Diventare adulti vuol dire smarrirsi, distruggere i sogni dell’infanzia e perdersi nel disorientamento della vita. In Nata nell’acqua sporca (edito da Giulio Perrone Editore), esordio di Giuliana Vitali, questo passaggio assume i contorni di una discesa dentro una vorticosa Napoli, popolata da esclusi, anime inquiete e ragazzi che un posto nel mondo non lo hanno avuto mai.
Sara, la protagonista, è cresciuta con una madre distante, assorbita dal suo lavoro di giornalista per riuscire a starle accanto. Del padre resta soprattutto l’assenza, amplificata dalle lettere spedite dall’Albania e mai aperte. L’unico legame autentico sembra essere quello con il fratellino Matteo, che le offre un affetto spontaneo e ancora incontaminato.
A diciott’anni Sara sente il peso della vita come qualcosa di troppo grande da sostenere. Non vede direzioni, né desideri abbastanza forti da guidarla. Così smette di opporre resistenza e si lascia trascinare verso il basso dalla corrente, quasi con ostinazione.
Nel suo percorso incontra Anna, Christian, Gianni e Alessio, entrando in un sottobosco fatto di crack, cocaina, notti infinite e dipendenze condivise. Tutti i personaggi sembrano mossi dalla stessa fame emotiva, dalla necessità di sentirsi amati almeno per un momento. Il romanzo si muove continuamente tra presente e passato, alternando la Sara bambina alla Sara adulta. Cambiano gli anni e le esperienze, ma restano identiche la vulnerabilità e quella ricerca ostinata di attenzione e calore.
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Quando decide di andare a vivere con Alessio, Sara ignora ogni segnale d’allarme. Lui è tossicodipendente, senza lavoro, ancora legato economicamente alla famiglia e costretto a presentarsi ogni giorno in caserma – per motivazioni non chiare. Eppure lei vede in quella relazione la possibilità di costruire finalmente qualcosa che assomigli a una casa.
La quotidianità che la aspetta è fatta di eccessi continui, serate trascorse a cercare soldi sostanze, ore sospese in uno stordimento che annulla tutto il resto. Anche i rapporti umani sembrano svuotati, incapaci di diventare davvero intimi. Il sesso stesso appare spesso meccanico, quasi inevitabile, più vicino a un bisogno di anestesia che a un desiderio reale.
A fare davvero la differenza è la figura dell’amico Roberto che, nonostante una quotidianità fragile e difficile da sostenere, continua a rappresentare per lei un punto di riferimento, una presenza capace di illuminare anche i momenti più bui.
Perdersi nella Napoli notturna
Il romanzo vive soprattutto di notte. Napoli diventa uno spazio febbrile attraversato in macchina, tra corpi sudati nei locali, fughe improvvise e soste davanti a qualche contatto che possa procurare una dose. In mezzo a questo caos, Sara ogni tanto riesce ancora a guardarsi davvero: nota il dimagrimento, gli occhi scavati, i segni della dipendenza sul proprio corpo. Sono lampi di lucidità che però durano pochissimo.
Il titolo riesce a evocare con precisione l’atmosfera del romanzo, ovvero un mondo opaco, quasi stagnante, dove i personaggi si muovono come bloccati dentro abitudini e ferite che continuano a trascinarli verso il basso.
Mentre la storia procede, cresce una domanda inevitabile: esiste per questi ragazzi una possibilità diversa? Oppure sono destinati a perdersi del tutto, a ripetere all’infinito lo stesso ciclo di sballo, vuoto e disfacimento?
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I ricordi dell’infanzia aiutano a comprendere da dove nasca il bisogno disperato di Sara di aggrapparsi a qualunque presenza, anche la più distruttiva. La paura della solitudine pesa più di qualsiasi rischio.
La svolta arriva tardi, forse persino troppo rispetto al ritmo del romanzo, ma mantiene una coerenza profonda con il carattere della protagonista e con il percorso che abbiamo visto consumarsi pagina dopo pagina.
«Nata nell’acqua sporca» è consigliato a…
La scrittura di Giuliana Vitali colpisce per precisione e asciuttezza. Le frasi sono nette, dirette, capaci di raccontare senza filtri tanto il degrado esterno quanto quello interiore. Nei dialoghi compaiono inserti in napoletano che rendono l’atmosfera ancora più viva e concreta.
Alla fine resta l’idea che nascere “nell’acqua sporca” non coincida necessariamente con una condanna definitiva. Forse si può ancora trovare un modo per resistere, allontanarsi e poi tornare a raccontare ciò che si è vissuto. Ed è proprio questa la sensazione che il romanzo lascia addosso.
Nata nell’acqua sporca (acquista) è consigliato a chi ama storie di formazione che raccontano il passaggio all’età adulta senza idealizzarlo, tra disagio, dipendenze, relazioni tossiche e quel bisogno ostinato di sentirsi accolti da qualcuno. A chi ha apprezzato atmosfere simili a quelle di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino o ai romanzi di Elena Ferrante più legati alla periferia emotiva e sociale di Napoli, anche se qui il focus è più intimo e generazionale. Dedicato a chi, nel tentativo di trovare la propria strada, ha sentito almeno una volta di perdersi, di essere fragile o fuori posto.
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