Attraversare l’abisso dell’io per dissolversi

«Dissolvenze» di Valerio Mello

12 minuti di lettura
Dissolvenze

In un’epoca dominata dall’iperpresenza e dal rumore visivo, permane ancora una soglia sottile tra il dire e il tacere, tra il mostrarsi e lo sparire, una tensione fra l’esserci a ogni costo e l’esserci nell’assenza, vivendo così una vita ripulita da ogni azione e parola inautentica che invece di arricchire l’esistenza la impoverisce rimarcandone la vacuità.

Se la poesia contemporanea spesso si limita a registrare il presente sfociando addirittura in una scrittura sempre più simile alla prosa per contenere quanti più dettagli possibili, la poesia di Valerio Mello sceglie la direzione opposta: quella del sottrarsi, del consumarsi fino all’osso per ritrovare l’essenza. Dissolvenze (Stampa 2009, 2026), Il suo nuovo libro con prefazione di Maurizio Cucchi, si presenta come un’indagine accurata sui margini dell’esistenza dove lo smarrimento è inteso non come perdita, ma come condizione necessaria per rintracciare i «segni della sopravvivenza».

Le poesie di «Dissolvenze»

Valerio Mello costruisce proprio su questo confine instabile la sua architettura poetica: una scrittura che non descrive il reale, ma lo attraversa, lo incrina, lo fa collassare per rivelarne le stratificazioni più profonde. Nella sezione iniziale della raccolta, Pesci abissali, Mello parla infatti di una «realtà condensante» dove si nasconde lo scheletro delle cose, tutte le esperienze nascoste nell’iperpresenza del reale in cui l’io deve navigare per cercare «quella lieve sostanza/o quel tremulo bagliore,/l’ossessione di distinguerci nel buio»:

Grandi bocche per inghiottire tutto
Senza attendere un altro momento
Con il volto segregato
Cresciuto senza cielo
Vuoto nel tempo vuoto fisso
In qualche remoto riposo

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Il titolo non è casuale. In cinematografia, la dissolvenza è quell’effetto di transizione in cui un’immagine si dissolve mentre un’altra emerge. Per Mello, la dissolvenza diventa metafora di un’esistenza che si fa e si disfa nell’atto stesso dello scrivere. Tirando in ballo personaggi della filosofia e della mitologia, l’io lirico di Mello cerca di affermarsi non come presenza fisica, ma come presenza assente, una presenza che esiste nel momento in cui si dissolve, ma capace comunque di lasciare tracce di sé nel tempo attraverso la memoria.

Il confronto con «Hypsas»: poesia della memoria e poesia dell’abisso

Chi conosce il percorso poetico di Valerio Mello sa che ogni raccolta è un capitolo di un’unica, lunga meditazione sull’esistenza e il suo rapporto con la memoria, il passato e gli spazi vuoti lasciati dallo scorrere del tempo. Dissolvenze arriva dopo Hypsas (2024), e anche quest’ultimo come il primo è un libro che utilizza il mito per riflettere sull’esistenza e il tempo.

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Se in Hypsas la ricerca era legata a una dimensione quasi ancestrale e archeologica della parola, in Dissolvenze il poeta sembra voler testare la “leggibilità del mondo” attraverso il dialogo con le ombre. In Hypsas, il tentativo è quello di fare una mappatura dei sogni e dei ricordi, registrando non soltanto i luoghi che fanno parte della vita ma anche la morte e l’essenza racchiusa nella realtà circostante a rappresentazione di un tempo che scorre e trascina via ogni cosa. In Dissolvenze, invece, quella corrente ha trovato il suo fondale. La memoria non è più una mappa da compilare ma una zona di buio da abitare, come i pesci abissali che si muovono nel profondo illuminandosi dall’interno. Il movimento è verticale, non orizzontale: non lungo il corso del tempo ma in profondità nel tempo stesso.

Mentre in Hypsas, quindi, la scrittura memoriale fagocitava il mondo passato e quello presente rendendo possibile un futuro in cui il tempo del nunc poteva convivere con ciò che non si vede, in Dissolvenze quella convivenza si fa più problematica, più dolorosa, più consapevole del proprio costo. La parola non salva: sopravvive a stento, e nel sopravvivere si dissolve.

Tre soglie verso l’abisso per dialogare con ciò che è dissolto

Dissolvenze è articolato in tre sezioni principali (Pesci abissali, Dialoghi del primo giorno, Dialoghi di un altro giorno) a cui si aggiunge la sezione conclusiva Fedone degli abissi, che funge da approdo speculativo e quasi platonico dell’intera raccolta. La struttura non è lineare ma stratificata, come le sedimentazioni di un fondale marino che costituiscono anche le tappe di un cammino che l’io fa dall’abisso fino alla superficie di un’esistenza dissolta.

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Nella prima sezione, Pesci abissali, troviamo le parole chiave di tutta la raccolta: sopravvivenza, buio, bagliore, scheletro, abisso. Sono tutte parole che rimandano alla perdita, al vuoto, ma anche alla speranza di una vita in superficie. L’immagine dei pesci abissali che si aggirano con piccole lanterne come fantasmi irrisolti nel passato è indice di un io che vuole sopravvivere al buio dell’esistenza e della magmaticità dell’iperpresenza, e per farlo vaga come un fantasma nei resti del passato per trovare un altro modo di esserci nella sua realtà.

Le due sezioni dei Dialoghi comunicano attivamente con figure del mito, della filosofia e della storia per ragionare sul ruolo della parola poetica e il suo legame con l’invisibile e la morte, al punto che l’io arriva ad affermare che il poeta «ha bisogno dell’abisso per vivere» e per «cominciare a parlare con sé stesso». Solo così, allora, approda al Fedone degli abissi, dove si renderà conto che oltre l’anima ci sono «rocce», ovvero segni di un’anima libera e pura che può tornare fino a un pensiero altrettanto libero dalla ricchezza di parole che spesso sono inautentiche.

Come pesci negli abissi dell’esistenza

La sezione iniziale si apre, dunque, con uno scenario molto montaliano di desolazione e silenzio dove la parola poetica risulta impotente e il battito «incredulo, scarnificato». L’io si identifica con un pesce abissale che usa la lanterna della sua testa per navigare fra i detriti di «placente inospitali» e «rifiuti catacombali»:

Grandi bocche per inghiottire tutto
Senza attendere un altro momento
Con il volto segregato
Cresciuto senza cielo
Vuoto nel tempo vuoto fisso
In qualche remoto riposo

In tutto questo «troppo vuoto da curare», l’io si rende conto di essere «un luogo nessuno», uno spazio mobile che «trasporta casse vicende muro/maestro cornici e chiodi», ovvero trasporta con sé un bagaglio di parole e di esperienze vissute di cui ha bisogno per provare a risparmiare ai morti «il senso del vuoto», «una coscienza carbonizzata» fatta di parole che ci dicono che non esistiamo più, che diventa mausoleo fine a se stesso invece che vita autentica e piena di significato.

Esistere sul crinale della sabbia

Con i suoi attrezzi poetici ed esperienziali, l’io continua a camminare sul crinale della sabbia fra i detriti di tanta esistenza esperita, continuando a camminare fra i tanti volti che incontra nella realtà che non gli comunicano nulla e che lo illudono di avere già in mano il senso dell’esistenza che sta cercando di ricostruire emergendo dagli abissi:

Non fermarti, se i volti sono troppi.
Li senti i volti che non possiedono nulla di certo,
li abbiamo bruciati mese dopo mese,
da dentro ogni lampadina, ogni solco di giorno elettrico,
li abbiamo spiati per la pace dell’alba,
per la frana del segreto.

Nel suo incedere, l’io ascolta una voce che lo invita a «non avere timore di perdere niente». Questo perché l’io deve, come dice Epicuro ad Aizruc, «mettere il dopo in una scatola», disfarsi di tutto ciò che ha vissuto per scomparire e dissolversi dentro la scrittura. La scrittura è ciò che mangia la carne mortale, mangia l’abisso per arrivare all’essenza delle cose:

Ecco, i contrari. L’anima domanda perché di questo
esistere alla lingua mozzata dall’oracolo.
Parla.
Il Signore di Delfi dà fuoco a tutte le cose, nelle
fiamme esprime la vista dell’occulto.
Si apre la vita su e giù.
Nel buio fittissimo.

Scrivere, allora, è arrivare alla polpa proibita delle cose, arrivare a ciò che sta oltre le immagini che abbiamo visto. Questo è, dunque, vivere: abitare il vuoto, il silenzio, e renderlo una stanza tutta per noi dove possiamo riconoscere il senso della nostra vita, il puro pensiero senza intromissioni di un’esistenza piena di parole e di presenza, ma al contempo priva di senso.

Dissolvenza è esistenza

Dissolvenze (acquista) non è solo una raccolta di versi, ma un’esperienza filosofica. Questa nuova silloge poetica di Valerio Mello chiede ai lettori di essere disposti a scomparire non soltanto dentro le sue parole, ma anche dentro la nostra esistenza per lasciarsi portare in profondità senza la garanzia di risalire con risposte. Quelle di Dissolvenze sono poesie nel senso più esigente del termine: non decorazione del mondo ma interrogazione radicale di esso; non belle parole ornamentali fini a sé stesse, ma parole che creano un mondo altro oltre a quello che abitiamo per darne un senso.

A voi, cari Cebete e Simmia, dico che ovunque il nostro sole è fuoco ed è acqua, che noi entriamo nel giorno come entriamo nel corpo, che il cammino durerà dall’origine fino all’origine senza squarci di tempo e sarà luogo e sguardo intorno agli dèi… e l’anima libera e pura tornerà indietro, indietro, fino al pensiero.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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