Un mosaico spurio del tempo fra minuzie e scorie

«Di ora in ora» di Giorgio Falco

16 minuti di lettura
Di ora in ora

Ci sono libri che raccontano una storia, e altri che la scavano. Questi libri appartengono alla categoria della letteratura del tempo. Non quello del romanzesco, ma del reale: fisico, concreto, quotidiano. Il tempo che cola tra un’ora e l’altra, che si incarna negli oggetti scartati, nelle strade sterrate, nei falò di quartiere, nelle pile esauste di un bambino dell’hinterland milanese che poi cresce e focalizza l’attenzione su minuzie sempre più insignificanti – almeno per i nostri occhi – come gli scarafaggi trovati morti durante la disinfestazione di case e edifici abbandonati.

Con Di ora in ora (Einaudi, 2026) Giorgio Falco ha scritto difatti un libro che non si lascia classificare con facilità: non è un romanzo, non è un memoir, non è un saggio, ma allo stesso tempo può essere tutte e tre le cose. È piuttosto un atto di resistenza contro il dimenticare: un archivio privato trasformato in letteratura, ma al contempo un viaggio attraverso i detriti della modernità che trasforma le “minuzie” del quotidiano in una narrazione potente sulla condizione umana e sul passare inesorabile dei giorni.

La trama di «Di ora in ora»

Di ora in ora si apre con una scena proveniente dal passato: la sagra del palo della cuccagna in una darsena dell’hinterland milanese, uomini che si arrampicano su un ex palo della luce unto di grasso per afferrare premi come un fagiano morto o una gallina morta. Ritornando a quel momento con gli occhi di quando era bambino, Giorgio Falco vede in quella scena la sua doppia natura: rito popolare e farsa svuotata, abbondanza e miseria, passato e futuro che si sovrappongono nell’atto di una piccola folla trent’anni prima della fine del millennio:

Ma il palo non era più l’albero dell’abbondanza gratuita e infinita, era un ex palo della luce destinato alla discarica, recuperato per il rito di una piccola folla, trent’anni prima della fine di un millennio.

Da qui il libro prosegue mostrandoci un quartiere dell’hinterland milanese costruito sopra “l’acqua tombata”, lastricata con asfalto e cemento per soppiantare il mondo agricolo con quello urbano più moderno. Falco descrive una terra di mezzo, nata dalla sottrazione del mondo agricolo e dalle scorie di quello industriale. Qui, tra l’odore di asfalto bollente e le betoniere che «impastano la materia viva» affinché «non si solidifichi nel bozzolo», cresce la consapevolezza di un bambino che osserva il mondo attraverso i suoi scarti, che lui definisce “minuzie”:

Resto. Reperto. Reliquia. Scoria. Scaglia. Scheggia. Traccia. Frammento. Rottame. Rifiuto. Detrito. […] La parola che più mi rappresentava era trecentesca, desueta, prossima alla scomparsa: minuzia.

La riflessione sulle minuzie inizia a partire dal clinker, materiale ceramico ottenuto dalla cottura a temperature elevate di argille pregiate per creare le piastrelle colorate che rivestivano i palazzi degli anni Settanta, simbolo di un’illusione di benessere e durata. Questo scenario costituisce per Giorgio Falco il punto di inizio per riflettere sul tempo che consuma tutto e su come la letteratura – coadiuvata dalla fotografia e dalle minuzie – possa costituire un atto di resistenza che ci faccia vivere il tempo invece che subirlo.

«Di ora in ora»: la poetica della minuzia e il vuoto da colmare

Non è un caso che si è menzionato il rapporto fra letteratura e fotografia, in quanto Giorgio Falco già da tempo (vedi Flashover) si confronta con la fotografia nei suoi scritti, soprattutto grazie alla fotografa Sabrina Ragucci. A differenza che in Flashover, libro che documenta e ricostruisce l’incendio del Teatro La Fenice di Venezia nel 1996, qui Falco decide di non includere nessuna fotografia a esclusione dell’immagine di copertina per lavorare per sottrazione. «Eppure le fotografie», scrive Falco, «mi hanno accompagnato durante tutta la scrittura. Quindi, questo libro è anche un fototesto fantasma».

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Falco, dunque, ha lavorato al suo testo concentrandosi sul vuoto lasciato dal tempo. Ha provato a riempire questo vuoto attraverso una scrittura fotografica, una scrittura vivida nei dettagli, soprattutto nel riportare quello che è il cuore del libro, ovvero la “minuzia”. «La minuzia è un particolare minimo» scrive l’autore, «poco importante e molto trascurabile, eppure è causa di attenzione puntuale e scrupolosa, che sconfina nello zelo».

Questi reperti, accumulati senza un apparente ordine collezionistico, diventano per il protagonista un modo per «inventare storie utilizzando avanzi», costruendo un mosaico che rappresenta il suo tempo personale, in quanto la minuzia stimola la visione di un’immagine che si stacca dal frammento reale costruendone una nuova con un suo tempo, quello vissuto dall’autore.

Scavare e ricordare nell’hinterland milanese

Come già anticipato, questa poetica della minuzia ha senso grazie soprattutto al contesto in cui questo libro è ambientato: quello dell’hinterland milanese, più in particolare di Gallarate, dove Falco è cresciuto. La periferia industriale lombarda è la zona grigia dove si incontra società agricola e industriale, progresso e degrado, passato e presente, con i capannoni abbandonati accanto agli oleifici dismessi e risaie e campi di mais che finivano contro le recinzioni dei cantieri. Questa zona di convergenza fra passato, presente e futuro dà vita alle reliquie industriali, che sono però testimonianza di un paesaggio che, perdendo il suo tempo, ha perso anche la sua identità:

La cancellazione del passato, la demolizione del presente, la costruzione del futuro. I resti, tanto minuscoli quanto all’apparenza insignificanti e lontani dalla loro origine, mi colpivano attraverso quella genealogia indecifrabile: parti di puzzle senza memoria, così attaccati alla vita da abbandonarla per sopravvivere a se stessi in uno spazio dilatato, pronti a entrare in un nuovo ordine di tempo, mitico. L’identità del paesaggio era la perdita di identità di quello stesso paesaggio.

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Attraverso il ricordo personale, Falco costruisce attraverso l’osservazione paesaggistica una vera e propria archeologia dell’Italia del Novecento che inizia con la Seconda Guerra Mondiale e arriva fino alla crisi economica che contiene, però, ferite che lo costringono a imparare la sopravvivenza, quella per la perdita, ma che allo stesso tempo gli danno le basi per una letteratura che nasce dalle ferite del tempo per ergere cattedrali della memoria.

Fotografia e disinfestazione: vedere l’invisibile

La creazione di questo archivio passa attraverso due concetti, molto diversi fra loro ma abbastanza simili e indispensabili per l’autore: la fotografia e la disinfestazione, due fasi della vita di Giorgio Falco che lo hanno portato a essere lo scrittore che è oggi. Verso l’età adulta, l’autore inizia a fotografare con una Rolleiflex 6×6 i luoghi del suo vissuto per ritrovare un “ritorno impossibile”. Ciò che l’autore si ritrova a fotografare sono in realtà luoghi fatti di bordi, incompleti, pieni dei segni del passaggio del tempo:

I bordi erano i luoghi nei quali le cose iniziavano e finivano. Le cose partivano dai bordi e finivano in altri bordi, le cose frantumate diventavano minuzie senza un’origine certa ma con i segni della distruzione portata dal tempo. Mi sentivo così, lungo i bordi, quando camminavo con il cavalletto e la Rolleiflex in spalla.

Interessante è ciò che dice Falco sulla fotografia facendo un paragone con Samuel Beckett: fotografare è come scrivere in una lingua straniera. Fotografare è ciò che ci sottrae alla realtà, a quello che stiamo vivendo, per costruire «un tempo sospeso che rifugge dal Tempo per costruirne uno proprio, autonomo». Creare un tempo autonomo significa, però, vedere l’invisibile, sondare i vuoti fantasmatici riprodotti e lasciati dalle fotografie nel momento in cui Falco decide di non includerle nel suo libro.

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Qui entra, dunque, in gioco il ruolo della disinfestazione: Falco lavorerà per un periodo come disinfestatore alla ricerca di blatte di cui studiare l’ooteca, l’involucro che contiene le uova per generare nuovi insetti. Muovendosi tra pozzetti e sottosuoli, il protagonista ispeziona tracce di piccoli esseri viventi applicando la stessa ossessione per il dettaglio appresa dalla fotografia e ingaggiando una lotta silenziosa contro l’invisibile per portarlo in vita:

Quel luogo sottoterra era la conoscenza dello spazio, il processo attraverso il quale un artista concepiva e allestiva l’esistente e quanto si celava sotto di esso. La tana era la camera oscura nella quale si stampava l’immagine. La tana era l’opera d’arte. La tana era il box. La tana era il mondo.

Lo scrittore come uomo-talpa

Qui si approda, dunque, alla figura dello scrittore che, come il protagonista di La tana, un racconto di Kafka, si fa ibrido fra uomo e talpa, una persona che uscita dalla tana ha la consapevolezza di avere poco tempo da vivere in superficie e che allestisce la sua tana come simulacro di quel poco che ha vissuto e che a causa dell’oscurità tende a dimenticare facilmente.

Io perso dentro il labirinto, la camera oscura continua, nel sottosuolo, al buio, a eccezione di quella piccola luce che porto in fronte, incastonata nel caschetto a mo’ di diamante; ecco il materiale per un monologo, il rimpianto dell’origine vissuto nell’oscurità, la malinconia di ogni ritorno, e procedendo a tentoni, un passo avanti e poi fermo, un passo avanti e poi fermo, o addirittura, a ritroso, nel punto dove esperienza e imperizia si intrecciano in ciò che resta ignoto, evidenziando l’eccezionalità della mia condizione costrittiva che avvalorerebbe quanto scritto.

Lo scrittore è colui che vive negli spazi bianchi una volta che emerge dalla camera oscura della sua memoria e della sua scrittura. Lo scrittore è colui che è consapevole di dover «attraversare la sopravvivenza delle immagini trascorse, che vivono per sempre anche se pensiamo scompaiano», di dover ricreare la vita di ciò che è rimasto frammento, o, per citare di nuovo Kafka, che è diventato un odradek, una reliquia senza significato che ci mette inquietudine.

Alla fine di questa ricognizione personale fra passato e presente, Giorgio Falco si fa scrittore che vive “l’infinito circoscritto”, ovvero colui che abita la continua perdita e il continuo senso di morte negli oggetti che colleziona e che fotografa. Lo scrittore è, dunque, colui che vive una situazione di infinita perdita che deve sempre continuare a colmare imponendo alle cose un tempo nuovo che le sottrae a quello della scomparsa e della morte.

Scrivere dell’ora più prossima e quotidiana: l’ora del non ancora

In un’epoca in cui la velocità è diventata un valore estetico oltre che economico, Di ora in ora (acquista) propone una forma di resistenza silenziosa: l’attenzione al dettaglio, al residuo, all’ora che finisce aprendosi nella successiva. Non è nostalgia, ma è una forma di fedeltà al presente che richiede lentezza, disponibilità alla perdita, capacità di trasformare il dolore del distacco in materia narrativa. Con Di ora in ora, Giorgio Falco continua a ragionare sull’importanza del tempo e delle tracce che lascia nella realtà circostante, e lo fa trasformando la sua scrittura in fotografia, una scrittura che evoca fantasmi e li fa ridiventare vita per costruire un nuovo tempo dove tutto è possibile, vita compresa.

Il mio archivio senza ordine e intenzionalità era soltanto un limbo bambinesco. […] Le mie minuzie, lascito del presente appena trascorso, erano frammenti privi di valore economico. Pulivo i pezzi che ritenevo più interessanti, portavo quei resti nella mia stanza e là inventavo storie utilizzando avanzi di cui immaginavo l’origine, l’utilizzo parziale, lo spreco. Quel mosaico spurio era il tempo, o almeno, il mio tempo.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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