«O è forse perché, nella sua essenza, il bianco non è tanto un colore quanto l’assenza visibile del colore e, al tempo stesso, la fusione di tutti i colori; è forse per questi motivi che c’è una così muta vacuità, piena di significato, in un vasto paesaggio nevoso». Così scrisse una volta Herman Melville. Il bianco è un colore pieno di silenzio assordante: esprime il vuoto ma allo stesso tempo la pienezza del suono e del rumore; dà voce alla dimensione del nulla, ma allo stesso tempo scaturisce suggestioni che ci permettono di riempirlo. È bidimensionale ma allo stesso tempo tridimensionale: è il foglio di carta le cui parole fanno scaturire immagini nella nostra mente.
Il bianco è, dunque, il colore rappresentativo della memoria, qualcosa di etereo come l’aria, che visivamente non possiamo percepire, ma che possiamo riempire con la nostra esistenza. Che cosa resta dell’essere umano quando la memoria può essere archiviata, trasferita o persino sopravvivere al corpo? È possibile riempirla e uscire dalla bidimensionalità oppure siamo condannati a una perenne monotonia esistenziale? Air (La nave di Teseo, 2026), ultimo romanzo di Christian Kracht, cerca di rispondere a queste domande aprendosi progressivamente come una scatola cinese, trasformandosi in una riflessione sulla memoria, sull’identità e sulla natura stessa della realtà.
La trama di «Air»
Air intreccia due linee narrative apparentemente distanti, ma che presto convergeranno nello stesso punto. Nel primo piano narrativo troviamo Paul, un interior designer svizzero specializzato in home staging di lusso che nel suo isolamento autoimposto a Stromness, nelle Orcadi, riceve dalla prestigiosa ed eccentrica rivista di design Kūki, nella figura del direttore Cohen, un incarico particolare in Norvegia: trovare il “bianco perfetto” per imbiancare il Green Mountain Data Centre di Stavanger, un ex deposito NATO sotterraneo dove risiede il cloud che custodisce la memoria digitale dell’umanità.
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Nel secondo piano narrativo, invece, in un tempo indeterminato che sembra un misto fra Medioevo e distopia post-apocalittica, si muove Ildr, una bambina di nove anni in fuga dalla morte gialla, un’epidemia che si è portata via i suoi affetti e gran parte della popolazione e degli animali del nord, e dall’avanzare del duca di Tviot, pronto a conquistare i territori colpiti dall’epidemia. Durante una battuta di caccia, Ildr ferisce accidentalmente con una freccia uno straniero che indossa bizzarri «vetri davanti agli occhi» (dei semplici occhiali) e una tunica bianca che, una volta curato, porta via verso l’altro lato del mare glaciale per salvarlo dal duca.
Mescolando vari generi letterari e varie linee temporali, Christian Kracht crea un romanzo a incastro che cerca di ragionare sul rapporto fra realtà e immaginazione, fra intelligenza artificiale e memoria, cercando di portare su un altro livello tutte le riflessioni condotte sul tema della memoria, che in tempi ipertecnologici e consumistici sta diventando sempre più di fondamentale importanza.
«Air» fra memoria, realtà e intelligenza artificiale
Per comprendere la complessità di Air, bisogna focalizzarsi in primo luogo sul titolo. Per farlo, però, sarà necessario dare qualche anticipazione del romanzo. Come si leggerà nel seguente brano tratto dall’intervista fatta a Christian Kracht da «Il Giornale», nel corso del romanzo Paul sembrerà quasi sparire dalla realtà per fondersi con le memorie del deposito cloud di Stavanger, ma anche con la storia di Ildr. Nel brano qui di seguito proposto, viene spiegato come Air non rimandi soltanto all’aria, ma anche all’intelligenza artificiale e alla piattezza di pensiero a cui ci sta condannando sempre più:
Il titolo è in risonanza con molte cose, in entrambi i mondi. La rivista che chiama Paul per l’incarico si chiama Kuki, che in giapponese significa aria; e l’aria rimanda anche alla musica, a una melodia leggera. Volevo un titolo molto semplice e nessun altro romanzo si intitola così… E poi c’è un’altra cosa. Mia figlia, che ha diciassette anni, mi ha aiutato ogni volta in cui ero bloccato nella scrittura, dandomi dei suggerimenti: qua metti una vite, qua una cometa, qui un cane; e quando ha sentito Air mi ha detto: come Ai romanzo, un libro scritto dall’Ia. […] La parte in cui Paul è nell’era medievale, sull’altro pianeta, nell’originale tedesco è piuttosto piatta, come se fosse scritta dall’Ia: ho voluto andare alla scoperta della piattezza del testo e, man mano che la storia procede, Paul nota che tutto diventa sempre più piatto, fino a che lui stesso finisce per diventare un dipinto bidimensionale».
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Paul, che nella già citata intervista Kracht definisce come una persona ossessionata dalla ricerca di qualcosa di unico, piatto e grigio, è in qualche modo la vittima sacrificale del romanzo: la sua sparizione è ciò che permette al romanzo di riflettere su come, in tempo di appiattimento dovuto al progresso digitale, la memoria possa diventare qualcosa di più di un semplice archivio: una forma di sopravvivenza, quasi una trascendenza tecnologica, una simulazione di qualcosa che non c’è più e che forse mai esisterà.
Il protagonista vive infatti creando simulazioni: arredare case significa dare alle persone un’idea speranzosa di futuro, «raggirare lo stato entropico, terribilmente deprimente, della vita». La professione di arredatore di interni si fa qui metafora della società contemporanea, dominata da immagini, rappresentazioni e desideri costruiti artificialmente, e la ricerca del “bianco perfetto” diventa simbolo di ordine, purezza, cancellazione e, forse, riscrittura del reale.
La vita grigia e bidimensionale di Paul
Non è un caso, quindi, che spetti a Paul il compito di trovare il bianco perfetto. Come recita l’esergo del romanzo tratto dalle Cose di Georges Perec, quella del protagonista è una vita senza niente, una noia serena diventata un’abitudine troppo lunga che ha inibito la sua voglia di vivere la vita appieno nella sua complessità, al punto che ha deciso di vivere nelle Orcadi, un posto dove regna l’assenza di colore, dove tutto è «desaturato, solitario, desolato, piatto» e grigio. Paul è stato scelto da Cohen per l’incarico in quanto Paul è l’unico che può rendere piatta e anonima una realtà come quella contemporanea che lo spaventa:
A fargli paura non era tanto il freddo del ghiaccio che diventava sempre più intenso e che presto avrebbe ricoperto l’intero pianeta, quanto piuttosto quell’atroce, bianca solitudine, il pallido deserto assoluto che lo circondava. Sarebbe potuto scappare anche nella direzione opposta, non aveva nessuna importanza, ogni cosa era altrettanto spaventosa, cristallina e sconfortante. E poi quel freddo indescrivibile, spietato. Inspirò con il naso e quando aprì la bocca per prendere fiato gli sembrò di avere delle lamette da barba sul palato.
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La chiave di lettura di tutto, però, è il quadro dipinto da James Archer che Paul riceve dal duca di Cumberland, che ritrae Mago Merlino con Lancillotto. Se si pensa a questo quadro, Cohen è il Mago Merlino che indica a un annoiato Paul, ovvero Lancillotto, la via per sfuggire al grigiore della propria vita. Cohen infatti vede in Paul colui che, citando Ursula K. Le Guin (anche lei inclusa nell’esergo del romanzo), riesce a vedere le macchinazioni dietro il macchinario, ovvero sa in realtà come sconfiggere l’appiattimento che paradossalmente lo stesso Cohen sta cercando di supportare con l’incarico affidato al protagonista.
Come arredatore d’interni, l’uomo sa infatti come manipolare la realtà attraverso quello che vede e che immagina. Una volta entrato nel Green Mountain Data Centre, il protagonista decide di appropriarsi di quei dati che il cloud e i suoi algoritmi nascondono per impedire alla gente di ricordare, sognare e immaginare nuovi mondi possibili. Paul, dunque, decide di sfidare la bidimensionalità a cui l’intelligenza artificiale ci ha condannati per rendere il mondo di nuovo complesso e meno grigio.
Fuga verso un mondo tridimensionale
Nel momento in cui Paul, come si era già anticipato, sparisce improvvisamente dal Green Mountain Data Centre a seguito di un blackout, la storia di Ildr e dello straniero assume sempre più centralità. Lo straniero ha in comune con Paul un disagio profondo ed esistenziale, ovvero la fuga dalla bidimensionalità della propria vita: «era convinto che fosse in corso un progressivo appiattimento del mondo», pensa lo straniero, «era del tutto evidente. Respirava a fatica perché aveva la sensazione di soffocare o di essere schiacciato, ma nessun capiva cosa intendesse».
Letta in quest’ottica, si capisce che l’avanzata del duca di Tviot e la morte gialla siano simbolo di un’inquietudine di Paul e dello straniero che temono la fine della propria interiorità e dei propri sogni. Hanno paura, insomma, che il mondo non sia più tridimensionale. Temono, infatti, che non sarà più possibile abitare il reame dell’immaginazione dove è possibile vivere un futuro secondo le proprie condizioni. Lo straniero, allora, vede in Ildr e nella sua innocenza colei che lo può portare in un mondo nuovo dove immaginare una realtà altra è possibile, dove può finalmente vedere «verità che altrimenti sarebbero rimaste inaccessibili».
Qual è, allora, il senso dell’incarico affidato a Paul e del viaggio di Ildr e dello straniero? Il significato del loro viaggio è quello di salvare l’umanità dall’appiattimento esistenziale voluto dall’intelligenza artificiale e dalle sue logiche consumistiche. Sia Paul che Ildr e lo straniero intraprendono una corsa contro il tempo per far sì che la memoria non diventi semplice merce, un semplice dato stipato in un archivio, ma diventi motore per creare vita e complessità e un futuro abitabile.
La ricerca del bianco perfetto come esercizio di immaginazione
Air (acquista) è un romanzo che sfugge alle classificazioni: è fantascienza, racconto filosofico, fiaba medievale, riflessione sulla tecnologia e meditazione sulla memoria. Attraverso due storie all’apparenza sconnesse, ma in realtà speculari, Christian Kracht illustra i pericoli della tecnologia e dell’avanzata intelligenza artificiale, che in mano al potere impediscono lo sviluppo di qualsiasi sogno e immaginazione per permettere all’umanità di poter fare esperienza della complessità della vita. Con un romanzo così ricercato e tridimensionale, lo svizzero Christian Kracht si dimostra ancora una volta uno degli autori europei più originali della sua generazione, che non ha paura di sperimentare con la forma romanzo per raccontarci la complessità della contemporaneità.
E d’un tratto, pensando ai vegetali, provò un intenso disagio. Le cose che crescevano dalla terra gli parvero improvvisamente artificiali, foglie e alberi contro la vera natura. Nutrirsi di cibi che non fossero a base di alghe e pesce, e circondarsi di qualcosa che non fosse pietra gli sembrò semplicemente sbagliato. La terra marrone germogliante, fertile, attraversata da vermi e lumache era mediocre e inquietante. Si diventava così in fretta uno di loro? Persone senza il verde ipocrita? Non riusciva a scuotersi di dosso l’impressione che il mondo, in una maniera armonica, stesse diventando più piatto, come se tutto fosse bidimensionale, proprio come aveva cercato di descrivere a Ildr durante la loro fuga – quasi un’eternità prima. Non era un processo repentino, improvviso, ma accadeva impercettibilmente, a poco a poco. Ma da dove veniva la luce?
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