I mondi paralleli di Alasdair Gray

«Storie (perlopiù) improbabili» di Alasdair Gray

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«Storie (perlopiù) improbabili» di Alasdair Gray

Di recente è uscita per la prima volta in Italia Storie (perlopiù) improbabili di Alasdair Gray, la sua prima raccolta di racconti. Per la traduzione di Enrico Terrinoni, già traduttore apprezzato di James Joyce e altri classici della letteratura anglofona, il volume arriva dopo lo strepitoso successo di Povere creature, una delle opere più acclamate di Gray che ha avuto un successo eccezionale anche grazie alla regia di Yorgos Lanthimos e l’interpretazione di Emma Stone.

Storie perlopiù improbabili ci riporta nel mondo anticonvenzionale e atipico di Gray con una scrittura travolgente e piena di sorprese. Il merito è di Safarà Editore, che da anni sta proponendo l’opera omnia dello scrittore scozzese. 

La genesi dei mondi

Alasdair Gray sa come sorprendere. La sua scrittura, come il disegno e la pittura, hanno fatto sì che fosse accostato da molti critici a William Blake. Sicuramente un nume tutelare per quanto concerne molta dalle sua produzione, e questo libro non fa accezione: l’arte figurativa, tanto allegorica quanto esplicativa, accompagna la lettura fornendo al lettore sempre nuovi significati.

Eppure Gray è uno scrittore che tiene a precisare anche esplicitamente molte delle sue suggestioni e riferimenti letterari. Ecco come nella postfazione, anche questa un pezzo di bravura e gioco letterario, viene disvelata parte della sua poetica.

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Un racconto come La stella, che apre la raccolta, è un chiaro omaggio a H.G. Wells. Tuttavia, la sintesi, l’andamento della storia e l’ambientazione proiettano il lettore come all’interno di una favola. Cinque lettere, forse la prova migliore all’interno del libro, e La fine dell’asse fisso sono un dichiarato omaggio all’esotismo di Franz Kafka. E come Kafka, anche Gray non rinuncia alla sua vena ironica. In questo senso i punti più alti sono il dialogo sui generis dedicato al Sole e la dissertazione su Sir Thomas Urquhart Cromarty.

Come tra i più suggestivi racconti di Gustaw Herling, anche Gray gioca con i riferimenti storici alternandoli a verità letterarie. Con Gray, in questo senso, il lettore non smette mai di imparare ed esercita tanto la sua fantasia quanto il senso critico.

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Nuovi mondi

Alasdair Gray è abituato a creare mondi paralleli. I suoi disegni sono complementari alla sua scrittura. Gray definisce il processo creativo che prende gradualmente e fisicamente forma. La sua è una parola fattuale, il suo pensiero definisce ciò che deve essere e che sarà.

In lui nulla è dato per scontato e ogni pretesto narrativo è buono per creare situazioni magiche e surreali. Il profilo conturbante della storia si impone in racconti magistrali come La commedia del cane bianco o in progetti redazionali quali Il culto del grande orso.

Gray non teme di sperimentare con i generi letterari, in quanto li possiede tutti e per questo la definizione di postmodernista sarebbe riduttiva. Un esempio ne è Il Prometeo di M. Pollard, un pezzo di bravura ineguagliabile, dove l’autore improvvisa, sulle orme di Percy Bysshe Shelley, la riflessione intorno alla riscrittura moderna del Prometeo liberato di Eschilo.

L’alfa e l’omega

In Storie (perlopiù) improbabili (acquista) Alasdair Gray fornisce un plastico potenziale di quello che diventerà poi il suo mondo letterario e non solo. In questo libro si può rinvenire la scintilla della tetralogia di Lanark o del capolavoro 1982 Janine. È il libro ideale per addentrarsi gradualmente nella sua mente fervida e rigogliosa. Alasdair Gray è uno dei migliori autori che il secondo Novecento ci abbia restituito.

In lui c’è tutto: è come se non mancasse nulla. Leggere Alasdair Gray dà un senso di appagamento senza uguali. Nella sua caotica originalità riesce a dare una forma al racconto e il lettore si chieda come sia mai stato possibile. Solo alla fine della lettura è lampante come non potesse essere altrimenti: tutti i pezzi sono a loro posto e il racconto si staglia in tutta la sua bizzarra perfezione.

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Lorenzo Gafforini

Classe 1996, è nato e vive a Brescia. Laureato in Giurisprudenza, negli anni i suoi contributi sono apparsi su riviste come Il primo amore, Flanerì, Frammenti Rivista, Magma Magazine, Niederngasse. Ha curato le pièces teatrali “Se tutti i danesi fossero ebrei” di Evgenij Evtušenko (Lamantica Edizioni) e “Il boia di Brescia” di Hugo Ball (Fara Editore). Ha anche curato la raccolta di prose poetiche "Terra. Emblemi vegetali" di Luc Dietrich (Edizioni Grenelle). Le sue pubblicazioni più recenti sono: la raccolta poetica “Il dono non ricambiato” (Fara Editore), il racconto lungo “Millihelen” (Gattomerlino Edizioni) e il romanzo “Queste eterne domeniche” (Robin Edizioni). Partecipa a diversi progetti culturali, anche in ambito cinematografico.

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