Recentemente uscito per La Nave di Teseo, Lina e il sasso è il nuovo romanzo di Mauro Covacich e si configura sin dalle prime pagine come estremamente particolare. Infatti, riesce a combinare stili diversi e tematiche eterogenee in maniera profonda e funzionale, e mai noiosa. Con un linguaggio chiaro e immediato e uno stile asciutto ma efficace, Covacich ci porta all’interno di una vicenda familiare, ma anche erotica, e soprattutto multipla come la periferia romana che ne fa sfondo.
Ogni tanto lo vedo impalato davanti al letto della bambina nel cuore della notte. Soffre di insonnia, così si aggira per la casa come un fantasma, fuma con la testa ben fuori dalla portafinestra contemplando i cornicioni aragosta della Torre Est, le tapparelle abbassate, la quiete brumosa dello sprofondo.
Il romanzo è stato proposto per il Premio Strega 2026 da Edoardo Nesi, con la seguente motivazione:
Mauro Covacich compone un romanzo dalla geometria perfetta, una favola moderna sulle combinazioni imprevedibili dei sentimenti che riscrivono le nostre vite, rischiarata da una bambina la cui luce brilla, acceca, colpisce. Seguendo la scia di Lina, inevitabilmente, ci ritroviamo addosso un poco della polvere iridescente che semina tra queste pagine.
Le contraddizioni che abbiamo
La storia, apparentemente, ruota attorno a una bambina di nove anni, che diventa la lente di ingrandimento attraverso la quale comprendere le difficoltà e le idiosincrasie degli adulti. Sua madre Elena si è separata dall’ex marito e la cresce nella periferia di Roma insieme a un nuovo compagno, con il quale il rapporto è un po’ particolare. Max, infatti, è affezionato moltissimo alla bambina e se ne prende cura, ma contemporaneamente rimane ancora fresca una storia del passato con Carlotta, la sua ex, che alla carriera di intervistatrice ha affiancato un’altra peculiare occupazione. Queste persone così diverse tra loro offrono all’autore l’opportunità di esplorare diversi aspetti della vita umana. Primo fra tutti, l’eros, in maniera totale e provocatoria.
Volete essere prese di brutto, possedute, inchiodate al muro, chiavate. Infatti sognate vichinghi, ultras, centurioni romani. Desiderare l’energumeno, il maschione. Godete della sua sfrontatezza, della sua prepotenza. Chiamami troia, chiamami puttana, sono la tua schiava. A letto siete tutte di destra. L’uomo mite, gentile, lo celebrate a parole, nei vostri discorsi, nelle vostre dichiarazioni di intenti. Ma poi non è lui che cercate di portarvi a letto.
L’autore analizza l’aspetto erotico e passionale, soprattutto delle donne e dell’universo delle sex worker, in maniera estremamente immediata. Non c’è spazio per lunghe descrizioni, bensì per la forza traforante della parola e dei dialoghi. Il ritmo del libro è infatti incalzante e funzionale nell’esprimere ciò che l’autore vuole suscitare nei lettori. Infatti, sembra voglia produrre in loro una sorta di costante smarrimento e scandalo, ma allo stesso tempo indurli a riflettere su sé stessi e sui loro limiti. Il romanzo ha una struttura molto precisa, nonostante la narrazione sembri voler essere estremamente spontanea: moltissime volte più che descrizioni abbiamo “scene”, frammenti, momenti indicativi, che poi trovano un loro senso e un loro equilibrio anche dopo. Sembra quasi che lo stesso ritmo narrante voglia suscitare le immagini di quelle stesse contraddizioni che albergano in ognuno di noi.
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E poi non rimase nessuno
Un elemento particolarmente interessante del romanzo è proprio il contrasto tra la prospettiva infantile di Lina e la complessità degli adulti che la circondano, una difficoltà morale che ovviamente lei ancora non conosce. Tuttavia, proprio questo punto di vista, benché sembri fondamentale, non è quello che colpisce di più. Sicuramente attraverso i suoi occhi molte situazioni appaiono allo stesso tempo semplici e misteriose, è uno sguardo particolare che filtra, ma la vera forza del romanzo sta negli altri personaggi. Sarà perché la storia dagli occhi di un bambino è – fin dal Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, per poi approdare nel cinema con il celeberrimo La vita è bella – già vista e sentita. Quello che è davvero originale sono proprio loro, gli adulti, i loro affanni, i loro misteri, che si svelano nel finale.
La periferia romana in cui si svolge gran parte della vicenda contribuisce inoltre a creare una sospensione tra quotidianità e disagio sociale. Le persone come lei sono fragili, mutevoli, spesso segnate da incomprensioni e desideri contrastanti.
«Lina e il sasso»: provare piacere, ammalarsi o morire
Il titolo stesso del romanzo suggerisce un possibile livello simbolico della narrazione, ma quando lo si legge si comprende perfettamente il riferimento: è una favola ungherese che Max racconta a Lina. In effetti, sono tantissimi i dialoghi tra i due dove sembra che lui la trasporti in viaggio, nella Mongolia per aiutarla quando crede che stia subendo bullismo venendo chiamata “mongolina”, ma nel fascino di questi viaggi c’è anche tutta l’ambiguità che disorienta i lettori, fino al finale. Le inquietudini degli adulti sono più vivide del punto di vista della bambina, che pure dà il titolo al romanzo e anche dell’espediente di questa favola.
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L’aspetto erotico rappresentato da Carlotta regala forse il viaggio più importante: è grandiosa la naturalezza di Covacich nel delineare non solo cosa succede, ma anche come avviene nella testa della donna e nella sua incessante ricerca del piacere e di sé stessa. Allo stesso tempo, c’è un elemento più conturbante e forse drammatico che passa per la figura di Max, come se ogni personaggio aggiungesse un tassello fondamentale a un puzzle fatto di perversioni e ansie: quello della “malattia”. L’essere malati in questo senso non riguarda semplicemente una condizione fisica ma – per citare un autore sicuramente caro a Covacich, in quanto anch’egli riferimento di Trieste – come in Italo Svevo è una condizione esistenziale, un disagio. A questo, tuttavia, l’autore aggiunge una forte tensione erotica che diventa tensione all’amore, al piacere, e quasi alla morte.
Quando i piedi lo portano verso le vie del centro, invece, gli capita di ritrovare uno dei tanti fachiri volanti, sparsi nei dintorni degli alberghi di lusso dalle cui porte girevoli sgorgano a fiotti, in tarda mattinata, turisti distratti e vogliosi di foto. […] Ma oggi chissà quali sono le sue mete. Vaga da ore, perdipiù senza musica, si butta nella calca, vi si immerge controcorrente, è come se volesse farsi attraversare dalla città, sentirla entrare dentro di lui attraverso i corpi della gente.
Al grigiore della Trieste di Svevo, in Lina e il sasso (acquista) si oppone la periferia romana che rappresenta perfettamente i personaggi del romanzo: è la parte degli ultimi, contrapposta al lusso del circoli sportivi che pure nel romanzo si descrivono. Roma è quella città che ci ricorda che per morire c’è ancora tempo. Eppure, in maniera romana e dialettale l’autore ci ricorda che se ci si ammala per sempre, nemmeno si muore più.
“Aho, piano! Pe’ mori’ c’è sempre tempo!”, gli dice il tassista prendendolo a bordo. Morire? Lui ormai non muore più.
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