L’amore inespresso, interiorizzato e nascosto agli occhi del mondo, riaffiora in frasi elusive, mai del tutto taciute. È un sentimento che evoca un oblio torbido, vischioso e allucinato: una muffa che corrompe la realtà e la psiche. Allo stesso modo Oblio mucido di Massimo Salvati (Alter Ego Edizioni, 2025) è un romanzo che non si lascia attraversare con leggerezza. Tra surrealismo e perdita di controllo, i ricordi si confondono e la finzione diventa rifugio. D’altronde «ogni storia è costruita nella menzogna».
In questo romanzo l’amore non è mai salvezza, ma una presenza deformata, trattenuta, che invece di illuminare contribuisce a rendere più densa l’ombra in cui i personaggi si muovono.
Hai mai pensato alla possibilità che la tua vita proceda in modo incondizionato alla tua volontà?
Attorno a questa domanda ruota la vicenda di tre figure centrali – Simone, Matteo, Enrico – che si muovono tra sogno, memoria e finzione senza mai trovare un punto di stabilità. La verità non si presenta come risoluzione, ma come limite: un confine che mette in crisi le certezze fragili a cui i personaggi si aggrappano. Passato e presente si mescolano fino a disorientare; spesso è impossibile distinguere se ciò che viene narrato sia accaduto davvero o appartenga a un viaggio onirico confinato nella mente.
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Lo sguardo di Simone, il personaggio attorno a cui tutto converge, è opaco, scavato da profonde occhiaie: il primo varco attraverso cui il lettore entra in questo universo contaminato. I suoi occhi cercano una traccia, un residuo di senso, mentre la muffa invade le pareti, si espande, prende tutto. Salvati costruisce immagini potenti, quasi corporee: una notte soltanto, e non resterà più nulla di visibile, nessun dettaglio a cui aggrapparsi, neppure una parola capace di dare inizio a una storia «sempre uguale, ogni volta diversa». È qui che il romanzo dichiara subito la propria natura: non un racconto lineare, ma una deriva, una dissoluzione continua della forma e del significato.
Simone si trova così dinanzi allo specchio delle proprie menzogne, storie che si racconta come consolazione di una realtà insostenibile. Il passato schiaccia e sovverte il presente e annienta ogni possibilità di futuro.
Decifrare la verità
Nato nel 1996, Massimo Salvati – già noto per i racconti pubblicati su Nazione Indiana, Narrandom, Rivista Grado Zero e Calvario rivista, e per la raccolta poetica La voce di Apollo (Edizioni Ensemble, 2021) – esordisce con un romanzo ambizioso e coraggioso, che sfida apertamente la narrazione tradizionale. Porta con sé l’esperienza graffiante della poesia in un romanzo dalla prosa elegante nella sua inquietudine, asciutta e schietta, capace di evocare immagini forti senza mai diventare compiaciuta. La struttura, ardita e volutamente destabilizzante, richiede fiducia da parte del lettore.
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Oblio mucido (acquista) non offre conforto, ma un’esperienza: quella di guardare l’oblio mentre avanza, e riconoscere che, forse, è già parte di noi. Come in un romanzo di Franz Kafka, la realtà non chiede di essere decifrata, ma fa dell’instabilità il proprio principio costruttivo.
[…] Viviamo in un mondo in cui siamo tutti così presi da noi stessi che ci dimentichiamo di far parte di qualcosa che va oltre le nostre singolarità. Io almeno faccio così, e penso che ognuno di noi dovrebbe e potrebbe fare molto di più, tutto questo amando. Alle volte, mi guardo intorno e penso che l’amore sia l’unica cosa che può salvare questo mondo che esplode.
Un romanzo consigliato a quei lettori disposti ad affidarsi al testo senza aspettative o pretese, capaci di seguire la storia con fatica e incoscienza, e di perdersi nel labirinto – sottile e inquieto – tra realtà e finzione della propria memoria.
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