Ogni storia è una storia di case

«Una splendida rovina» di Vincenzo Latronico

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«Una splendida rovina» di Vincenzo Latronico

Quanto è difficile comprare casa oggi, a trent’anni? O più in generale, quanto è difficile oggi? Che cosa significa, poi, decidere di acquistare un immobile a un prezzo apparentemente accessibile, sapendo che per renderlo abitabile serviranno anni di lavori e risorse che forse non si hanno?

Sono domande che attraversano le pagine di Una splendida rovina (Einaudi, 2026), il romanzo di Vincenzo Latronico che mette in scena le contraddizioni di una generazione che ha inseguito la convinzione di poter scegliere liberamente il proprio futuro, salvo fare i conti con i limiti di quella promessa. A incarnare questo disincanto è una coppia che cerca portare avanti un progetto di vita fuori dagli schemi, recuperando una vecchia rovina in Pomerania, Germania.

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È quasi tutto quasi vero. Il quadro generale se non altro lo è. Sognavamo davvero unna vita diversa, come tuti, e per trovarla abbiamo davvero comprato un’enorme rovina nella campagna dell’ex DDR. Questi sono fatti, verità documentate. 
[…] Delle storie vere esistono versioni molteplici: si può concordare sui fatti ma non sulla loro rilevanza, su cosa ha causato cosa, e ricavarne due storie opposte, come costellazioni diverse disegnate nello stesso cielo.

Il romanzo si apre mettendo subito in guardia il lettore, è una cosa che l’autore farà più volte all’interno del romanzo – senza che questo interrompa in modo brusco il flusso narrativo –, fa risuonare i pensieri e i dubbi che, a distanza di anni, ancora lo attanagliano, discute le scene che potrebbe scrivere o decide di non scrivere.

Niente (o tutto) è vero

La stessa vicenda, del resto, può assumere contorni molto diversi a seconda di chi l’ha vissuta, di chi vi ha assistito e del punto di vista da cui viene ricostruita.

Siamo nel 2017 e il protagonista ha trentatré anni. La sua è un’esistenza nomade, divisa tra scrittura, traduzioni e continui spostamenti. La carriera letteraria che vorrebbe costruire procede a fatica, ma dietro questa apparente precarietà si nascondono risorse non trascurabili: una buona formazione culturale, conoscenze internazionali e la possibilità di contare su una rete di relazioni. La libertà di cui gode, insomma, non è priva di privilegi.

È durante un soggiorno in un monastero che Arthur, il singolare proprietario, ha trasformato in una sorta di comune per artisti e lavoratori precari, che conosce Elsa, organizzatrice di eventi.

Tra i due nasce rapidamente un legame sentimentale e, quasi in modo naturale, prende forma il desiderio di trovare una casa tutta loro.

Non è il desiderio di “sistemarsi”, quello che spinge molti loro coetanei a sposarsi, a trovare una sistemazione convenzionale e un lavoro socialmente accettato. Li attrae però la possibilità di avere uno spazio familiare, un luogo in cui tornare e dal quale ripartire.

La ricerca li conduce in Pomerania, nell’ex Germania Est, grazie a Uwi, un intermediario dalla personalità ambigua, sospesa tra quella di un abile scopritore di occasioni e quella di un venditore poco affidabile. L’immobile che propone è imponente: quarantasei stanze, una sala da ballo, decorazioni in boiserie, fabbricati annessi e un parco; mancano acqua, elettricità e riscaldamento, una parte della casa è già crollata. 

Una splendida rovina. L’ossimoro del titolo contiene già quasi tutto il libro.

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Il desiderio di una vita diversa

Nonostante tutto, il costo relativamente contenuto convince la coppia a investire nell’acquisto quasi ogni risorsa disponibile.

Già al rogito il protagonista non nasconde i dubbi, i ripensamenti sulla scelta compiuta. un progetto che porta in sé, fin dall’inizio, le ragioni del proprio possibile disfacimento. Elsa, però, appare senza paure.

Davanti a una scelta importante, c’è chi preferisce tirarsi indietro, incapace di accettare l’incertezza e la perdita di controllo che ogni cambiamento comporta. Per altri, invece, è difficile vedere le crepe anche dove sono evidenti. Nel romanzo gli indizi si accumulano. Il terreno potrebbe essere contaminato dall’amianto, il legno è minacciato da un fungo, servono sempre più soldi del previsto e le relazioni con gli amici che partecipano alla ristrutturazione si deteriorano. Ogni entusiasmo sembra destinato a scontrarsi con un ostacolo, ogni scoperta promettente rivela presto il proprio lato problematico.

Ma qual è il momento esatto in cui tutto ha cominciato a prendere una piega sbagliata? Era tutto così prevedibile? Oppure è soltanto conoscendone l’esito che il narratore rilegge gli avvenimenti come una successione di segnali premonitori?

Dalla vita immaginata alla realtà

Il confronto con Le perfezioni, uscito per Einaudi nel 2022, è emerso spesso nel corso delle discussioni intorno a Una splendida rovina, suggerendo quasi una continuità tra i due romanzi.

Ne Le perfezioni l’autore aveva messo in discussione le tradizionali tecniche narrative, rinunciando ai dialoghi, mentre le azioni e l’interiorità dei protagonisti restavano sullo sfondo. A raccontare la coppia era soprattutto l’ambiente che aveva costruito intorno a sé, fatto di oggetti, abitudini e riferimenti culturali condivisi.

Ne emergeva un universo familiare a una precisa generazione, facilmente riconoscibile anche fuori dai confini italiani. Era il mondo degli expat istruiti, delle professioni creative, delle piante da appartamento, dei voli low cost e di un immaginario estetico modellato dalle piattaforme digitali. Una vita apparentemente libera e ricca di possibilità, che finiva però per tradursi in una forma raffinata di immobilità.

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In Una splendida rovina il movimento è apparentemente opposto, ma le coordinate sociali e psicologiche restano le stesse. Lo slancio con cui i due personaggi si imbarcano nella loro impresa è splendido e rovinoso insieme.

Eppure non mancano i momenti in cui il narratore leva la maschera e riconosce le idiosincrasie generazionali.

Chi non vorrebbe, potendo, lavorare a sprazzi e sparire a meditare dall’altra parte del mondo? In realtà quasi nessuno. Il prezzo di quella vita era questo: a più di trent’anni io e Finn vivevano in coinquilinaggio senza una reale prospettiva che finisse; giravano per festival e subaffitti perché era un modo per andare in vacanza senza smettere di lavorare, ci vestivamo per mercatini, non mangiavano fuori, avevamo telefoni crepati e mobili autocostruiti e montature degli occhiali tenute insieme con lo scotch; avevamo sacrificato ogni prospettiva di solidità a un ideale di libertà che era la maschera di una vita precaria.
Ma benché precaria era una vita giusta per noi, almeno finché quella libertà restava possibile.

Abitare un progetto, condividere un fallimento

Latronico dedica ampio spazio alla dimensione materiale della ristrutturazione, ai lavori quotidiani e agli inconvenienti tecnici. Non è un semplice dettaglio realistico, perché il progetto acquista consistenza proprio nel momento in cui smette di essere un’immagine idealizzata e deve confrontarsi con la materia. Il narratore si ritrova a montare impalcature, inchiodare assi per i pavimenti e sistemare tubature e impianti da rifare completamente. Alla fine di ogni giornata sperimenta una stanchezza nuova, quella di chi ha trascorso gran parte della propria vita nel lavoro intellettuale e scopre improvvisamente il peso della fatica fisica.

Mentre la casa cambia, anche il rapporto con Elsa si trasforma.

In principio la casa rappresenta quasi una promessa di futuro condiviso. Lei si occupa soprattutto degli aspetti organizzativi e burocratici, senza partecipare direttamente ai lavori, e affronta gli imprevisti con una determinazione che talvolta sembra sconfinare nell’incapacità di riconoscere i problemi. Lui, al contrario, cerca continuamente conferme e rassicurazioni, affidandosi agli amici, alle coincidenze e persino alle stelle. Ogni ostacolo gli appare come la dimostrazione di quanto l’impresa sia più grande delle loro possibilità. Da qui nasce anche la sensazione di non essere compreso da Elsa, di non trovare nella compagna il sostegno emotivo di cui avrebbe bisogno.

La casa come promessa e come limite

Più che un semplice romanzo sulla ristrutturazione di un’abitazione, Una splendida rovina è un racconto d’indagine sulla casa, intesa contemporaneamente come spazio concreto in cui vivere e come luogo in cui proiettare desideri, aspettative e identità. Non ci sono colpevoli da individuare né responsabilità da assegnare in modo definitivo.

Guardare indietro significa provare a dare una forma a ciò che è accaduto, cercando di comprendere il senso di quel processo inesorabile per cui il tempo continua a scorrere. Non è possibile stabilire con certezza se il progetto fosse compromesso già nelle sue fondamenta o se siano state le circostanze, insieme alle scelte dei protagonisti, a condurlo verso il fallimento. Rimane però la tenerezza di chi ha provato a realizzare un sogno senza avere tutte le risposte, insieme al coraggio di tornare sui propri passi e riconoscere ciò che resta delle proprie aspirazioni.

Una splendida rovina (acquista qui) racconta una relazione sentimentale e il desiderio di trovare un luogo in cui mettere radici, in un contesto sociale che sembra rendere sempre più difficile qualsiasi forma di stabilità. Ma è anche un libro sulla casa come aspirazione collettiva, come spazio di libertà e come possibile trappola economica ed emotiva. In questo senso, la vicenda privata dei protagonisti intercetta una questione molto più ampia, quella della crisi abitativa che attraversa le principali città occidentali e mette in discussione le prospettive di un’intera generazione.

«Una splendida rovina» che non ci si può permettere

Per molti trentenni la questione abitativa rappresenta infatti uno dei punti in cui diventano più evidenti le contraddizioni del presente e la progressiva erosione delle possibilità di realizzazione personale. È una generazione costretta a comportarsi da adulta, ma che non può economicamente permettersi di comportarsi come tale. 

E intanto, fuori, appare decisivo scegliere come personalizzare una targa che protestare per i propri diritti. 

Ecco, ci siamo dimenticati che anche la casa è un diritto.

Se, come l’autore ribadisce più volte nel romanzo, «ogni storia è una storia di case», allora dobbiamo riconoscere che oggi questo principio comprende anche le abitazioni che restano fuori dalla nostra portata, quelle che riusciamo a ottenere solo al prezzo di grandi sacrifici – una vera e propria conquista – e che finiscono, poco alla volta, per prosciugare un conto in banca già pesantemente intaccato. È soprattutto a chi conosce da vicino questa difficoltà, a chi si confronta ogni giorno con la distanza tra il desiderio di una casa e la possibilità concreta di averne una, che il romanzo di Latronico parla più direttamente.

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Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorro il mio tempo libero tra le pagine di JD Salinger, di Raymond Carver, di Richard Yates o di Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

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