Quando l’America non ti abbandona

«Persone come noi» di Jason Mott

16 minuti di lettura
Persone come noi

Ci sono scrittori che usano la scrittura per fuggire e altri che la usano per non nascondersi e prendere di petto questioni urgenti che li riguardano personalmente. Nel panorama letterario contemporaneo, pochi autori riescono a maneggiare il dolore e la satira con la precisione chirurgica e l’ironica, iperbolica vivacità di Jason Mott, un autore che come Percival Everett riesce a giocare con la propria identità di scrittore afroamericano per trattare temi di scottante attualità per il proprio paese.

Dopo il successo di Che razza di libro! , lo scrittore americano vincitore del National Book Award torna nelle librerie italiane con la sua nuova opera, Persone come noi (NN Editore, 2026), un libro stratificato, ambiguo, continuamente in bilico tra autobiografia, satira, confessione e allucinazione narrativa dove sembra diventato impossibile essere invisibili come nel primo libro.

La trama di «Persone come noi»

Considerato un sequel ideale di Che razza di libro!, Persone come noi racconta le vicende di uno scrittore senza nome (che se nel primo romanzo si chiamava “_ _ _ _ _“, adesso invece si chiama Johnny Conteggioparole, come recita il colophon del libro), ora vincitore del National Book Award (scherzosamente ribattezzato “Il Grosso”) che viaggia in Europa (chiamata ironicamente “Eurolandia”) per un tour promozionale pagato da un misterioso miliardario francese soprannominato Frenchie, che gli propone libertà assoluta, denaro e arte in cambio di non tornare mai più negli Stati Uniti.

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Dall’altra parte abbiamo, invece, Nerofumo: un uomo che a differenza di Che razza di libro! ora ha quarantaquattro anni ed è anch’egli scrittore, «un Jack London dei poveri dalla pelle nera» che attraversa l’America per tenere letture nelle comunità colpite dalla violenza delle armi. Nerofumo vive con il trauma del suicidio di sua figlia Mia, che la sua ormai ex moglie Tasha non riesce a perdonare e che gli fa vivere allucinazioni come le continue visioni di sua figlia oppure il fatto di viaggiare nel tempo per cercare il motivo di tale gesto e cercare di rivivere con sua figlia ancora una volta.

Sebbene sembrino vivere due storie e due traumi distinti, i due protagonisti si rincontreranno forse ancora una volta dando vita a una storia che, oltre a essere ancora una volta una storia sulla percezione dell’identità black in America e nel mondo, è anche una storia di voci che devono farsi sentire per confrontarsi con ciò da cui non è più possibile fuggire.

«Persone come noi»: da essere invisibile a essere inseguito

Come già anticipato, possiamo considerare Persone come noi un seguito ideale di Che razza di libro!, in quanto entrambi i libri ragionano sul rapporto fra scrittura, realtà e impegno civile, che riguarda in primo luogo gli scrittori afroamericani. Se, però, Che razza di libro! rivendica una certa libertà di essere scrittore oltre la linea del colore di W.E.B. Du Bois, Persone come noi parte dall’invisibilità rivendicata nel primo libro per far sentire la propria voce in un contesto sempre più idealizzato che sminuisce il trauma vissuto dai due protagonisti, come nota la traduttrice Valentina Daniele nella sua nota in appendice:

A unire i due viaggi e le due vite è la presenza, metaforica o meno ma sempre sinistra e minacciosa, della violenza delle armi da fuoco e della sua apparente ineluttabilità, del suo ritorno costante nella vita di tutti gli americani e le americane di pelle nera. Lo scrittore senza nome viaggia in un’Europa sfolgorante e idealizzata, irreale, in cerca di una terra promessa in cui i neri possano vivere senza sentirsi costantemente in pericolo: ma lo fa con una pistola nascosta sotto la giacca, perseguitato da un misterioso individuo che vuole ucciderlo. Nerofumo gira invece per le comunità colpite dalla violenza delle armi da fuoco, portando il conforto della sua esperienza di scrittore e padre in lutto: e anche lui ha addosso una pistola.

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Il vissuto dei due protagonisti diventa un fantasma – e la letteratura afroamericana di fantasmi ne è esperta, vedi Toni Morrison con Amatissima oppure Jesmyn Ward con la trilogia di Bois Sauvage – che perseguita i due e gli chiede di essere presi in considerazione: per Nerofumo è la figlia Mia, mentre per lo scrittore senza nome non solo è il Ragazzino, che ora si fa chiamare Dylan, ma anche Remus, un uomo che – ed è fra le poche anticipazioni che si daranno in questo articolo – lo accoltella in un bagno italiano dopo aver promesso a Los Angeles che lo avrebbe ucciso.

È evidente come, fra situazioni paradossali e non, questo libro sia una denuncia verso la violenza sistemica americana da cui nessuno può fuggire. Sebbene il viaggio verso l’Europa dello scrittore senza nome sembra essere una fuga da tutto ciò, alla fine non diventa altro che un viaggio verso l’accettazione della propria identità di scrittore afroamericano che può scrivere sì qualsiasi cosa, ma che per forza di cose deve confrontarsi con le ferite lasciategli dal proprio paese.

«Persone come noi»: i fantasmi americani

Persone come noi si interroga in primo luogo sulla possibilità che esista o meno un altrove per gli afroamericani, una questione che si ricollega all’invisibilità e al senso di normalità invocato nel precedente Che razza di libro!. L’altrove in questo caso è l’Europa, il cui senso per lo scrittore senza nome è spiegato bene dal miliardario Frenchie al protagonista:

“Perché proprio tu? È questo che mi stai chiedendo. Ecco la mia risposta: perché sei rovinato. L’America ti ha rovinato anni e anni fa. Non tornerai mai più come prima. E sono quelli rovinati come te che conservano le storie. E poi ti faccio quest’offerta perché credo che ti farà bene. L’Europa è diversa per le persone come te”.

Non è un caso, però, che prima di questo passo si nomini James Baldwin: anche lui è stato uno scrittore afroamericano che si è imposto l’esilio in Europa per poter meglio esprimere se stesso. A differenza di Baldwin, però, lo scrittore senza nome fa esperienza di una certa capitalizzazione dell’essere afroamericano. L’identità black diventa, cioè, fonte di profitto e guadagno, in poche parole un feticcio commerciale. L’Europa infatti non è il paese che promette libertà, ma ti incatena in un esotismo che serve a spingere le vendite, come dimostrano i manifesti su Alice Walker e Michael B. Jordan a Milano e Parigi oppure il fatto che lo scrittore stesso venga preso per Colson Whitehead.

Oltre a questo fantasma del profitto, però, ci sono altri due fantasmi che perseguitano lo scrittore senza nome e che gli impediscono di essere veramente libero dall’America: il Ragazzino e Remus. Il primo si fa ora chiamare Dylan perché chiede allo scrittore di crescere, diventare grande e smetterla di considerare la fantasia solo come un gioco. La finzione deve essere come la pistola che si porta sempre dietro per affrontare Remus, l’uomo che vuole ucciderlo perché vuole che non si dimentichi il luogo da cui viene.

«Persone come noi»: il fantasma del trauma

Se da un lato abbiamo uno scrittore che fa un viaggio in Europa per scappare dall’America, dall’altro abbiamo un altro scrittore, cioè Nerofumo, che invece viaggia nel tempo – naturalmente con la sua memoria – per cercare di recuperare sua figlia Mia e provare a dare un senso al suo suicidio. Il viaggio che intraprende Nerofumo serve a fare i conti con il lutto, in quanto «se non fai qualcosa, se non fai i conti con quello che è successo, non ce la farai».

Come lo scrittore senza nome, anche Nerofumo, però, si porta sempre dietro con sé una pistola. Il fatto di portarsi dietro una pistola è indice di un trauma che non riesce ancora a superare. Ben presto, infatti, Nerofumo bolla questo viaggio nel tempo come una pura follia. Se il viaggio nel tempo (o meglio, nella sua memoria) doveva servire a rimuovere il trauma del suicidio della figlia, in realtà non fa altro che ricordare a Nerofumo il suo contesto socioculturale e il suo destino.

Ovunque vada a tenere conferenze, Nerofumo sente sempre che le persone «vogliono che il libro spieghi il mondo, e vogliono che il mondo spieghi il libro». Detto in soldoni, se il Nerofumo di Che razza di libro! faceva di tutto per restare invisibile, quello di Persone come noi è sempre richiamato da una realtà che non gli lascia scampo, che non gli permette persino di vendere il terreno dei nonni in North Carolina perché lui ormai esiste in quanto trauma e in quanto afroamericano sempre soggetto alla violenza sistemica del proprio paese.

L’impossibilità di disamericanizzarsi

Il fatto di portarsi sempre dietro la pistola e di essere perseguitati dai fantasmi dei propri traumi è indice, dunque, dell’impossibilità di lasciarsi alle spalle l’America e la sua violenza sistemica, come ricorda lo scrittore senza nome dalle parole di Remus: «non puoi cavare la farina da una torta già cotta. Non puoi disamericanizzarti. Non puoi cancellarlo… Ma forse puoi mollare la presa». Sempre lo scrittore senza nome afferma che «la polvere da sparo ce l’ha nel dna»: mollare la presa risulta difficile proprio perché la violenza vissuta è un fatto con cui bisogna convivere.

Forse non ero solo un volto che nasconde il suo nome perché, nel profondo, ho sempre avuto paura delle persone e, allo stesso tempo, mi sono sempre preoccupato per loro. Forse nel profondo ho sempre avuto paura dell’America e, allo stesso tempo, mi sono sempre preoccupato per l’America. Sempre africano. Sempre americano. Sempre nessuno dei due.

Essere invisibile diventa, dunque, del tutto impossibile, perché anche nascondersi mostra una certa inquietudine nel non sentirsi da nessuna parte. La soluzione che devono adottare i due protagonisti è quella, quindi, di continuare a raccontare storie fatte di bugie che danno un senso alla verità, che anche se non ci aiutano a mettere da parte il trauma, ci aiutano ad andare avanti o almeno ad avere una propria voce che ci permette di essere noi stessi senza seguire le tendenze.

«Persone come noi»: essere ovunque e da nessuna parte, dunque essere afroamericani

Con Persone come noi (acquista) Jason Mott si dimostra ancora una volta uno scrittore capace di riflettere sul rapporto fra identità e scrittura attraverso una satira che non perdona niente a nessuno, tantomeno a lui, ma questo lo scoprirete soltanto verso la fine del romanzo. Tra James Baldwin, Walter Mosley, Colson Withehead e Ta-Nehisi Coates, Jason Mott sceglie di essere tutti loro, ma allo stesso tempo nessuno di loro: Mott decide di uscire dalla maschera della finzione per affermarsi come scrittore afroamericano che, anche se sceglie di inventare storie, le innesta con la propria vita perché parte della sua identità di scrittore. Secondo Mott, dunque, noi siamo ciò che scriviamo: che scriviamo autofiction, memoir o fiction pura, non possiamo fuggire da ciò che ci ha reso quello che siamo.

“L’America. L’America com’era. Quelli prima di te stanno scomparendo e per quelli dopo di te è già troppo tardi. Ci sono nati dentro e ci rimarranno dentro per sempre”.
“Dentro cosa?”.
Lui scuote solennemente la testa. “A cinque anni imparano già a nascondersi negli angoli e chiudere le porte a chiave. È terribile. Ogni generazione a questo mondo ricorda l’epoca in cui era tutto più semplice. Più sicuro. Ma non voi americani. No. L’albero è già caduto, come si dice”.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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