«Working 9 to 5, what a way to make a living», cantava Dolly Parton in tempi non sospetti, mossa dalla stessa frustrazione nei confronti del lavoro corporate che ritroviamo al centro di Supersaurio. L’esordio dell’autrice canaria Meryem El Mehdati, satira spietata sull’ingresso nel mondo del lavoro, è stato tra i titoli più richiesti e chiacchierati all’ultimo Salone del Libro di Torino: siamo di fronte a una meteora o a un manifesto generazionale?
«Supersaurio»: la trama
Supersaurio, edito Blackie, è il resoconto di un’ordinaria discesa agli inferi, comune all’autrice così come a tantissimi lettori. Il romanzo segue la vita quotidiana della protagonista Meryem negli uffici della principale catena di supermercati delle Isole Canarie.
Anno 2016: Meryem ha 25 anni e un’istruzione di tutto rispetto nel mondo delle lingue; proviene da una famiglia di origini marocchine ed è cresciuta su Internet. Spietata nei suoi giudizi e già profondamente disillusa nei confronti della società e del mondo intorno a lei, Meryem è un alter ego collettivo ancora più che autoriale.
Le tre identità di Meryem
Supersaurio è innanzitutto un romanzo profondamente radicato nella sua ambientazione. Il pendolarismo verso gli uffici può già essere considerato una fonte di malumore non indifferente, ma l’aggiunta dei disagi dovuti all’overtourism non fa che accentuare le sofferenze della protagonista.
Tra noi lettori italiani, chi vive in località turistiche sentirà un particolare senso di vicinanza con i “cugini” della penisola iberica:
Gran Canaria è un cimitero di eleganti ubriaconi di origine britannica, tedesca, svedese o norvegese, sono stufa, non li sopporto più. Nessuno gli urla di tornarsene da dove sono venuti, ovviamente. Sono bianchi.
Altrettanto importante per Meryem è la sua identità marocchina. Sarebbe riduttivo definire Supersaurio semplicemente come un romanzo sulla vita lavorativa: è anche un inventario delle esperienze dei giovani di seconda generazione, nati a cavallo tra più culture e modi di vedere il mondo, certamente non immigrati ma al tempo stesso considerati ancora stranieri, arricchiti e al tempo stesso alienati dalla peculiarità di questa esperienza.
C’è però una terza identità che caratterizza la voce narrante del romanzo, una cittadinanza non ufficiale ma altrettanto d’impatto: Meryem è cresciuta su Internet, chronically online diremmo oggi, a quasi dieci anni dagli eventi narrati in Supersaurio.
L’adolescenza dei late millennials, nati tra la metà e la fine degli anni Novanta, è stata la prima a essere definita dalla presenza pervasiva della Rete e dei primi social network, simile e al contempo profondamente diversa da quella attuale. Fare parte di una fanbase, dedicare tempo e risorse a scrivere e produrre arte legata a mass media e artisti, andava ben oltre alla semplice esperienza di intrattenimento per diventare un elemento fondante della propria identità: anche in questo caso ritorna la doppia esperienza di arricchimento e alienazione.
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Il fascino della routine lavorativa
Non sempre ci piace lavorare, ma di sicuro amiamo vedere il mondo del lavoro rappresentato su schermo e, negli ultimi tempi, anche su carta. Dal grottesco mondo di Fantozzi alle avventure bislacche dei personaggi di The Office, passando per la distorsione fantascientifica degli uffici di Severance, vista dall’esterno la routine lavorativa ci ipnotizza.
Supersaurio si inserisce a pieno titolo nel filone della workplace novel, ma al contempo rende molto difficile restare ipnotizzati dalla routine negli omonimi uffici. La voce narrante di El Mehdati è una scossa elettrica costante che ci rammenta di non ricamare trame romantiche o nobili intenti su un luogo innanzitutto molto noioso, ma soprattutto sede di piccoli abusi e discriminazioni su base quotidiana.
Per il mio compleanno, il mio team mi regala una bottiglia di un vino molto costoso (nel momento in cui la ricevo non so quanto sia costosa, lo scopro poi) e Matiqui mi dà la giornata libera. Accetto entrambe le cose con faccia da poker, mi vedono sempre rifiutare le birre che mi offrono quando andiamo a pranzo fuori e i drink alle feste, ma credo che non l’abbiano registrato. Aggiungo una voce alla mia teoria sui capi: fingono che gli interessi conoscerti per dire a sé stessi che non sono dei cretini né degli sfruttatori, ma non saprebbero dire tre cose su di te, mai.
«Supersaurio»: una storia forse non letta, ma già sentita
Ci sono tanti, forse troppi punti di contatto tra Meryem El Mehdati e il target di destinazione di Supersaurio (acquista).
Leggere questo libro, per i coetanei dell’autrice, è come sottoporsi a una lunga sessione di sfogo su argomenti che già conosciamo fin troppo bene, che da un lato mettono a repentaglio la nostra possibilità di approdare a un futuro migliore, dall’altro lato se ingigantiti rischiano di avvelenare il nostro tempo libero e le nostre relazioni interpersonali. Tornando a Dolly Parton, «it’s enough to drive you crazy if you let it».
Fino a che punto è giusto e sacrosanto provare una costante amarezza nei confronti delle aspettative non realizzate, delle ingiustizie della vita quotidiana? Quando invece questo atteggiamento supera il limite precludendo ogni possibilità di leggere il mondo in chiave diversa, di dare senso alla routine? Ognuno di noi ha una risposta diversa a queste domande, che vanno ben oltre la letteratura.
Supersaurio ha un finale ben delineato, ma non presenta una risoluzione narrativa vera e propria. Forse tra qualche decennio saremo in grado di guardare a ritroso a questi anni, di trovare un senso o un colpevole da condannare per questa danza di tirocini, agenzie interinali, lavori poco gratificanti. Nel frattempo, anche domani dobbiamo andare a lavorare.
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