«Gli anni invisibili» di quelli che oggi chiamiamo adulti

Smascherati, senza tante cerimonie

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Raccontare i fantomatici anni dell’adolescenza non permette di liberarsi dai fantasmi del tempo, tanto allo scrittore quanto al lettore. Pubblicato dalla casa editrice Sur nel 2020, Gli anni invisibili di Rodrigo Hasbún (traduzione di Giulia Zavagna) non è un romanzo sulla redenzione, ma sulla conquista del proprio passato e sulla possibilità di reinventarlo:

Credevo che scrivendo di quel periodo me ne sarei liberato, che avrei alleggerito il peso di quegli anni invisibili, ma spesso sento che è successo proprio il contrario.

Come altri stimati scrittori dell’America Latina, Hasbún è abile nel giocare con la fantasia: nelle sue opere i ricordi assumono una forma quasi tangibile e indossano abiti imprevedibili. Quando la storia funziona, prende strada, si lascia percorrere dal lettore che, senza accorgersene e senza fare troppa fatica, inizia a correre insieme a essa. Perché quando il libro è tanto bello da non riuscire a staccarsene, allora non importa che la storia sia inventata o no.

La trama

Veniamo alla trama: la Bolivia, un gruppo di adolescenti, la scuola, le prime esperienze. Alcuni sono ragazzi benestanti, altri molto ricchi, tutti quanti si trovano in un tempo sospeso. Il fondamentale valore che questi danno all’amicizia, il sentirsi adulti nonostante l’età, genitori assenti e dimensioni inesplorate.

Il brivido delle decisioni prese senza il consiglio e il supporto di qualcuno. La tentazione e la paura, il più delle volte. Gestire il peso dei sogni infranti. C’è chi come Andrea si ritrova a dover fare i conti con una gravidanza, chi come Ladislao è alle prese con la prima cotta. E nel mezzo, la sorpresa. 

D’improvviso siamo a Houston, ventuno anni dopo, quando due vecchi amici si incontrano in un bar. «Quella che nel libro chiamo Andrea» arriva direttamente da New York per incontrare l’altro uomo. I due bevono molto, ma soprattutto parlano. Anzi, è lei a parlare, a ricordare, a raccontare le ultime notizie sugli altri componenti del gruppo. E lei continua a indossare gli occhiali da sole in ogni locale al chiuso. Si scopre che il narratore è lo scrittore della storia iniziale, e quest’incontro mette luce sul libro che ha scritto.

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Andrea ha letto il suo romanzo, nel quale vengono raccontate le disavventure giovanili che hanno interessato entrambi. Riconosce i reali amici, gli mostra i punti deboli e i punti che più ha apprezzato, smaschera i capitoli in cui come un artista ha dipinto la storia guidato dalla fantasia. Dopo troppi bicchieri, infine, ammette che ricordare tutte queste cose non è affatto un tentativo di salvarsi dagli errori. 

Un romanzo nel romanzo, l’autoanalisi su come uno scrittore abbia l’opportunità di andare oltre quella che è la verità dei fatti. Due binari narrativi che compongono i pezzi della stessa storia, da due prospettive differenti.

Se fosse per me gli esseri umani non dovrebbero aver memoria. Il passato è un peso inutile, magari potessimo metterlo da parte, magari potessimo almeno decidere quali ricordi conservare e quali no. Mi dice: I ricordi felici e i ricordi infelici sono ugualmente ingombranti.

Gli invisibili ma ben visibili

Hasbún racconta l’evento cruciale per la crescita di ognuno di loro, il marchio, un periodo che li ha segnati duramente

Le risate, l’alcol e la droga, il sesso, le passioni e i sogni che si realizzano o no. La felicità e l’eccitazione che scivolano in un dramma, nella violenza. L’incanto della giovinezza che è il duro scontro con la maturità. 

È difficile vivere, anzi convivere, con i fantasmi del passato, ma allo stesso tempo è difficile non pensare all’adolescenza e alle persone lasciate alle spalle. Alcuni giorni, alcuni momenti che, come onde, ricoprono la mente e portano a galla pezzetti di speranze spezzate.

Gli anni invisibili è un romanzo graffiante, dalla prosa spietata che non risparmia al lettore nessun dettaglio, concede attimi di speranza e, con la stessa rapidità, mostra le ombre che gli anni proiettano sul passato. Gli anni invisibili ma ancora visibili, chiari, che logorano con i “cosa sarebbe successo se” quelli che oggi chiamiamo adulti.

Quanti di noi possiamo dire di essere diventati le persone che immaginavamo di diventare da bambini? Pensare che un tempo si era migliori di adesso, o che con gli anni si è migliorati, è una bella e grossa bugia. Il passato e il futuro sono coordinate imprecise, c’è sempre un presente che scompone i pezzi, la vita che si trasforma e prende strade mai immaginate.

Consigliato a chi in ogni romanzo cerca uno specchio per riflettere sulle persone che siamo diventati, per ricordare la rabbia che urlava a squarciagola da dentro. Un romanzo che spoglia il lettore delle proprie difese, senza tante cerimonie. Una lezione di scrittura per molti aspiranti autori.

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Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorro il mio tempo libero tra le pagine JD Salinger, Raymond Carver, Richard Yates o Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

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