«Può il passato aiutare il presente? Possono i morti salvare i vivi?». Questa è una delle domande che l’autrice sudcoreana Premio Nobel per la Letteratura nel 2024 Han Kang si è fatta durante le ricerche per la stesura del suo romanzo Atti umani. Questo episodio, contenuto nel libriccino Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti, contenente il discorso d’accettazione del Premio Nobel da parte dell’autrice, ci racconta molto chiaramente il trait d’union che lega l’opera omnia di Han Kang, ovvero il dialogo fra passato e presente, vita e morte attraverso il corpo e la memoria che serve a noi umani per comprendere come il dolore alla fine sia necessario e al contempo come sia importante parlarne per testimoniare il semplice fatto di aver vissuto la propria vita.
Forte della vittoria del Nobel, Adelphi ha pubblicato recentemente Il libro bianco, in realtà libro del 2016 che molto ci racconta da un lato dell’evoluzione stilistica della sua autrice – approdata a una prosa sempre più scarna, più lirica, e allo stesso tempo visiva, plastica e corporea – e dall’altro di un cammino di consapevolezza che lega il suo dolore e quello dell’umanità tutta alla Storia.
La trama di «Il libro bianco»
Non è un caso che si è citata la parola “Storia”. Il libro bianco infatti intreccia la storia individuale di Han Kang con quella della città di Varsavia. Come scritto nella nota in appendice al libro, l’autrice di Gwangju ha viaggiato a Varsavia nel 2013 su invito della sua traduttrice polacca Justyna Najbar. L’occasione è stata quella di prendersi un periodo di riposo dopo l’uscita di Atti umani, un libro che intreccia storia individuale e Storia con la “s” maiuscola in relazione al massacro di Gwangju del 1980.
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Ciò che racconta Han Kang nella nota è come il viaggio a Varsavia, con i suoi palazzi ristrutturati e il suo Museo dell’Insurrezione sulla resistenza nazista, abbia risvegliato in lei ricordi di un trauma che riaffiora a poco a poco nella sua mente: la morte prematura della sua sorella maggiore due ore dopo la sua nascita, un evento che ha influenzato non poco la famiglia della scrittrice.
Il ricordo della resistenza nazista in Varsavia si intreccia con la morte prematura della sorella maggiore dell’autrice, in quanto ciascun trauma è in fondo qualcosa di collettivo: le ferite profonde che intaccano Varsavia e l’autrice sono il cosiddetto “filo luminoso” che Han Kang ha citato nel suo discorso per il Nobel, in quanto ricostruire la vita e la propria storia dall’assenza di colore, ovvero dal bianco, è possibile soltanto a partire da ciò che sporca il bianco, vale a dire dalla violenza, da cui purtroppo non si può prescindere.
«L’intero libro è una nota dell’Autrice»
Ciò che colpisce di più chi legge Il libro bianco è quanto sostiene l’autrice nella sua nota in appendice: «L’intero libro è una nota dell’Autrice», una frase detta al proprio editore nel 2016 in occasione dell’uscita di questo romanzo. Sebbene questa sembri una frase detta per pigrizia e per mancanza di voglia di giustificare in questo caso la necessità di realizzare una nuova opera letteraria, in realtà ha un senso. Il libro bianco è difatti una grande nota dell’autrice, in quanto tanto ci spiega della sua poetica e dell’evoluzione della stessa.
Prima di parlare di questa grande nota dell’Autrice, è bene spendere qualche parola sulla collocazione di questo libro nell’opera di Han Kang. Il libro bianco si colloca fra Atti umani e Non dico addio, il primo un romanzo che alterna più prospettive narratologiche e l’altro che è raccontato in prima persona, accomunati però dall’intreccio fra storie individuali e la Storia: il massacro di Gwangju negli anni Ottanta il primo e il massacro di Jeju nel 1948 il secondo. Esso fa, dunque, da ponte fra i due libri, che come si diceva precedentemente qui si possono idealmente considerare l’uno il seguito dell’altro.
Il libro bianco ha permesso a Han Kang di approdare definitivamente alla seguente riflessione fatta nel discorso d’accettazione del Nobel:
Scrivendo, mi chiedevo: non potrebbe essere proprio questo a permetterci di sopravvivere nel nostro mondo precario e violento? Il fatto di appuntare lo sguardo sugli aspetti più vulnerabili dell’essere umano, e sfiorarne con mano l’innegabile calore?
Questo libro, quindi, ha permesso a Han Kang attraverso il viaggio a Varsavia e al ricordo della morte di sua sorella maggiore di rendere più universale il dolore umano attraverso una ricerca sempre più estrema di corporeità che, oltre a consistere nel contatto con l’altro, consiste anche nel contatto con la propria dimensione fisica, proprio come succede in Non dico addio, dove la protagonista rende universali il suo trauma e quello della propria amica non soltanto entrando in contatto con lei, ma anche con i propri fantasmi.
Alla scoperta di Varsavia
Parlare di questo concetto di universalità legato a Il libro bianco significa raccontare il viaggio di Han Kang a Varsavia, che in uno dei capitoli del libro chiama la “città bianca”. È proprio in questo capitolo che l’autrice ci racconta come l’innesto fra le vecchie rovine di Varsavia, incendiata e distrutta in inverno durante la Seconda Guerra Mondiale, e le nuove costruzioni le ha richiamato alla memoria la morte della sorella maggiore:
A lei che ha conosciuto lo stesso destino di questa città. Che è morta, o è stata annientata, ma si è ricostruita da sé, con tenacia, sulle sue rovine carbonizzate. E che, per questo, è ancora nuova. Una persona che porta addosso uno strano fregio – il segno chiaro e netto di unione tra i resti di pilastri e vecchi muri di pietra e le parti nuove costruite sopra.
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Sempre durante la permanenza a Varsavia, l’autrice immagina ad esempio di vedere farfalle fluttuare nell’aria e nota anche persone poggiare delle candele a un muro in rovina che ricorda il lutto dei morti durante la resistenza nazista. Non è un caso che Han Kang faccia riferimento alla farfalla. Su questo insetto infatti si intrecciano i temi dell’anima e del ricordo: per Platone era simbolo dell’anima, mentre per Vladimir Nabokov e W.G. Sebald – non citati a caso, visto che Sebald cita Nabokov e le farfalle in Gli emigranti – è il simbolo di un ricordo da inseguire e il cui inseguimento costituisce lo scopo ultimo della nostra esistenza.
L’immagine della farfalla anticipa quanto accadrà in Non dico addio, dove la dimensione spirituale si lega a quella fisica: la morte e il passato della sorella prematura dell’autrice si legano al suo presente, e ricordarla attraverso la scrittura e ricostruirne quindi la vita è motore per Han Kang per continuare a vivere per mantenere accesa la fiamma della propria esistenza.
Il bianco è il colore del lutto
Se per Francesca Mannocchi il bianco è «il colore del danno», ovvero di una fragilità invisibile che va fatta emergere per prendere consapevolezza della fragilità della propria vita, per Han Kang il bianco è il colore del vuoto e del lutto, un’assenza da colmare attraverso un tentativo di guarigione concesso soltanto continuando a esistere e a portare in grembo la memoria di ciò che è stato:
Anni dopo, passando sotto quegli alberi in fiore che parlavano di vita, rinascita, resurrezione, si era chiesta perché, all’epoca, avessero scelto proprio quella pianta. I fiori bianchi erano associati alla vita? O alla morte? Aveva letto che nelle lingue europee blank (vuoto), blanc (bianco), black (nero) e flame (fiamma) condividevano la stessa radice. Era questo che rappresentavano le due magnolie bianche, con la loro breve fioritura a marzo – fiammelle bianche e vuote che abbracciavano l’oscurità?
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La riflessione che l’autrice fa sulle parole per “vuoto”, “nero”, “bianco” e “fiamma” è interessante perché si legano al concetto coreano di “huin“, parola che dà il titolo originale al romanzo e che indica un intreccio fra vita e morte. Il bianco che intende Han Kang è quello della neve, che si sporca a causa degli incendi di Varsavia durante i bombardamenti e che in senso metaforico intacca l’innocenza della morte prematura della sorella, che le ha permesso tuttavia di vivere e di farla vivere:
Di conseguenza, se tu fossi ancora viva, io non starei vivendo questa vita. Se sono viva io, non puoi esserlo tu. È solo tra il buio e la luce, solo in quello spiraglio azzurrino, che possiamo scorgerci fugacemente in volto.
Tutto ciò si ricollega a quanto ha affermato l’autrice di Gwangju nel suo discorso di accettazione del Nobel: nel buio il linguaggio ci dice che siamo connessi gli uni con gli altri, e abbiamo bisogno di linguaggio e di corpo per opporci a ciò che distrugge la vita. Scrivendo e vivendo Han Kang si oppone a ciò che ha distrutto la vita di sua sorella, alla distruzione di Varsavia e, nei suoi romanzi, i massacri di Gwangju e Jeju: la scrittura e il ricordo ci aiutano a capire che noi siamo fatti di passato, di morte e di dolore, e che nell’esercizio della memoria di ciò che non c’è più riusciamo a continuare a vivere.
«Non morire. Continua a vivere»
Il libro bianco (acquista) costituisce un tassello importante nell’opera di Han Kang, un’autrice la cui «intensa prosa poetica affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana»: questo libro è fondamentale in quanto ci fa capire come la prosa scarna della sua autrice sia il frutto di traumi profondi che emergono attraverso le immagini, il contatto fra i corpi e la memoria. La scrittura in questo caso fa da candela nell’esistenza dell’autrice e di chi come lei ha vissuto dei traumi profondi: è ciò che, partendo dalla consapevolezza della propria fragilità, ci guida nel buio per portare la testimonianza di una possibilità di esistenza coniugando passato e presente, vita e morte.
Continuò ad avanzare controvento, coi fiocchi di neve che le soffiavano con violenza sul viso e sul corpo. Senza capire. Cos’era, quella cosa fredda e ostile, e al tempo stesso così fragile, effimera eppure di una bellezza impetuosa?
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