Nel panorama della letteratura contemporanea italiana, il genere del memoir confessionale o dell’autofiction sta andando ultimamente molto forte, soprattutto per un certo voyeurismo del dolore da parte del lettore italiano. Il dolore vende, parliamoci chiaro, ma il fatto che venda contiene in sé il rischio di non poter fare esegesi nei confronti della qualità letteraria di certi testi per una sorta di ricatto del testimone: se tu lettore critichi come ho scritto il mio libro e la mia confessione, stai criticando anche il mio vissuto, e dunque sei una cattiva persona che pecca di empatia.
Tuttavia, ci sono autori che con l’autofiction e il memoir non si sono mai fatti problemi a essere criticati dai lettori. Dopotutto, le proprie esperienze di vita devono poter essere centro di dibattito, soprattutto per trovare modi sempre nuovi per parlarne, e soprattutto per poter esistere ed essere percepiti agli occhi degli altri. Un libro che sicuramente ha fatto scuola in Italia nel genere memorialistico è Il corpo non dimentica di Violetta Bellocchio, edito originariamente nel 2014 da Mondadori e riproposto nel 2026 da 66thand2nd.
A dodici anni di distanza dalla prima edizione, con questa nuova edizione che comprende uno scritto aggiuntivo posto in appendice al libro ci troviamo di fronte a un’opera che scardina i canoni della narrazione post-traumatica, imponendosi come un testo cardine per lo studio stilistico della narrativa confessionale italiana.
La trama di «Il corpo non dimentica»
Il corpo non dimentica si configura come un diario di bordo anatomico e psicologico che racconta il percorso di disintossicazione della protagonista, ovvero Violetta Bellocchio, che con l’aiuto di Malerie, la sua terapeuta, intraprende anche un percorso di scavo nella propria memoria per meglio capire l’origine della sua dipendenza e i danni che sono rimasti anche dopo la disintossicazione:
Ricominciamo, sì. Ci vuole.
Mi chiamo Violetta Bellocchio. Ho trentaquattro anni. Sono nata a Milano il quattro nove settantasette, carta d’identità scaduta, vado in giro col passaporto. Non sono mai stata sposata, non sono mai stata incinta, e non riesco più ad abitare da sola.
[…] Ho perso la memoria. Gli anni peggiori – dai venticinque ai ventotto: tre anni – non ci sono più. Non è una bugia e non sto cercando di ricostruire una sola notte.
Tre anni, clic. Andati.
Della persona che sono stata, a un certo punto, io non ho più nulla.
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Dal 2002 – anno del ricovero coatto all’Ospedale Maggiore di Milano in uno “stato confusionale” documentato con freddezza clinica attraverso la riproduzione del foglio di dimissione del pronto soccorso – fino agli anni trascorsi nella nebbia della dipendenza a Roma, Cannes e Milano, Bellocchio ricostruisce la propria storia partendo dagli anni segnati dall’alcolismo, dai ricoveri, dalle relazioni tossiche e dall’autosabotaggio ricostruendo la mappa della propria rovina e facendo riemergere ciò che aveva prontamente rimosso.
La memoria è qui descritta come un meccanismo violento che «ti strappa le unghie quando non stai guardando»: Bellocchio intraprende infatti un percorso che assomiglia a una vera e propria discesa negli inferi della memoria. I ricordi riaffiorano come fantasmi, frammenti di una vita che non vuole restare sepolta. Il recupero della memoria diventa così una seconda disintossicazione, forse ancora più difficile della prima, dove Violetta Bellocchio cercherà di rendere le sue cicatrici un nuovo punto di partenza per la propria vita.
«Il corpo non dimentica»: il confronto con altre opere post-traumatiche
Il corpo non dimentica di Violetta Bellocchio rientra non soltanto nel genere del memoir, ma anche in un genere che possiamo definire “letteratura del post-trauma”, un tipo di letteratura che scava nei traumi subiti dagli autori e dalle autrici che ragionano su di essi senza paura di non essere creduti, anzi, sfidando la diffidenza del lettore per trovare nuovi modi di raccontare se stessi senza filtri e allo stesso tempo senza pietismi e moralismi.
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Sebbene nel nostro paese ci siano esempi validi di letteratura post-traumatica – si pensi al più recente Lo sbilico di Pierantozzi –, è agli Stati Uniti che dobbiamo guardare per avere dei punti di riferimento in merito: Rinascere di Leslie Jamison e La cronologia dell’acqua di Lidia Yuknavitch, quest’ultimo diventato libro di culto anche in Italia e di cui recentemente è uscita la trasposizione cinematografica diretta da Kristen Stewart.
Bellocchio ha in comune con le due autrici americane il tema della dipendenza e il confronto con le proprie ferite, ma se Jamison non dà centralità al proprio corpo preferendo parlare di sé attraverso esempi illustri come Ernest Hemingway, Raymond Carver e David Foster Wallace, Bellocchio e Yuknavitch ragionano sul tema della memoria ed espongono le proprie ferite senza cercare vittimismi e pietismi.
Bellocchio e Yuknavitch concepiscono entrambe la propria vita come un insieme di eventi che non accadono in ordine, ma come, citando Yuknavitch, «una serie di frammenti, ripetizioni e formazioni geometriche» che chi racconta la propria vita deve mettere assieme destreggiandosi fra i fantasmi della memoria per creare un racconto vero per se stesso, un modo, questo, per riappropriarsi della propria vita e urlare “io” al mondo intero.
Scrivere per orientarsi fra i fantasmi
La scrittura di Bellocchio è il vero motore del libro, il campo di battaglia in cui la scrittrice si muove per parlare di sé e delle proprie esperienze. L’autrice utilizza per la sua prosa frasi brevi, taglienti, spesso spezzate in paragrafi che funzionano come colpi isolati piuttosto che come narrazione fluida. Non c’è nulla di levigato in questa prosa, e probabilmente è voluto: la levigatura da un lato è segno del conformismo, dall’altro è un modo di tradire la propria vita, che di levigato non ha avuto proprio nulla.
Quello che colpisce è come, nonostante siano passati più di dieci anni dalla prima edizione, la scrittura di Bellocchio sia rimasta stilisticamente coerente e sia capace di mantenere uno sguardo lucido sul proprio passato evitando che i meccanismi della memoria lo falsassero. La rabbia è la stessa, ma si è fatta più analitica, meno rivolta verso l’interno e più puntata verso l’esterno — verso una società che, scrive l’autrice, ha normalizzato comportamenti che vent’anni fa erano considerati eccezionali e patologici:
Il mio era un comportamento molto raro, per quello che all’epoca era stato l’ambiente, la classe sociale, per i lavori che avevo svolto fin dalle scuole superiori: o così sembrava. Così, almeno, l’ho vissuto. Non era frequente incontrare una me in ufficio. Quello contro cui mi battevo – con gli strumenti sbagliati, ma con le migliori armi disponibili nel periodo: collassare, gridare e rigettare la reputazione come concetto – era un piccolo milieu ottuso che mi stava trascinando nella corsia ragazza. Oggi lo stesso comportamento aberrante è diventato la normalità per qualche milione di persone tutti i giorni, senza l’alibi del Capodanno in un albergo abbandonato, e il mio effetto collaterale sul tempo lungo è la lama del sentire e vedere tutto con la stessa implacabile lucidità – implacabile perché non può essere placata; implacabile perché, per non vedere e non ascoltare, l’unica soluzione sarebbe un altro tipo di stordimento.
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Per placare la rabbia verso una società che rende il dolore conforme alla norma, Bellocchio accetta un altro tipo di stordimento, che dà vita a un nuovo tipo di ebbrezza, quello per la libertà: la scrittura, che deve intraprendere ancora una volta una lotta serrata contro i fantasmi della propria memoria, che l’autrice considera «la cosa che si agita nella mia pancia, e che non è un polipo o una piovra, ma è la prova della vita che ho fatto». I fantasmi del passato sono ciò che le fanno ricordare che «il corpo non dimentica»: i suoi lividi e le sue ferite si agitano nelle notti più buie dell’autrice che per forza di cosa deve ascoltarle per guardare al futuro.
La scrittura che si fa corpo
La scrittura si fa perciò “corpo”: passa attraverso le esperienze con gli alcolisti anonimi, con amori difficili, datori di lavoro che minimizzano la decisione di non bere un bicchiere di vino in occasioni speciali. Tutte esperienze che rendono possibile quello che Christa Wolf definiva «il dolore di farsi soggetto»: Bellocchio ha evitato le sue memorie per non soffrire di nuovo, ma con il tempo ha accettato che ripercorrere quel dolore è essenziale per tornare a essere se stessa.
Per essere se stessa, Bellocchio rifiuta la pacificazione e la compassione: non vuole essere un trofeo da esibire, non è interessata ad accogliere le storie degli altri né preme dalla voglia di vedere la sua storia accolta dagli altri con parole di conforto che suonano come parole di convenienza per non sembrare insensibili: vuole semplicemente essere riconosciuta come donna che si è fatta proprio grazie alle proprie ferite.
Vai a capire se c’entra il modo in cui siamo stati raccontati noi o la papponeria media delle persone sane, ma a un momento X del secolo scorso è passata l’idea per cui chi ha alle spalle una storia di dipendenza è un sacco vuoto, desideroso, anzi, bramoso di accogliere lo schifo degli altri, un sorriso sulle labbra e una canzone nel cuore.
Rivendicare la propria vita senza chiedere compassione
L’autrice vuole semplicemente far capire che lei ha una storia. Non è un corpo vuoto, anzi, il suo è un corpo pieno di rovine, e la sua scrittura è un modo per ricomporlo e rimetterlo in piedi. Il corpo conserva la memoria della devastazione ospitando fantasmi di un passato che danno voce a un io del passato nelle fattezze di una ragazza che reclama il diritto di non essere estetizzata o edulcorata dalla coscienza borghese.
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Che questa è espiazione per il mio passato; che prima o poi sarei stata molto male, molto, lo sapevo, e che adesso il mio compito, no: il mio dovere è sopportare. Con classe, se possibile. Stare ferma e lasciare che mi lancino coltelli addosso. Guardare il Potere, non dire niente, e sapere che io sono qui, che mi verranno infilati trecento bicchieri in mano da uno che lo fa solo perché può farlo, perché questo gli dà un secondo di divertimento ogni giorno, e io devo tenere duro, stringere i denti.
Se da un lato, dunque, l’intellighenzia borghese vuole incapsulare la sua storia nel vittimismo e nel pietismo da marketing, quello che fa vendere molte copie grazie alla pornografia del dolore, Violetta Bellocchio rivendica come direbbe Dorothy Allison «la sua storia brutta», senza bugie, ma con tanta dolorosa verità. Una storia che noi lettori dovremmo accettare per quello che è: una costellazione di rovine e cadute, e dunque una vita dolorosamente vera e autentica che non chiede aiuto e che sopporta la sopraffazione per continuare a essere se stessa.
Essere Violetta Bellocchio un decennio dopo
Citando Matteo B. Bianchi e il suo ultimo saggio Il romanzo che hai dentro, «tutto il dolore che ho dovuto attraversare è stato parte integrante del percorso che mi ha portato a essere questo scrittore». Per Violetta Bellocchio e il suo Il corpo non dimentica (acquista) è lo stesso: a distanza di un decennio Bellocchio ha riconosciuto come il suo dolore non sia stato altro che un modo per diventare la scrittrice e la donna che è oggi conducendo un esame autoptico condotto su sé stessa senza anestesia dove la diagnosi finale è un memoir che dieci anni dopo risulta ancora fresco, vivido come le sue ferite sul corpo, ma ancora capace di dirci che non bisogna avere vergogna delle proprie ferite: vanno accettate come parte di un lungo e tortuoso cammino che ci rendono più vivi che mai.
Tornando a noi.
Certe giornate le potrebbe raccontare qualsiasi ubriacona. Cambiano i rituali, l’odore mai. Ricucire te stessa è parte del metodo. Le operazioni più elementari diventano gesti affettuosi, privilegi che ti concedi. Tu sei la vittima da ricomporre; sei il corpo di passaggio, sulla lastra metallica, in attesa del riconoscimento, e sei il coroner pietoso, che scosta i capelli dalla fronte della ragazza morta, mette lo smalto sulle unghie dei piedi della ragazza morta, stando attento a non sbavare sui margini.
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