Trieste come discesa interiore

«Passaggio a Trieste» di Fabrizia Ramondino

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Passaggio a Trieste

Ci sono città che si visitano e città che, invece, sembrano visitare le nostre vite. Trieste appartiene alla seconda specie. Città di confine per geografia e per storia, ha dentro di sé mille contraddizioni. Forse è la città più adatta a diventare protagonista di un libro come il Passaggio a Trieste di Fabrizia Ramondino. Un reportage, un diario, un romanzo, un’autobiografia: il libro è vario e multiforme come la stessa città. Einaudi lo ha ripubblicato quest’anno, dando a nuovi lettori l’opportunità di conoscere una storia preziosa per moltissime ragioni.

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Vivere la vita attraversando Trieste

Trieste è la città di Svevo e di Saba, di Joyce e di Rilke; ma è anche, nella seconda metà del Novecento, la città di Franco Basaglia e della rivoluzione psichiatrica che ha messo in discussione il confine stesso tra normalità e follia. È proprio a Trieste che Fabrizia Ramondino arriva nel 1998, entrando in relazione con il Centro Donna Salute Mentale e con l’esperienza di Assunta Signorelli. Ma Passaggio a Trieste non è un semplice reportage sulla psichiatria, né il resoconto lineare del soggiorno dell’autrice: Trieste è la scusa che Ramondino trova per scoprire e attraversare se stessa.

Non solo da quando è arrivata al Centro, ma da sempre: Trieste non è soltanto il luogo del Centro di salute mentale. Per Ramondino è una città letteraria e autobiografica: ci sono Saba, Svevo, Rilke, Joyce, Winckelmann, Bazlen, ma soprattutto c’è una vicenda familiare legata a ⁠Elio Gianturco, uomo amato dalla madre di Ramondino e poi scomparso dalla sua vita, che per lei ha sempre rappresentato come il simbolo dell’eros.

Non solo, Trieste rappresenta un’esperienza emotiva ben precisa:

Nelle mie fantasie infantili ero dominata dal desiderio dell’ascesa, nel senso proprio, fisico, del termine; avrei voluto essere un uccello, recitare in collegio nel ruolo della farfalla, diventare una ballerina. Solo molto più tardi questo desiderio ha preso la forma dell’ascesa letteraria. Ma se non si impara poi anche a scendere, l’ascesa può essere mortifera. Tra ascesa e discesa esiste certo una successione temporale, mai però del tutto misurabile secondo le scansioni di un orologio né secondo quelle di una biografia o autobiografia storica, sicché può esserci compresenza, compenetrazione, contaminazione tra ascesa e discesa.
Nel corso della mia storia, Trieste mi si è rivelata come il «luogo» per eccellenza dell’esperienza immaginativa ed emotiva della discesa. Trieste mi ha insegnato a scendere – dopo «i luoghi alti» che avevo toccato con l’ausilio di importanti mentori, che hanno nutrito e guidato in epoche e modi diversi il mio intelletto – attraverso un fantasma, Elio Gianturco, capace di compendiare cultura ed eros, nelle immagini dell’amore «romantico», alla cui realtà avevo sempre opposto resistenza, pur cedendovi di fatto. A scendere, attraverso il femminismo di Assunta e delle sue compagne, nella mia peculiarità di genere, verso la quale, nonostante le tante esperienze fisiologiche, avevo sempre ostentato un aristocratico distacco – quasi che tutto accadesse a un’altra. A scendere, dopo la fede instabile limite. A scendere infine, e non so se mai riuscirò, sino in fondo, per trovare, in me stessa e negli altri, una tregua alla lizza, non tanto tra Ragione e Follia, quanto tra Amore e Follia, costretta quest’ultima da un superiore verdetto emesso nel tribunale degli dèi a guidare Amore, che essa stessa ha accecato, a lui adattando il passo e temperando i propri eccessi al contatto della sua mano, affinché egli assicuri la continuità della vita e la coesione interna del cosmo.

A volte associamo la discesa a una caduta, invece in questo libro è un movimento conoscitivo, che consiste nel saper affrontare oltre all’intelletto, alla cultura, ai libri, anche il corpo, la femminilità, la follia.

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La follia e la femminilità

Trieste non è solamente un luogo fisico, ma è anche un luogo letterario, e poi luogo della guarigione espresso attraverso il Centro di salute mentale. Non è infatti un semplice sfondo narrativo: è il luogo concreto nel quale Ramondino incontra donne alle quali la società ha attribuito la categorizzazione di “folli” o comunque “non normali” e che grazie alle sue parole possono ritrovare dignità. È forse questo il punto in cui l’esperienza di Ramondino dialoga più profondamente con quella di Basaglia: la persona non coincide con la propria malattia, e la follia non può essere considerata una categoria sufficiente a raccontare un essere umano.

Le donne incontrate da Ramondino in particolar modo sono spogliate da ogni etichetta per diventare voci, corpi, desideri, anche grazie all’attenzione che l’autrice dedica anche a un dettaglio apparentemente banale riguardante queste donne, come ad esempio il loro nome. Il tutto scandito da riferimenti letterari, le stesse parole di Saba precedono ogni capitolo. La struttura del libro è diaristica, ma non come cronaca, ciò in quanto Ramondino non si è recata al Centro per svolgere un reportage. Lo ha fatto anche per le proprie difficoltà. Così nel libro la sua posizione di osservatrice viene continuamente incrinata dalla propria esperienza: la discesa riguarda anche lei.

Riguarda il confronto con Elio Gianturco, il femminismo di Assunta e delle sue compagne, il rapporto con il proprio corpo e con la propria identità di genere. Ramondino ammette di aver vissuto a lungo il corpo quasi come se appartenesse a qualcun altro. E Trieste, città di confine, è il luogo ideale per compiere la sua discesa e poi la sua ascesa. Per questo il titolo Passaggio a Trieste (acquista qui) è più complesso di quanto possa apparire. Non indica soltanto un passaggio temporaneo, anche se la parola potrebbe rimandare a questo. È un passaggio nel senso di qualcosa che si attraversa, dentro e fuori.

Ed è significativo che, alla fine della sua riflessione, Ramondino non ponga al centro la contrapposizione tradizionale tra ragione e follia. Quest’ultima rimanda sempre spesso al disordine, ma in realtà il libro mostra come ciò che sembrava disordine possa diventare, paradossalmente, ciò che consente una forma di equilibrio.

Scendere non significa, allora, andare giù. Significa imparare una diversa forma di conoscenza. Una discesa che non conduce verso il basso, ma nel profondo, dentro la vita.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. Ha un master in giornalismo, è docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale. Autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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