Se si considera autori italiani come Vanni Santoni o Andrea Piva, ultimamente si sta prendendo in seria considerazione critica lo studio e l’attenzione verso la cultura dei rave e delle sostanze psicotrope. Quest’ultimi sono difatti diventati sinonimo di una ricerca di libertà e di autenticità nelle relazioni umane e con il nostro corpo contro regole sociali stringenti, ma allo stesso tempo un modo per approcciarsi a esperienze perturbanti che fanno parte della nostra esperienza e che sono dunque necessarie.
Ci torna in mente tutto questo quando leggiamo Sciamani elettrici alla festa del sole, nuova fatica dell’autrice ecuadoriana Mónica Ojeda come sempre edita Polidoro. Con questo libro non soltanto Ojeda ci regala un’altra grande prova della sua capacità nel creare atmosfere perturbanti e liberatorie, ma mostra l’importanza di certi eventi, soprattutto a livello di corporeità, un concetto fortemente centrale nei dibattiti culturali odierni.
La trama di «Sciamani elettrici alla festa del sole»
Sciamani elettrici alla festa del sole si svolge nelle vicinanze di Guayaquil, città delle Ande – tra l’altro luogo d’origine dell’autrice – nell’anno del calendario andino tra il 5540 e il 5550. È importante sottolineare la questione del calendario andino, perché una prima ribellione avviene qui, nella scelta di un modo di calcolare il tempo che ci colloca in una realtà al di fuori di quella che tiene prigionieri i protagonisti. Ai piedi del vulcano Sengay si svolge il Rumore, un festival dove le persone – artisti, performer e persone di varia estrazione sociale – si ritrovano isolate da tutti e da tutto per festeggiare, secondo antichi riti andini e attraverso sostanze come funghi allucinogeni, il contatto primordiale con la natura.
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In questo festival simile al Burning Man di Black Rock in Nevada, i protagonisti, fra cui le amiche Nicole e Noa – quest’ultima alla ricerca del padre, che l’abbandonò da piccola –, Pedro, Mario e Pamela, si gettano in riti collettivi estremi a base di musiche e poesie dal sapore arcaico dove sogno, allucinazione e realtà si fondono per cercare di evadere non soltanto dalla violenza del proprio contesto d’appartenenza, ma anche, attraverso la ricerca di un rapporto autentico con la natura, di trascendere i propri limiti corporali per conseguire la libertà.
Legame con le opere precedenti di Mónica Ojeda
Per chi ha avuto modo di conoscere meglio l’opera di Mónica Ojeda partendo dalla lettura del celebre Mandibula, Sciamani elettrici alla festa del sole costituisce un tassello importante nell’evoluzione della narrativa dell’autrice di Guayaquil. Anche qui ritroviamo tutti i grandi temi dell’autrice ecuadoriana come il rapporto con il corpo – considerato un campo di battaglia, come direbbe Georges Bataille, grande maestro e nume tutelare di Ojeda –, la violenza – psichica e sociale, principalmente –, il ricorso alla cultura andina come modo per collegarsi alla primitività dell’essere umano e la creazione di atmosfere dell’orrore attraverso il lavoro sulla psicologia dei personaggi.
Se in comune con gli altri libri mantiene una molteplice prospettiva su quanto raccontato, in Sciamani elettrici alla festa del sole Ojeda decide di non ricorrere a elementi come i media e la tecnologia come i videogiochi in Nefando e La desfiguración Silva o i creepypasta come in Mandibula, ma tiene soltanto a mente la cultura dei rave, delle sostanze psicotrope e dei riti andini, creando un linguaggio estremamente tellurico rispetto a Voladoras, ovvero un linguaggio che a livello visivo e linguistico mira a un’estrema trascendenza attraverso la violenza inferta alla psiche dei personaggi e alle loro fragilità che riemergono nel corso della storia.
Il canto della sirena come canto della paura
Considerando quanto detto finora, leggendo questo romanzo di Ojeda ci viene in mente Midsommar di Ari Aster, film dove Dani, la protagonista, raggiunge in un certo senso un’estrema liberazione dalle sue paure e dai suoi sensi di colpa introiettando la violenza che la setta del film perpetra ai membri della propria comunità. Il cammino che fanno i protagonisti di questo libro, dunque, è un percorso che, per arrivare allo scopo ultimo della trascendenza, richiede di scendere a patti con la paura e di assimilare la violenza subìta.
Immagine molto suggestiva in questo senso è quella della sirena, che viene in mente a Noa e Nicole parlando di Tim Buckley e la sua Song to the Siren, una canzone sul desiderio di morte e sulla necessità dell’abisso per ritrovare una sorta di gioia futura:
Noa mi disse una cosa che ancora oggi non dimentico: se solo mio padre mi avesse scritto una canzone con cui imparare ad amare la morte, e con quello la scema aveva fatto centro perché quando ci abbandonano è la musica a consolarci, è la musica a farci sentire che nel dolore c’è qualcosa che merita: la gioia del domani, il piacere potenziato dell’assenza e la carenza.
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«Disnascere» tramite la musica
La musica a cui, però, si abbandonano i nostri protagonisti è quella della natura, che vivono isolati grazie agli sciamani, ai cantori e alle sostanze psicotrope. La musica – o meglio, il Rumore – è ciò che evoca una ferita, una perdita e una mancanza. Il silenzio assordante dovuto all’isolamento fa emergere suoni che alla fine non sono altro che proiezione delle paure originarie dei personaggi coinvolti, che si sentono costretti ad accogliere il canto delle sirene per guardarsi dentro e rivivere la paura.
La musica seduce l’ascoltatore, tenta di dargli la caccia. I suoni, invece, prescindono dall’ascolto. Se un giorno senti che il bosco ti stia chiamando ti sbagli: il bosco non vuole corteggiarti, non vuole niente da te. Al contrario, la musica esige di essere ascoltata anche quando ti impone un ritmo doloroso, anche quando è dissonante. Guida i tuoi pensieri e le tue emozioni. È autoritaria. Ogni corpo e la sua ombra sanguinano nella musica.
Come si legge nel libro, quindi, «la musica rende presente l’assente […] risveglia i morti, richiama chi non c’è», ma è anche «la ribellione della vita interiore, è bosco e crepaccio»: la musica ti dà sì evasione, ma è anche un modo per arrivare al limite della propria vita, a contatto con ciò che ti porta alla morte e, presa consapevolezza di questa dimensione di finitezza, ti porta a rinascere.
Questa concezione della musica la si trova anche in Slasher, racconto di Voladoras dove la musica estrema e il rumore che suscita porta le protagoniste Bàrbara e Paula a vivere esperienze al limite della violenza come forma estrema di vita. Ciò si ricollega, inoltre, al concetto di «disnascere» espresso in Mandibula: i protagonisti arrivano a guardare in faccia la morte per abbracciarne le pulsioni che scaturisce in noi e permetterci di rinascere.
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La bellezza è nella caduta
Il momento cruciale in cui la musica svolge il suo ruolo di rivelazione delle pulsioni estreme è il momento dell’Inti Raymi, momento che provoca un’allucinante isteria collettiva dove il Poeta, capo degli sciamani elettrici, ha promesso un’esperienza senza tempo in cui i personaggi vedono la città in rovina in preda all’apocalisse:
Avevamo pura sete di canti e danze. Il corpo diventa una bussola quando vuole qualcosa: da qualche parte dovevamo pur andare con quella voglia, ma non sapevamo dove. Il paese crollava, invece la caldera dell’Altar era già franata ed era bello vederla così. C’è bellezza nella caduta, dicono, bellezza in ciò che è rovinoso.
La chiave dell’esperienza dei personaggi sta in questo principio: la bellezza è nella caduta. Essere vivi per i personaggi vuol dire «provare piacere e soffrire», e senza sofferenza sarebbero tutti «ciechi e sordi». Come dice uno dei personaggi, che fa da voce della coscienza dei partecipanti al Rumore, dio ama sì gli smarriti e chi prova dolore, ma «non ci dà il linguaggio trasparente per riceverlo [l’amore, NdR]». Amare qualcuno e amare sé stessi vuol dire inventare un linguaggio fatto di assenza, dolore e sofferenza, un linguaggio che esprime ciò che abbiamo paura di comunicare agli altri.
L’esperienza del Rumore, dunque, è funzionale a questo: a metterci di fronte al nostro male, a non evaderlo, ma ad accoglierlo. I nostri protagonisti evadono il proprio contesto di violenza per entrare in un isolamento dove possono essere veramente se stessi senza imposizioni da parte di altri e accettare le proprie ferite lontani dalle costrizioni sociali. Solo ascoltando l’abisso, dunque, possono raggiungere la libertà, ovvero soltanto liberando le proprie paure e condividendole possono continuare ad amare.
Movimenti tellurici della paura
Anche con Sciamani elettrici alla festa del sole (acquista) Mónica Ojeda riesce a turbare il lettore creando un misto di atmosfere perturbanti e inquietanti fondendo cultura ancestrale andina e cultura pop moderna. Qui la prosa di Ojeda si fa ancora più suggestiva e vivida creando un tempo sospeso che ci mette di fronte agli angoli più remoti del nostro animo e facendoci capire come abbracciare il dolore, la paura e il male sia l’unico modo per appropriarsi della propria anima e riuscire ad amare gli altri incondizionatamente. Amare, alla fine, non è altro che condividere un abisso.
Come loro, anche noi fummo chiamate al Rumore da una voce geologica: l’eruzione del Sangay, a oriente, che aveva provocato una pioggia di uccelli a centosettanta chilometri di distanza. Ci eravamo svegliate con la città ricoperta di cenere e volatili morti, e con la consapevolezza che niente avrebbe impedito la nostra ascesa al paramo. Niente ci avrebbe fermato perché con quella eruzione la terra aveva pronunciato i nostri nomi, dettandoci il futuro nella lingua del sottosuolo.
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