«Le stazioni della luna»: libertà e destino a Mogadiscio

Un romanzo sul coraggio della scelta e della libertà nella Mogadiscio degli anni Cinquanta

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La letteratura italiana ha affrontato molti eventi della storia del nostro paese: il fascismo, il Sessantotto e, più recentemente, il post-pandemia. Ciò che, invece, resta ancora troppo poco tematizzato è il passato coloniale, un’onta della nostra storia spesso ignorata dalla cronaca.

Ci sono, però, autori e autrici che ultimamente si stanno mobilitando per confrontarsi con la memoria di questo aspetto della storia ancora poco conosciuto. Fra questi Ubah Cristina Ali Farah, scrittrice e poetessa veronese di origini somale che con il suo terzo romanzo Le stazioni della luna (66thand2nd, 2021) continua una produzione narrativa molto attenta a risvegliare la coscienza dei lettori riguardo il colonialismo italiano.

La trama di «Le stazioni della luna»

Le stazioni della luna si svolge a Mogadiscio, in Somalia, e segue le vite di due donne diverse, i cui destini sono intrecciati: Ebla e Clara. La prima proviene da un mondo nomade, depositario di una saggezza e cultura tribale, dal quale, però, è sfuggita per sottrarsi ad un matrimonio combinato. La seconda, invece, figlia di latte di Ebla, è scappata in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, ritornando dopo anni in Somalia:

Per molto tempo aveva sognato quel ritorno nella città natale e ora era emozionata, quasi sbigottita, colma di aspettative. L’odore di salsedine e l’aria satura e umida la fecero sentire immediatamente a casa: il cotone della camicetta la aderiva al seno e le pieghe della gonna restavano intrappolate tra le gambe.

Nonostante l’atmosfera di casa, la giovane si ritroverà di fronte ad una Mogadiscio cambiata. Siamo negli anni Cinquanta e l’ex colonia italiana è sottoposta all’Amministrazione fiduciaria. Un periodo pieno di promesse di emancipazione per il popolo somalo, ma in realtà prosieguo dell’attività coloniale italiana.

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In una Somalia soleggiata, dalle strade gremite di persone, l’odore di salsedine, aloe e cardamomo, Ebla e Clara incroceranno ancora una volta le proprie vite. Si ritroveranno, infatti, di nuovo a riprendere in mano il proprio destino e a battersi per la propria libertà.

Destini incrociati nella Mogadiscio degli anni Cinquanta

Le stazioni della luna si propone di essere un romanzo che, attraverso due semplici vite, vuole narrare una parte di storia del nostro paese quasi dimenticata. In questo senso sono da intendersi non solo la narrazione al tempo passato, ma anche l’alternarsi dei punti di vista di Clara e di Ebla. Quest’ultima è presente soprattutto negli “assoli”, che offrono uno spaccato delle usanze somale che l’Amministrazione fiduciaria italiana vuole rimpiazzare con la propria cultura.

Le vite di Clara ed Ebla non sono le uniche a intrecciarsi. Sono presenti, infatti, altri personaggi come il fratello della protagonista Enrico, i figli di Ebla Kaahiye e Sagal, Mirella, Haajiya e Xusseen. Sembra evidente la dicotomia degli italiani colonizzatori e dei somali; tutti loro in realtà sono accomunati dallo stesso destino: compiono scelte che li possono portare alla libertà, ma anche ad essere prigionieri delle situazioni che vivono.

«Le stazioni della luna»: tradizione somala e colonialismo italiano

Tra i personaggi, dunque, non c’è una netta suddivisione tra buoni e cattivi. Il romanzo, tuttavia, pone l’attenzione sul contrasto tra una Somalia delle tradizioni, piena di magia e natura, e un’amministrazione italiana che si rivela sorda nei confronti della cultura locale.

Una prima differenza è nei legami con gli altri. Per i somali «i rapporti di sangue sono tenuti in gran conto» e «la solidarietà del gruppo garantisce la sopravvivenza di ciascun individuo»; per gli italiani dell’Amministrazione fiduciaria, invece, sono importanti le relazioni economiche. Questo elemento dà forza alla tesi di Kaahiye sulla continuità tra l’Afis e il vecchio colonialismo italiano. «Gli italiani», afferma uno dei personaggi, «non sono altro che i vecchi colonialisti di ritorno, ma ora fingono di indossare un’altra veste. Si sono sempre serviti del clan per distribuire privilegi e punire gli oppositori».

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Un altro aspetto fondamentale è l’educazione, dove è più evidente l’indifferenza degli italiani nei confronti dei locali. Il problema non è la competenza degli insegnanti, ma il fatto che gli italiani «non tengano conto dei nostri valori e tradizioni». L’atteggiamento d’indifferenza verso i somali viene, inoltre, rimarcato dall’atteggiamento di Elena, che non mostra interesse verso i locali perché «non abbiamo niente a che vedere con quella gente», e dal comportamento di Enrico, che evita di rispondere alle domande della sorella sull’esproprio delle terre dei contadini suscitando in lei un profondo sdegno. «Questo non vuol dire», dirà Elena, «che non si debba interrogare sulle azioni presenti e passate di un’Italia che lui si ostina a chiamare madrepatria, nonostante siamo entrambi nati qui».

Il coraggio della scelta e della libertà

Quest’ultima frase racchiude il senso delle azioni dei personaggi: la scelta. Ognuno di loro, infatti, si ritrova ad essere artefice del proprio destino e a scegliere da che parte stare. Se Enrico decide di stare dalla parte degli italiani nonostante sia nato a Mogadiscio, mentre Xusseen “tradisce” i suoi connazionali supportando l’Amministrazione fiduciaria, Clara decide di tornare in Italia per rimediare alle colpe degli italiani durante il fascismo:

Tempo ed esperienza le avevano insegnato a riconoscere l’ingiustizia ed era tornata nella sua città per porvi riparo. Avrebbe insegnato ai bambini somali a leggere e scrivere, perché anche loro avessero le stesse opportunità di quelli italiani.

Nonostante l’atteggiamento fatalista, Ebla assumerà sempre più coraggio e appoggerà la causa indipendentista somala sostenuta dal figlio Kaahiye. «Una lotta di soli uomini», sostiene, «è mutilata, una lotta di soli uomini è una lotta destinata a fallire».

«Le stazioni della luna»: un ritratto sincero del colonialismo italiano

Le stazioni della luna di Ubah Cristina Ali Farah è un ritratto sincero e appassionato della Storia e dei suoi protagonisti. È un romanzo mai banale, attento a non cadere nei soliti stereotipi del colonialismo. Quello dell’autrice è il racconto onesto di persone accomunate dallo stesso destino di coraggio nelle scelte, che si intreccia con gli eventi obliati della storia del nostro paese e che ci porta a riflettere sulle nostre colpe nei confronti dei paesi africani, mai del tutto espiate.

Io, Ebla, sfuggita alla maledizione di un padre, ho trovato l’amore e le stelle mi hanno concesso tutto quanto potessi desiderare. […] Se i somali si fossero uniti, uniti come la corteccia al tronco, gli stranieri non avrebbero portato questa devastazione come cavallette in foreste colme di fiori. Ma questo è un segno della fine dei tempi, questo è un mondo dove la giustizia è stata dilaniata, un mondo messo in vendita dai suoi stessi figli, per me questo è un segno della fine dei tempi.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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