Rèpaci. Nel frattempo l’attività accademica di Carrai è proseguita con importanti pubblicazioni nel settore. Fra tutti si ricordano una monografia su Umberto Saba e il saggio Il primo libro di Dante. Un’idea della Vita nova.

Stefano Carrai: da filologo a poeta

Con Equinozio Carrai si riconferma poeta di spessore con una grandissima sensibilità sociale e privata. La capacità dell’intera raccolta, infatti, consiste nel rielaborare – per il tramite di esperienze personali – un dramma collettivo. Il rimpianto e la malinconia di certi componimenti lasciano a volte spazio alla tragedia. Alternando vari registri linguistici, l’autore restituisce così un’opera variegata che sicuramente troverà il plauso tra gli estimatori della poesia contemporanea.

Già il titolo presagisce un passaggio, un cambiamento, che Carrai è sia disposto che costretto a compiere in ossequio allo scorrere del tempo. Tuttavia, la sua non è un’analisi solipsistica che ragiona esclusivamente sul suo vissuto, anzi.

La fine dell’estate, l’inizio dell’autunno.

La maturità porta con sé maggiore consapevolezza e letture profonde sia sulla propria esistenza – inevitabilmente incasellata in un determinato periodo storico – che sui fatti più nefasti della storia moderna. Esemplificativo di questa frattura – o meglio, di questo passaggio graduale – è la sezione Dopo l’estate. Come sottolinea Clelia Martignoni nella prefazione, si tratta di «17 tempi poetici senza titoli singoli, più una breve prosa visione-sogno, sul tema delle estati giovanili, guardate dal “dopo” della maturità, che è insieme consapevole perdita».

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Nell’equinozio vi è un esatto equilibrio fra luce e buio che se trasposta nel vissuto personale potrebbe coincidere con una calibrata presa di coscienza. Eppure, come un equinozio annuncia la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, così la vita dell’uomo volge naturalmente in un’altra direzione, apparentemente opposta. In maniera precisa, quasi filologica, Carrai continua – per usare una sua espressione – «a frugare in uno specchio». In questa prima sezione l’autore è portatore di uno sguardo particolarmente maturo e forse proprio per questo malinconico, empatico e ricolmo di una certa tenerezza.

Non c’è rimprovero verso le esperienze vissute. Si tratta di una lunga e cadenzata elegia, senza che essa scada in toni patetici. A tratti l’allegria del ricordo impregna interi componimenti. Però, più di tutto, avanzano ineluttabili «le lingue di mare / a cancellare senza fine i nostri / passi sulla battigia».

L’io lirico testimone fuori dal tempo

Nelle prime pagine di Equinozio si respira l’Italia dei decenni passati. Così l’autore tratteggia con un linguaggio minimale, semplice e variegato un’epoca con i suoi suoni, colori e sentimenti condivisi. Per questi motivi i versi di Montale in epigrafe rispecchiano fedelmente le sensazioni dell’autore: «al poggio / cui domina una statua dell’Estate / fatta camusa da lapidazioni». Solo nella seconda sezione Carrai si cimenta nello sviscerare i drammi del Novecento.

L’autore assume così la veste di testimone fuori dal tempo, rendendosi dunque ricercatore capace e attento. Coinvolto emotivamente senza esserne immerso, il poeta rivive gli attimi atroci del secolo scorso, sentendosi così immerso «nel cuore della storia». Anche in questo caso le impressioni sbiadite vengono riviste e di conseguenza ne viene conferita nuova vita.

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Un ritratto straziante si apre con un componimento dedicato ad Anna Frank, dove la sua ultima casa-rifugio diviene prototipo per spiegare la disumanità dell’essere umano. Il paesaggio marittimo della Versilia caratteristico della prima sezione viene sostituito da acque più torbide. Oltre i canali olandesi, gravidi di sofferenze, emergono scenari nefasti, quali la battaglia di Capo Matapan oppure lo sbarco in Normandia. Queste suggestioni, ad esempio, regalano tra i versi più toccanti e calibrati dell’intera silloge. Proprio con riguardo alla disfatta della Regia Marina Italiana del 1941, Carrai scrive: «ma in fondo li senti / quegli affusti incrostti / gli scafi arruginiti / sono bare».

Ne seguono anche profonde riflessioni sull’Olocausto o sui più atroci atti criminali durante il conflitto mondiale. Fra tutti risalta, anche nella memoria collettiva, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. In particolare, nell’omonima poesia viene evidenziato ancora una volta l’interrompersi dell’estate, dove questa simboleggia però la morte imminente:

il cuore pèsca che un baco trafora
non riesce a seppellire
quell’elenco d’estati
andate in fumo un dodici d’agosto

Il pensiero di Carrai, però, non è diretto solo ai morti della guerra, ma anche a quelli che sono rimasti. In Conteggio finale il poeta è consapevole del trauma comune che i sopravvissuti sono costretti a portare con sé, «convivendo / per anni con la mortificazione».

La vita di un Proteo

La terza sezione intitolata Emblemi, poi, viene aperta con una frase di Pavese in cui si afferma che «ognuno di noi possiede una mitologia personale». Non a caso anche questa parte ha un riferimento al mondo marino, in particolare all’essere mitologico Proteo. Oltre ad essere divinità acquatica e oracolo, Proteo è anche mutaforma. In tal senso l’autore vede la propria essenza e formazione. «Una coscienza / ammetto / un po’ da trovarobe», scrive Carrai. Con un tono faceto descrive la sua volontà di non essere fissato in una sola categoria.

Lo stesso fatto di essere sia professore che poeta riconferma quest’intento anche nel suo vissuto. Il viaggio prosegue con il suggestivo Ulisse che immortala l’eroe omerico nel celebre episodio delle sirene. Il canto tentatore non viene visto solamente come tale, ma anche come melodia nostalgica. La volontà di virare e tornare alla fonte del suono è incontrollabile, eppure i lacci e la corrente spingono l’Ulisse/Carrai nella direzione opposta. L’avanzare irresistibile delle stagioni fa sì che ogni grida, supplica, sia inutile.

Un’altra impressione classicheggiante conclude questa sezione. È la volta dell’auriga di Mozia, statua ellenica raffigurante un giovane intento a guidare il proprio carro. Prendendolo a modello, anche questa volta l’autore ragiona sulla caducità della vita, infondendo però nuova speranza. L’annuncio di una nuova vita diventa così una specie di supplica sincera e profondamente desiderata con tutta l’umiltà del poeta.

La contemporaneità secondo «Equinozio»

Tuttavia, è solo con la quarta sezione – Adagio di lamentazione – che Carrai raggiunge le vette del proprio impegno sociale e politico, dedicato anche alle tematiche contemporanee. Si tratta in questo caso di versi brevi, lapidari, che con poche parole tratteggiano un quadro caratterizzato da una certa compassione. Nelle parole di Carrai non emerge la rabbia; più che altro si tratta di una constatazione disillusa e rassegnata. I migranti popolano le città e fin dal verso in epigrafe di Derek Walcott vengono paragonati a uccelli. Il primo componimento risulta esemplificativo:

si abbattono sull’acqua
oppure gli s’impigliano
le penne nella rete
e allora te li trovi
al semaforo che
con l’ala rotta
ti bussano sul vetro

Ancora una volta risalta l’empatia dell’autore, questa volta spettatore impotente di fronte a una realtà ingrata e per niente generosa. La trasposizione di fatti quotidiani in immagini poetiche tramuta queste otto poesie istantanee in una sorta di cruda favola sui giorni nostri. Per riprendere la prefazione: «La quinta sezione (tagliente l’epigrafe sveviana, e malizioso il titolo Stefanofora, giocato sul nome dell’autore e sull’etimo greco) riserva quattro quadri scavati e dolenti alla “mesta” vecchiaia materna».

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Il lutto diviene, dunque, personale. Un dramma privato assume a tratti i contorni di situazioni diffuse: il malato famigliare sul letto di morte («skyline di medicine / sopra il tuo comodino»). Però, viene rielaborato e permette al lettore di addentarsi negli attimi forse più privati della vita del poeta. Un tenero canto d’addio, la voglia irrefrenabile di rivivere gli aneddoti più volte raccontati. Ribellarsi alla morte tramite la potenza delle parole che richiamano ricordi, a loro volta ancorati a precisi episodi. Il figlio ormai anziano non può che ragionare il proprio dolore:

sei in questa medaglietta
d’alluminio
madonnina di frodo
nel borsone del tuo vecchio bambino

Carte d’imbarco, poi, è la sezione finale di Equinozio. In apertura una citazione di Beckett tratta dall’immortale Aspettando Godot. Il partire per non arrivare: i viaggi fisici ed emotivi di una vita. Il poeta ancora una volta ricorda. Il senso della storia viene tradotto in fugaci impressioni. Omaggi e amici scomparsi, brevi attimi incasellati in fuggevoli vacanze. Carrai ha la capacità di condensare nella propria poetica le tragedie mondiali e le sofferenze quotidiane con quelle private.

Una raccolta imprescindibile

Equinozio diventa un passaggio obbligato e imprescindibile per la poetica di Carrai. Una silloge capace di conquistare il lettore con una grande varietà tematica e stilistica. Il desiderio della giovinezza, il graduale volgere della vecchiaia, un compendio per imparare a vivere tenendo presente le innumerevoli sfumature dell’essere.

Ed è bene concludere con alcuni versi tratti dalla prima sezione, forse la più emozionante del libro. Una ragazza di Milano bruna, infatti, potrebbe essere un riassunto di molte impressioni che lascia la lettura di Equinozio:

I suoi sedici anni
mi restano nella fotografia
in bianco e nero in cui ha i pantaloni
a zampa d’elefante
le scarpe da ginnastica
una maglietta rossa
con in nero il viso di Che Guevara.
Sul retro c’è la dedica
con tanto amore
Sara

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Lorenzo Gafforini

Classe 1996. Nel 2020 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Brescia. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie e due racconti.

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