Tanti sono gli autori che si sono cimentati nell’impresa di parlare del disagio vissuto dalla Gen-Z, una generazione che vive più di quelle precedenti un vuoto esistenziale dovuto alla mancanza di certezze sia a livello personale che a livello professionale. La mancanza di affetti, l’impossibilità di amare – quest’ultima fomentata dai social, che ormai ci hanno precluso un contatto vivo e reale con gli altri –, ma allo stesso tempo l’impossibilità di una stabilità economica sono ciò che contraddistinguono certe narrazioni comuni.
Pochi, però, hanno veramente lavorato sullo stile, su una lingua capace di rappresentare un disagio che spesso si fa estremo, tendente all’autodistruzione e al delirio psichico, che da un lato fa da j’accuse alla generazione dei padri e dall’altro da fuga a un vuoto difficile da colmare. Per la giovane collana «Stormo» di Pidgin Edizioni Riccardo S. D’Ercole debutta alla narrativa con Xerox, un racconto lungo che mira proprio a raccontare, come recita la presentazione dell’editore, «una lunga, sporca notte senza redenzione» di una gioventù alla deriva.
La trama di «Xerox»
Xerox è ambientato nell’arco di una notte e ha per protagonista un ragazzo di circa trent’anni che si reca a un centro sociale – Xerox, appunto, come recita il titolo – per festeggiare il proprio compleanno, «il giorno perfetto per vagare nell’abisso perché cade lo stesso giorno in cui mia madre si è tolta la vita». Il protagonista difatti vive una vita alla deriva: orfano di madre, un padre incapace di badare alla famiglia, e lui stesso che lavora presso una pizzeria dove fa di tutto venendo pagato poco o nulla.
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Fra musica hardcore, sesso occasionale e droghe, il protagonista di Xerox ci racconta la discesa negli abissi del suo delirio personale con un presente che si fonde a un passato fatto di rabbia e rancori mai sopiti, che a partire dalla morte della madre arrivano ad accusare un intero sistema incapace di comprendere il suo disagio e dargli un aiuto concreto.
«Xerox», come rappresentare il disagio esistenziale
Per parlare di Xerox bisogna in primo luogo concentrarsi sul suo stile di scrittura. Da tenere a mente innanzitutto è il fatto che Riccardo S. D’Ercole nasca principalmente come poeta. Già nei versi della sua silloge Pneuma (2021) l’autore aveva infatti esplorato temi come il dolore esistenziale e l’impossibilità della felicità. L’influsso della poesia di Pneuma si fa evidente nel momento in cui D’Ercole ci consegna una scrittura vorticosa, spesso senza punteggiatura e molto ricorsiva che non lascia respiro al lettore e all’io narrante stesso.
Altro elemento significativo di questa scrittura asfissiante è il modo in cui sono riportati i nomi propri. D’Ercole sceglie di scriverli tutti con la lettera minuscola, e quella che in apparenza sembra una mancanza di conoscenze delle principali regole ortografiche italiane è in realtà un atto di ribellione verso le regole stesse, che sono ancora più soffocanti del disagio esistenziale provato dal narratore.
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Un ultimo elemento significativo, in questo caso a livello contenutistico, è il fatto che sia ambientato in un centro sociale dove si sta svolgendo un concerto hardcore. La presenza di un tipo di musica tanto rumorosa e sotto certi aspetti ripetitiva ricorda vagamente quanto Mark Fisher aveva teorizzato sulla musica techno. A differenza di quest’ultima, non soltanto la musica hardcore è ripetitiva, ma nella sua ripetitività si dimostra assordante, a riprova del fatto che la fase di stallo in cui si trova il narratore è qualcosa di ingestibile e la solitudine e il vuoto in cui si trova sono troppo ingombranti.
«Xerox»: la desolazione e il nichilismo da centro sociale
Sulla questione di Mark Fisher ci si tornerà su in un secondo momento, poiché un aspetto che ci preme trattare ora è quello della desolazione del contesto in cui l’io si trova. Già all’inizio, infatti, l’io narrante si trova alle prese con un rapporto sessuale occasionale con una ragazza, e attorno a lui percepiamo già un grande senso di vuoto:
Era freddo, un po’, sulle strade era calata una brina densa come il fango pestato dai porci in campagna e il cielo era un plexiglass crepato da cui guardare un plastico in un museo tutto finto.
Questa idea di desolazione si percepisce ancora di più con l’io che inizia a fare uso di alcol e stupefacenti, una «zona franca» che «mi accorcia la vita, mi alleggerisce dal peso di dover pensare alla mia esistenza», ma allo stesso tempo nel rapporto con gli altri. Non soltanto i rapporti sessuali occasionali con le ragazze passate e presenti, ma anche gli incontri con le altre persone del locale sono carichi di solitudine e di vuoto che molto probabilmente rendono ancora più pesante la desolazione dell’io.
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Oltre al contatto fisico, anche il contatto verbale si dimostra dunque essere alienante. L’io, ad esempio, sembra far parlare lo scrittore anticapitalista che incontra al concerto senza mai interloquire con lui veramente, con tutti i “(dice)” che si susseguono che indica una certa incertezza in ciò che riporta, molto probabilmente perché non lo sta ascoltando veramente, ma soprattutto non parla perché afferma di non avere «niente da aggiungere alla somma schifosa di tutte le cose già rimescolate nella solita zuppa primordiale».
«Xerox» e l’autodistruzione hauntologica
Non è un caso che prima si sia citato Mark Fisher, poiché l’incomunicabilità che traspare dall’esperienza dell’io ricorda molto le sue teorie sull’eerie e sull’hauntologia, in quanto l’io non solo percepisce un fallimento in presenza, ma anche un vuoto che si traduce nella presenza di fantasmi che già percepiamo proprio nell’incontro con alcuni dei presenti al centro sociale:
E il fantasma d’un tratto prorompe in un pianto che suona più o meno come il vagito di un neonato con le convulsioni ma anche un po’ tipo un singhiozzo persistente una sirena un cazzo di allarme e si lascia andare nelle braccia di lei che continua a succhiare la birra che ora è calda come il piscio.
L’io narrante di Xerox ricorda molto i protagonisti di Tutto finisce con me di Gabriele Esposito e di Lampreht di Kazimir Kolar, in quanto egli piomba sempre più in un vortice di inquietudine senza via d’uscita. Sentendosi “derelitto”, disgraziato, incapace di essere padrone di se stesso e senza valore, l’io decide di buttarsi in mezzo a una calca che è altrettanto sola e derelitta come lui:
la folla è tutto la folla è dio e io mi sento come se non avessi nessuno intorno a me come se tutto fosse silenzioso adesso un tonfo silenzioso ho chiuso gli occhi e sono nel buio più totale sento la musica ma non fa rumore rimbalza silenziosa tra i corpi i berretti le magliette il sudore sento i corpi intorno a me che si stringono mi spingono mi sbattono di qua e di là e su e giù e di qua e di là ma sento il vuoto intorno a me come se il vuoto fosse quello che ho dentro fosse proprio quel buco dentro cui se ne stanno tutti i miei vermi a banchettare con i miei resti
Come il protagonista del romanzo di Esposito, l’io narrante di D’Ercole riesce ad accettare il suo degrado grazie all’assuefazione da stupefacenti e da alcol, che fa sì di percepire tutti gli altri come tanti vuoti che implodono come «pezzi di stella che si ammassano l’uno sull’altro e nessun rumore solo un enorme silenzio tutto questo silenzio». Paradossalmente, l’accettazione del vuoto esistenziale è ciò che rende vivo il protagonista, che riesce a farlo suo e allo stesso tempo a condannare gli altri allo stesso abisso a cui è condannato.
«Xerox» e l’accettazione del vuoto cosmico
Più che una notte senza redenzione, quella raccontata in Xerox (acquista) è una notte dell’accettazione. Riccardo S. D’Ercole percorre lo stesso solco tracciato da Mark Fisher e da autori “melanconici” che di lui possono essere figli come Gabriele Esposito, Kazimir Kolar, Cynthia Cruz e tanti altri per raccontarci il ritratto spietato di una gioventù che per sopravvivere non può far altro che rassegnarsi al vuoto e al silenzio attorno a lui attraverso la prospettiva di un derelitto sociale che, con un incedere asfissiante e bernhardiano, ci trascina con lui verso l’abisso rendendo la propria miseria universale.
mi chiedo se questo vuoto lascia spazio a un altro vuoto occupato da qualcun altro e poi ancora e ancora fino al vuoto di altri milioni di miliardi di stelle che hanno il vuoto dentro e fuori e intorno a loro e lasciano questo mondo per nessun mondo in particolare in una implo- sione codarda di pezzi di stella che si ammassano l’uno sull’altro e nessun rumore solo un enorme silenzio tutto questo silenzio.
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