«Il buio non fa paura» di Pier Lorenzo Pisano

Una fiaba nera sull'accettazione della perdita

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Il buio non fa paura

Il buio è la dimensione della paura, del male, qualcosa che difficilmente si può scalfire. Questo è ciò che si impara sin da bambini: il timore dell’oscurità. Citando Immanuel Kant, è proprio nell’oscurità, però, che «l’immaginazione lavora più attivamente che in piena luce».

L’oscurità, infatti, è il momento del sogno, dell’introspezione, dove passato e presente s’intrecciano per riportare in vita ciò che si è perso. Questo è quello che racconta Pier Lorenzo Pisano, regista teatrale e cinematografico prestatosi alla letteratura che con il suo esordio Il buio non fa paura (NN Editore, 2021) è giunto in finale alla XXXIII edizione del Premio Italo Calvino.

La trama di «Il buio non fa paura»

Ambientato in una località di montagna senza nome, Il buio non fa paura racconta la storia di Gabriele, i suoi genitori e i fratelli Matteo e Giulio. Una storia del tutto normale, finché un giorno la madre scompare nel buio mentre si stava recando alla stalla per procurare al figlio del latte.

Gabriele e i suoi fratelli faranno presto i conti con l’assenza della madre e il dolore del padre, impegnato assieme agli abitanti della comunità a cercare la donna. Tutti loro saranno chiamati a confrontarsi con il buio, imparando che è proprio il buio ciò che li aiuterà a superare la perdita della donna.

«Il buio non fa paura»: una fiaba nera

Mostri, buio, perdita e bambini. Questi sono tutti ingredienti che rendono Il buio non fa paura una fiaba a tutti gli effetti, più precisamente una fiaba nera, come annunciato dall’incipit:

È tutto nero.
E in mezzo al nero c’è questo bambino, capelli scurissimi che quasi non si vede, soltanto gli occhi scintillano un po’, e sta lì al buio, trattiene il fiato, cerca quasi di non respirare, ha tutt’e due le mani sulla bocca. Sta lì e aspetta, non c’è nessun suono, soltanto il suo respiro fracassante coperto dalle manine.

Come in tutte le fiabe, anche qui la storia è ambientata in un luogo non meglio precisato. A differenza della tradizione, anziché iniziare con «c’era una volta», il romanzo inizia con «è tutto nero». Ogni riferimento temporale è annullato con l’intenzione di presentare una storia in cui passato e presente si intrecciano nella dimensione del buio e del sogno.

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Sguardo panoramico sulla solitudine

A rendere il tutto più desolato sono da un lato la prospettiva narrativa adottata e dall’altro le descrizioni paesaggistiche. Per entrambi questi elementi si nota l’influenza dell’attività di regista teatrale e cinematografico dell’autore. Il romanzo è narrato prevalentemente in terza persona, con l’utilizzo nelle ultime scene della seconda persona singolare per meglio prendere distanza dalla vicenda narrata ed enfatizzare la solitudine di Gabriele e della sua famiglia.

La solitudine dei personaggi si fa più forte soprattutto nel modo in cui Pier Lorenzo Pisano rappresenta gli spazi. L’autore assume uno sguardo panoramico che rafforza la desolazione dei personaggi nel momento in cui sono rappresentati come dei puntini nella vastità dei luoghi; talvolta, invece, si concentra sui luoghi intimi dei protagonisti, spazi chiusi e bui dove il dolore della perdita si fa più forte.

La montagna come luogo di solitudine

L’ambientazione di Il buio non fa paura è soprattutto quella della montagna. Quest’ultima fa da sfondo a tantissimi romanzi contemporanei – si pensi ai romanzi di Mario Rigoni Stern oppure al Paolo Cognetti di Le otto montagne e Senza mai arrivare in cima –, ma la montagna che viene in mente leggendo il romanzo di Pisano è quella ben raffigurata da Filippo Tapparelli, vincitore del Premio Calvino nel 2019 con L’inverno di Giona.

Come per Tapparelli, anche per Pisano la montagna è il luogo che rispecchia la solitudine, il dolore, e soprattutto la psiche del protagonista. Se nel libro di Tapparelli la montagna viene rappresentata nella sua asprezza per sottolineare la rabbia distruttiva del protagonista, per l’autore napoletano, invece, essa è raffigurata in lontananza, come a dare risalto alla situazione di abbandono e paura vissuta dai personaggi:

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Quando riapre gli occhi il sole sta tramontando, non si distinguono più i contorni, le forme si stanno impastando, è un miscuglio pallido di sagome sghembe, chiome ondulate di alberi che risalgono la cima del monte. Lo vede chiaramente davanti a sé, il nero che ingoia la montagna, e si rimette in piedi, gli fa male il braccio, ci ha dormito sopra, sembra siano passati anni, la casa è come un rudere abbandonato, le ombre si allungano, sembra che tutto stia per finire.

Il bosco e la casa: il dolore dei ricordi

In un paese che «da lontano sembra un presepe» con «l’eco assordante delle campane», di grande importanza è soprattutto il bosco. Quest’ultimo rappresenta i ricordi del passato, soprattutto della scomparsa della madre. Il bosco è un luogo governato dall’oscurità, ovvero dal dolore della perdita che tutti hanno difficoltà ad accettare. Per questo sia il padre di Gabriele che i membri della comunità vogliono distruggerlo. Il padre di Gabriele vuole abbattere gli alberi perché è «il bosco che gliel’ha portata via, dal bosco viene solo la morte», e soprattutto perché lo mette di fronte alla paura della solitudine.

Le ombre e il dolore della perdita, però, si rinfrangono anche nella casa dei protagonisti:

La casa si sta affollando di questi fantasmi, ombre delle cose che sono state, sempre più vuota, chiazzata di sagome squadrate sulle pareti e sui tavoli, sempre più leggera, sta svanendo, i ricordi stanno svanendo, un guscio vuoto, a malapena buono per proteggerli dal freddo, una casa scheletrica.

L’uomo è convinto che distruggere il bosco sia il modo per separarsi dal dolore della perdita. In casa, però, con «tutti quei ricordi, le more, l’orologio, il faggio» che «si stanno coprendo di una polvere dorata», l’assenza della madre è ancora forte. L’uomo prova a distruggere quei ricordi che «facevano troppo male, non servivano a niente»; il fantasma della donna, però, chiede di essere ricordato.

La figura della madre e la sua trasfigurazione

Il motivo per cui diventa difficile sbarazzarsi dei ricordi della madre è proprio perché la sua perdita va accettata come tappa obbligatoria della vita. La figura della madre assume un ruolo centrale in questo romanzo, che in origine si intitolava, appunto, Ma’. Il buio non fa paura si confronta con questa figura femminile trattandola come già hanno fatto romanzi della stessa NN Editore come Il nome della madre di Roberto Camurri e Giovanissimi di Alessio Forgione: la madre viene raffigurata in assenza, attraverso i ricordi del passato, e la sua perdita e scomparsa diventa metafora di vita e di passaggio all’età adulta.

La figura della madre subisce in questo romanzo una trasfigurazione necessaria ai protagonisti per sopravvivere al dolore. Gabriele associa la donna al mostro del bosco che minaccia la comunità, e lo difende a tutti i costi perché «è comparso dopo che se n’è andata». Per il protagonista, il mostro «è la cosa più bella del mondo pensare che mamma è ancora viva, e ha bisogno di lui».

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Il buio come protezione

Per Giulio, invece, la donna non può essere associata al buio; come gli altri anche lui pensa che l’oscurità non sia parte dell’essere umano, al punto che vuole ricordare sua madre per quello che veramente è. È significativo in questo senso l’uso del tempo presente, un segno dell’impossibilità di accettare la scomparsa:

[…] mamma ha i capelli lunghi nerissimi e gli occhi scuri come loro, mamma racconta le favole la notte per farli addormentare, mamma ruba la sedia vicino al camino a papà quando fa freddo, mamma mangia le more con loro, mamma si arrampica sull’albero con loro e mamma ha paura del buio, come loro.

Il mostro e il buio, però, assumono nell’immaginazione di Gabriele una connotazione positiva. Il bambino si dimostra essere in grado di superare la perdita della madre e la paura del buio, che non diventa più qualcosa da temere, ma qualcosa che protegge. Gabriele difende il mostro perché vivere il dolore è necessario. Nel buio, inoltre, può stabilire un contatto con sua madre, perché l’oscurità è la dimensione del sogno, della memoria, di tutto ciò che ritorna nonostante non sia più presente fisicamente.

«Il buio non fa paura»: il coraggio di elaborare il lutto

Riprendendo il concetto di fiaba nera, la lettura di Il buio non fa paura fa venire in mente quello che una volta disse G.K.Chesterton: le fiabe ci insegnano come sconfiggere i draghi. Pier Lorenzo Pisano ci racconta, dunque, come sconfiggere la paura del dolore, come accettarlo in quanto parte dell’esperienza umana. Il buio non fa paura, perché è nell’oscurità che i sogni e la memoria s’intrecciano per riportare in vita ciò che non c’è più superando il dolore lasciato dal vuoto della perdita.

Gabriele chiude gli occhi e non si preoccupa più di dove mette i piedi, di coprirsi con le mani, e non ha più paura, anzi gli verrebbe da ridere, perché è una sensazione bellissima, correre con gli occhi chiusi contro il buio, sicuro che qualunque cosa succeda tua madre ti raccoglierà e ti proteggerà dal dolore.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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