«Storie di fantasmi che sono anche storie d’amore»

«Storie di fantasmi» di Siri Hustvedt

10 minuti di lettura

Scrivere vuol dire donare l’immortalità a un pensiero, un sogno, un amore. A volte si scrive perché mettere le parole sulla carta rende più affrontabile ciò che, lasciato dentro di noi, rischia di diventare insostenibile. Altre volte perché una storia privata, proprio nel momento in cui viene raccontata, può appartenere anche agli altri. E poi c’è una ragione più semplice: «Non lo fai per i soldi, né per la gloria o per i lettori. Scrivi perché non puoi farne a meno».

Storie di fantasmi di Siri Hustvedt appartiene a tutte queste dimensioni. 

Pubblicato da Einaudi con traduzione di Gioia Guerzoni e Cristiana Mennella, è un memoir scritto dentro il vuoto lasciato dalla morte di Paul Auster, il marito, lo scrittore, il compagno con cui l’autrice ha condiviso quarantatré anni di vita. 

La scrittura, per Hustvedt, diventa così una forma di sopravvivenza. Non serve a cancellare l’assenza, né a trovare una risposta alla morte. Serve piuttosto a stare dentro quella frattura, a dare un ordine possibile a ciò che ordine non ha.

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«Storie di fantasmi»: quando l’amore continua nell’assenza

Paul Auster muore il 30 aprile 2024, dopo una lunga malattia. Da quel momento la casa cambia, il tempo cambia, persino la percezione del presente cambia. Hustvedt continua a cercarlo nei luoghi familiari e nei piccoli segnali della quotidianità. Persino un’allucinazione olfattiva – come l’odore dei piccoli sigari che ha fumato per anni – può diventare una traccia. «È l’aroma del sollievo», scrive.

Questo sarà il mio primo libro che Paul non ha letto prima della pubblicazione. 

Hustvedt sta scrivendo proprio per continuare quel dialogo che la morte ha interrotto.

Il memoir non procede in maniera lineare. È costruito per frammenti discontinui, come spesso accade alla memoria quando il dolore arriva a disordinare il tempo. Ci sono pagine di diari, vecchie lettere d’amore, messaggi, ricordi, email agli amici da quella che l’autrice chiamava “Città del Cancro” – il luogo mentale e fisico in cui lei e Paul si trovano immersi durante la malattia. Brevi messaggi dalla forma rigorosa ma spezzata. Ci sono le cure, le visite, le opinioni a volte contraddittorie dei medici, le paure e gli effetti collaterali.

Hustvedt non trasforma però la malattia in una semplice cronaca. Il cancro è il centro intorno a cui ruota il racconto, ma il vero argomento del libro è ciò che accade all’amore quando l’altro non c’è più.

Per questo, accanto alla malattia e alla morte di Auster, riaffiorano altri dolori familiari: la morte di Ruby, il primo nipote di Auster, l’arresto del figlio Daniel e la morte per overdose, gli anni della pandemia. La memoria procede per associazioni, tornando continuamente indietro e avanti, come se cercasse di ricostruire una storia che il lutto ha improvvisamente spezzato.

I fogli, i biglietti, i fax e le lettere scritte con la grafia minuta di Paul, le pagine del mio diario, le mie lettere a lui e ai nostri amici, le fotografie, i testi delle canzoni, i video, i messaggi e le registrazioni, alcuni dei quali ora fanno parte di questo libro, sono frammenti spettrali di storie condivise, storie di fantasmi che sono anche storie d’amore. E a differenza delle immagini fugaci che mi passano per la mente, che cambiano nel corso del tempo, queste sono cose che posso toccare, rileggere, ascoltare, e riguardare quando dimentico un dettaglio. Tutti dimentichiamo.

Nel libro trovano spazio anche le lettere che Auster aveva iniziato a scrivere per il nipote Miles, nato pochi mesi prima della sua morte. Dovevano essere un racconto della famiglia, delle sue origini e della storia americana che Auster aveva attraversato e osservato per tutta la vita. Ne rimangono sette. Sono pagine particolarmente toccanti perché contengono la voce di un uomo che sta scrivendo per un bambino che non potrà vedere crescere.

Perché Hustvedt e Auster, prima ancora di essere marito e moglie, sono stati due persone che hanno costruito una parte della propria vita attraverso le parole.

Leggevano insieme, discutevano di letteratura, si mostravano le pagine, si correggevano, condividevano pensieri e ossessioni, i libri di una entravano nella scrittura dell’altro. La loro relazione era anche una forma di complicità intellettuale.

Hustvedt non perde soltanto l’uomo che ama, ma anche il suo primo interlocutore.

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E poi c’è il tempo

«Quarantatré anni», ripete ad amici, conoscenti e sconosciuti che le porgono le condoglianze: «Siamo stati insieme quarantatré anni».

Come si fa a tornare a essere una persona soltanto, quando per decenni la propria identità si è costruita anche attraverso la presenza dell’altro?

Dopo la morte di Auster, il tempo perde per Hustvedt la sua naturale continuità. Il passato non è davvero passato e il futuro sembra improvvisamente difficile da immaginare. È qui che Storie di fantasmi trova alcune delle sue pagine più belle: nel momento in cui il lutto diventa una specie di “arto fantasma”, una presenza che continua a farsi sentire anche quando ciò che la generava non c’è più.

È un’immagine che dialoga inevitabilmente con Baumgartner, l’ultimo romanzo di Auster, dove il protagonista continua a percepire la moglie morta come se la sua assenza fosse ancora una presenza concreta, dove analizza anche la cosiddetta sindrome dell’arto fantasma. Quello che in Auster era diventato letteratura, in Hustvedt diventa esperienza vissuta.

Paul, prima di morire, aveva detto di voler diventare un fantasma. Adesso che è morto, mentre disordinatamente scrive, cerca il suo fantasma in casa. Scrivere non restituisce i morti, ma permette loro di continuare ad abitare il mondo di chi resta.

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Dialogo con la morte

Accanto alla morte privata entrano anche le inquietudini del tempo presente: la pandemia, la politica americana, Trump, Gaza, il nazismo, la memoria storica. Sono riflessioni comprensibili dentro il disorientamento del lutto e lo rendono un romanzo sulla persistenza. Sulla difficoltà di separarsi da chi abbiamo amato senza separare anche una parte di noi stessi. Sulla memoria come luogo in cui i morti continuano a vivere, non perché tornino davvero, ma perché il nostro modo di stare al mondo è stato modificato per sempre dalla loro presenza.

Non è il primo memoir dedicato alla perdita e non sarà l’ultimo. Ma Hustvedt riesce a trovare una prospettiva particolare: raccontare il lutto non come un percorso da completare, una ferita da chiudere o una persona da dimenticare, bensì come una nuova condizione dell’esistenza.

Storie di fantasmi (acquista) è un romanzo consigliato a chi questo dolore lo conosce già, a chi ha perso qualcuno e ha scoperto che il lutto non è una linea retta e che l’assenza può assumere forme imprevedibili. E, soprattutto, a chi crede che la letteratura possa fare una cosa piccola e immensa insieme: tenere ancora aperto un dialogo con chi non può più rispondere.

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Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorro il mio tempo libero tra le pagine di JD Salinger, di Raymond Carver, di Richard Yates o di Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

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