Pizza e minestra di storie

«La scortanza» di Remo Rapino

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La scortanza

«Se ne vanno tutti, anche le storie, perché non c’è più a chi raccontarle». Così scriveva una volta Fabio Stassi in Fumisteria, uno dei suoi romanzi più famosi. Fabio Stassi è noto non soltanto per aver vinto il Campiello anni fa o per la sua esperienza di editor della narrativa italiana di minimum fax, ma anche per aver posto al centro della sua narrativa esistenze precarie e marginali, ma depositarie di un dovere morale di raccontare e tramandare storie per costruire una coscienza politica e sociale nelle nostre comunità.

Figlio – editorialmente parlando, s’intende – di Fabio Stassi è Remo Rapino, scrittore abruzzese vincitore nel 2020 del Premio Campiello con Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, un autore che ha fatto sua la lezione di Fabio Stassi e che, ora che ha sposato in pieno la causa della prosa dopo esser stato poeta, continua nella sua narrativa l’impegno morale a raccontare storie di “sfasulati”, che altro non sono che sfumature marginali, ma non per questo poco importanti, della nostra Storia. Continua questo intento in un certo senso il suo ultimo libro, La scortanza, uscito per i tipi di minimum fax.

La trama di «La scortanza»

Dopo Bonfiglio Liborio e Mengo, Remo Rapino ci regala qui un altro personaggio che si preannuncia indimenticabile: Rosinello Capobianco, definito nel paese di Colle di Piazza “favizitte”, italianizzato in “Falsetti” ovvero colui che «sparge il falso a destra e a manca». Seduto sempre davanti alla Fontanella, Rosinello è raccoglitore di storie e testimonianze, alle volte vere, alle volte plasmate e forgiate con la propria fantasia e un pizzico di bugie.

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In circa un centinaio di pagine, Rosinello ci racconta le cronache di un paese che ha attraversato anni e anni di storie, dal fascismo fino ai giorni nostri passando per l’emigrazione in America. Rosinello ci racconta del professore Cecchino Di Tropea, di mastro Nicola Trabaccone, del girasolaro Giacomo Tiracchia, l’americano Cenzino Sardellone e Ginetta Petrosemolo: uomini e donne che con le proprie stranezze hanno reso possibile l’esistenza di Colle di Piazza e le cui storie vanno custodite per far sì che Colle di Piazza continui ancora a esistere.

Da Bonfiglio Liborio a Rosinello Capobianco: sfasulati, ma depositari di patrimonio umano

Fra tutti i personaggi della Scortanza, Remo Rapino inserisce come una sorta di easter egg letterario anche il nome di Mengo, omonimo del protagonista di Cronache dalla terra di Scarciafratta, anche lui come Rosinello testimone del tempo e della vita che passa, registratore di storie che fa proprie da tramandare agli altri. In questo senso, è come se Mengo e Rosinello si passassero idealmente un testimone, più precisamente quello di tramandare storie e difenderle a ogni costo.

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Rosinello, però, ricorda un altro protagonista rapiniano, passato molto in sordina, ma anch’egli importante: Arturo Sabatini, protagonista di Di nome faceva Arturo, romanzo edito qualche mese prima della Scortanza dall’editore abruzzese Città Nuova. Arturo è un manovale che impara ad amare la lettura e assieme a Florinda coltiverà il sogno di una biblioteca che raccoglie non semplici libri, ma sogni che permettono agli abitanti di Casal del Campo di vivere:

A questo servivano i libri, a sfogliare le storie infinite che uomini del mondo raccontavano ad altri uomini dello stesso mondo perché ognuno riconquistasse la propria vita con la ragione o la forza dei propri sentimenti.

Con Arturo Sabatini i personaggi di Rapino pare abbiano raggiunto una consapevolezza maggiore del proprio potere di raccontare storie: non si limitano soltanto a tramandarle, ma le plasmano con un pizzico di finzione e di menzogna, perché le storie sono come la vita: hanno bisogno di innestarsi ad altro per sopravvivere e per far sopravvivere chi le ha vissute e ha contribuito a rendere meraviglioso il mondo attorno a sé.

Le storie dei nomi sono prima di tutto storie di uomini e donne

In questo senso sono significativi i nomi degli abitanti di Colle di Piazza, nomi e nomignoli fantasiosi che nascondono storie di vita vissuta e di drammi che tanto raccontano di questa comunità eccentrica, ma piena di vita:

Insomma, tra nomignoli e nomi veri le persone riescono a sapere o si ricordano le storie e il sangue che si portano appresso, almeno un poco, e si affamigliano, uno dietro l’altro, tutti felici di poter fare a meno della parlata stridula di Carminuccio Bollotondo, faccia sguincia e naso storto, ufficio anagrafe, che poi quello, Bollotondo, è il suo vero cognome, e ci vuole fantasia grande per darci credenza.

I nomi per Remo Rapino hanno la stessa valenza di quelli dei personaggi di Charles Dickens: ci raccontano caratteristiche e attitudini dei personaggi, e al contempo molto ci dicono di quanto vivono e hanno vissuto. Se i Cerchitelli, per esempio, sembrano invece che querce “alberi di Giuda” pieni di “falsoni e fregamidolce”, Peppino Monsieur si chiama così perché è stato in Francia, mentre Nicoletto è chiamato lo Spagnoletto perché canticchiava Besame mucho e Cielito lindo.

I nomi dice Rosinello sono «come fili d’erba che vanno per le acque di un fiume, e vanno fino alla foce e poi si perdono nel mare, quello più grande, dove tutto diventa uguale». Quanto afferma il protagonista conferma che il nome alla fine è solo un’etichetta dietro alla quale si nascondono persone accomunate da uno stesso destino: il destino di chi nasce e poi muore, di chi contribuisce a rendere un luogo ricco di vita con le sue tragedie e le sue piccole vittorie quotidiane.

Ci vuole poesia per raccontare la vita

Per unire questi destini comuni, Rosinello si ispira alla storia di Menocchio Benandante, un cantoniere e anche poeta, una persona simile ad Arturo Sabatini per il quale la poesia è come il miele, come una ruota di scorta, è ciò che ci permette di vivere e di viaggiare. Menocchio Benandante sognava di reinventare il mondo con la poesia, di renderlo più bello e gentile. Rosinello impara la lezione di Menocchio per farsi a modo suo custode di Colle di Piazza e della sua gente:

Ora lo so: io sono il narratore, che narrando di sé narra degli altri e di quanto se ne va a spasso per il mondo. Così divento sguardo che si fa corpo, anima, dolore, meraviglia, un’occhiata veloce che sa cogliere il profilo delle cose. Io sono un mezzo attore, quello che ogni mattina aspetta la sera e che non ha più forza di piangere né la forza di pensare i gusti pensieri per vivere, pure quelli più piccoli. Io sono l’uomo vecchio che scrive piano, io sono l’uomo che cammina piano, io sono l’uomo che fa aspettare la morte e la morte aspetta, così la vita mi dura ancora di più, e questo manco male fa.

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Quella di Rosinello diventa una sfida contro il tempo, contro la morte, e soprattutto contro l’oblio. Con il passare delle generazioni, la gente rischia di dimenticare tutto ciò che di bello e di brutto ha contraddistinto Colle di Piazza e la sua gente. È così che, allora, Rosinello assume su di sé la figura del matto di paese che si inventa le cose, ma le inventa non per un impulso nostalgico e malinconico, ma perché, se vuole continuare a esistere, deve far esistere attraverso le parole tutto ciò che gli ha permesso di essere Rosinello Capobianco.

Alla fine, Rosinello ricorda la lezione di Rocco Scotellaro, il sindaco-poeta di Tricarico: «le parole possono rappresentare anche una forma di salvezza». Noi parliamo e raccontiamo noi stessi prima di tutto, salviamo noi stessi in primo luogo, e una volta fatto ciò raccontiamo e salviamo anche gli altri, poiché, nel bene e nel male, siamo tutti un concentrato di vita e bellezza.

Parole che si nutrono di persone e generano bellezza

Bonfiglio Liborio, Mengo, Arturo Sabatini e adesso Rosinello Capobianco: tutti sfasulati, tutti folli, sognatori e affabulatori, ma allo stesso tempo demiurghi e custodi di vite individuali e collettive senza le quali la Vita con la “v” maiuscola non sarebbe bella e profonda allo stesso tempo. La scortanza (acquista) manda avanti una riflessione profonda sull’importanza di raccontare storie e sul dovere morale che abbiamo di conservare e custodire le parole, i nomi e i ricordi che si celano dietro di essi. Dimenticare parole e nomi significa negare la vita; inventare nomi, parole, racconti e menzogne significa, invece, perpetuare la vita e vincere la morte.

La parola deve avere fame delle persone, deve nutrirsi del vissuto, seguire le orme del viaggio dell’uomo, sulla terra e nella storia, avere consapevolezza, ma non timore, dei naufragi, legare i fili della realtà a quelli, altrettanto reali, dei sogni incompiuti e, pur a fatica, si fa promessa di una coincidenza di anime nel luogo di mezzo tra la terra e le nuvole.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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