Nel suo più grande successo Trilogia della città di K., la scrittrice ungherese Ágota Kristóf fa dire a uno dei suoi protagonisti la seguente battuta: «[…] cerco di raccontare la mia storia, ma non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero». Il libro di Kristóf tematizza il rapporto fra scrittura, memoria e dolore. Fra i gemelli Klaus e Lukas, infatti, nel corso del romanzo vi è sempre una certa ambiguità dove il confine fra realtà e finzione si fa sempre più labile, e questo accade perché chi narra la storia ha bisogno di elaborare il trauma della guerra e della miseria della propria famiglia attraverso la menzogna.
Sembra essersi ispirata ad Ágota Kristóf Olta Tuholi, psicanalista di origini albanesi che attualmente vive a Vienna. Tuholi ha scritto il suo primo romanzo in italiano, seguendo la strada di scrittrici albanesi come Ornela Vorpsi, Anilda Ibrahimi e Anita Likmeta ma prendendo la propria via tenendo come punto di partenza il contesto storico-politico della dittatura comunista di Enver Hoxha. Il romanzo a cui si fa riferimento è L’invenzione del paradiso, edito nella collana «Eleanor» di Revolver Edizioni.
La trama di «L’invenzione del paradiso»
L’invenzione del paradiso si apre in un manicomio in mezzo al mare dove il protagonista – o la protagonista, ma ci torneremo per gradi su questo aspetto – si ritrova molto probabilmente per motivi politici. Ci si trova infatti nell’Albania comunista di Enver Hoxha – il cui nome non viene mai esplicitato nel romanzo, ma da alcuni elementi implicitamente lo si capisce –, dove i manicomi e gli ospedali psichiatrici venivano usati come strumento di isolamento e oppressione politica.
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In questo manicomio l’io narrante stringe amicizia con Moris, soprannominato “il lupo di Buda Hill”, l’unica persona con cui il protagonista riesce a stringere un legame, e l’unico che gli insegna che le parole sono un «sentimentalismo accumulato» che ci nutrono di inutili illusioni di futuro e di possibilità di fuga da una realtà che ci segna dentro, e che sfumano ancora di più il confine fra realtà e sogno rendendo sempre più impossibile la fuga.
A un certo punto del romanzo – questa anticipazione va fatta per spiegare al meglio alcuni punti del romanzo –, il manicomio sembra essere incendiato – il verbo “sembrare” qui non è usato a caso – e il protagonista finisce naufrago su un’isola misteriosa. In quest’isola, il novello Robinson Crusoe incontra la sua Venerdì: una donna misteriosa in fuga da qualcosa che forse si scoprirà gradualmente leggendo il romanzo. L’io narrante cerca, allora, di entrare in contatto con questa donna, e così facendo arriverà molto probabilmente anche a entrare in contatto con quanto ha nascosto del proprio passato.
Il legame fra finzione e hauntologia
Come si diceva a inizio articolo, l’esordio di Olta Tuholi sembra rientrare nello stesso filone italo-albanese di Vorpsi, Ibrahimi e Likmeta. In realtà, se nei libri delle tre autrici il contesto politico è una presenza molto forte, nel caso di Tuholi vi sono pochi cenni. L’intenzione dell’autrice – e qui si sente molto il suo background da psicanalista – non è quello di denunciare semplicemente una realtà opprimente e asfissiante, bensì quello di metterne in mostra gli effetti sulla psiche umana e le strategie di quest’ultima per rielaborarla, proprio come fa Ágota Kristóf in Trilogia della città di K.
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Sono tante le probabili fonti di ispirazione che si percepiscono nel romanzo. Oltre alla già citata Kristóf, si percepisce anche l’influenza di L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares e dell’Isola del Dottor Moreau di H.G. Wells, per non parlare del classico Robinson Crusoe e di Shutter Island di Dennis Lehane, trasposto al cinema da Martin Scorsese nel 2010. Queste influenze sono probabili non soltanto per l’ambientazione isolana, ma anche e soprattutto per il gioco psicologico fra realtà e sogno, verità e menzogna a cui l’io narrante è sottoposto e a cui anche noi lettori siamo sottoposti di capitolo in capitolo.
Non si può, inoltre, non notare echi di Jacques Derrida e della sua “hauntologia”, termine coniato nel saggio Spettri di Marx del 1993. Come recita il neologismo coniato dal filosofo francese, l’hauntologia consiste nella conoscenza del sé attraverso i fantasmi del passato e quelli di un futuro ancora da realizzarsi che incombono sul nostro presente. L’io narrante infatti è una persona sempre in cerca di identità e di futuro, entrambi contaminati dagli spettri dell’Albania comunista che impediscono al protagonista una vera e propria emancipazione.
L’io e Moris come facce della stessa medaglia
Si inizierà adesso questa analisi su L’invenzione del paradiso parlando del confine fra realtà e finzione, che riguarda principalmente il manicomio e il rapporto fra l’io narrante e Moris, elementi che costituiscono il fulcro dell’hauntologia del protagonista. Già all’inizio del romanzo, infatti, l’io narrante ci parla di come nel manicomio ci si scambiano storie riferite al passato dove «le bugie correvano come la pioggia nei cieli di novembre» e «ogni dettaglio si ripeteva in sé stesso, creava nuovi cerchi per rinascere nel futuro, come avesse bisogno del passato per farsi spazio nel presente».
Il passato che l’io racconta a se stesso e agli altri è un passato di immagini spezzate e parole «che in mancanza di una locazione fisica accoltellavano l’aria», parole evanescenti incapaci di contenere il passato, ma allo stesso tempo di garantire un’idea di futuro. È qui che sembra che l’io narrante e Moris siano facce della stessa medaglia: l’io narrante è il presente in cerca di futuro, mentre Moris risulterebbe essere il passato da superare:
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Moris e io assomigliavamo a due gemelli. Affamati, sciatti, avevamo solo l’un l’altro. Moris raccontava storie sulla sua vita e io mi vergognavo della mia, inventavo. Qualche volta raccontavo le storie di altri, cui cambiavo i nomi. A loro, dopotutto, non sarebbe importato. Moris mi parlava di quello che avrebbe voluto fare in futuro. Io non avevo nient’altro che il passato. Non è giusto. Non è giusto, dicevo a Moris sputando sulla fiamma con la quale si scaldava le mani. Le scintille volavano via come fatine allarmate. La vita con Moris era piena di immagini spezzate, messe insieme con la forza, irrazionali come una vendetta fredda che non attende il mattino.
Il confine fra realtà e sogno, fra l’io e Moris si fa sempre più sfocato a causa dell’asfissia del manicomio, «lo spazio allargato dove era facile smarrirsi nel nulla», che come un gigante «ti si stringe attorno come una calza stretta e testarda che impone la sua presenza». L’io perde sempre più la cognizione del tempo e della realtà, al punto che si immagina di approdare su un’isola dopo l’incendio del manicomio, che considerato il confine sfumato fra sogno e realtà può essere avvenuto realmente come anche non esserlo.
Fare pace con il passato
L’io approda, allora, su un’isola sconosciuta, come fosse un novello Robinson Crusoe che cerca di scappare dal proprio passato per costruire un proprio futuro. Di Moris nessuna traccia: forse è morto, forse è fuggito altrove, ma forse è il fantasma del passato dell’io narrante che svanisce in quanto quest’ultimo non vuole più ricordare il proprio passato. Di Moris non vi diremo molto e lo scoprirete leggendo il romanzo, ma quello che vi diremo ora è che sull’isola l’io inizia a costruire se stesso come essere nel mondo:
L’isola mi spinge a chiedermi chi sono, continuamente, e io lo faccio, lo faccio ogni volta che mi perdo tra le due spiagge, nel giallo profondo di quando il sole percuote le onde. Gli alberi della foresta sono guardiani. L’isola, tonda come la schiena di una tartaruga, mi costringe a rivedere tutto come in un cerchio e, al termine di una lunga passeggiata, mi ritrovo al punto di partenza. Gli unici che si accorgono della mia presenza sono pappagalli, granchi e rane. Può essere che la dieta dell’isola, costituita in particolare da piante, mi abbia trasformato in un personaggio da romanzo.
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Essere ciò che si accumula
Come Robinson Crusoe e Chuck Noland di Cast Away, l’io si ritrova in un luogo senza tempo a cui deve imporre il suo di tempo, un luogo in cui tutto è da ricostruire. La casa infatti che costruisce non è altro che la metafora della propria vita e identità. L’io sta provando a dare forma a una vita senza fantasmi, senza l’alone della dittatura comunista, senza il dolore di una famiglia che gli è stata sottratta. A turbarlo, però, è la presenza di una donna di cui non saprà mai il nome e che non sentirà quasi mai parlare. La donna è una Venerdì che invece di essere istruita dal naufrago lo istruisce a suo modo a fare pace con la sua memoria:
L’incapacità di connettere il passato al presente distrugge la nostra comunicazione. Così sono sempre in cerca di un appiglio logico, qualcosa che mi accompagni al futuro. L’idea dell’esistenza di Moris sull’isola rappresenta una minaccia. Quel corpo, secondo la donna, potrebbe essere il punto di riferimento che ho tanto atteso.
Una casa per domare il passato e costruire il futuro
Se Moris da un lato rappresentava il perturbamento del ricordo per dirlo à la Sebald, ovvero il ricordo del passato che traumatizza perché non domato, la donna risulta così essere un’altra faccia dell’io narrante, al punto che quest’ultimo più che un lui sembra possa essere una lei – magari la stessa autrice che prova a ragionare sulla sua esperienza. La donna infatti sembra raffigurare il processo di conciliazione che l’io deve intraprendere fra il suo passato doloroso, il presente da sopravvissuto e l’idea di un futuro di evasione. Sembra, quindi, raffigurare la memoria, la razionalità discorsiva sebaldiana che gli permette di domare il passato per vivere il presente e creare il futuro:
La casa sull’isola risponderà a questo, alla necessità di essere libero e rimanere presente a me stesso. La casa non avrà camere, sarà uno spazio unico dal quale potremo osservare agilmente le stagioni che cambiano e gli animali che si perdono nella profondità del bosco. La casa avrà un buco nel tetto, così da poter ospitare la luna all’occorrenza. Allora nella casa colerà la luce e la mia ombra si allungherà fino a diventare un albero malnutrito.
La casa ospita un buco perché è la ferita del passato che resta aperta, ed è necessario che resti tale. Questo è il trauma di cui si parla in Shutter Island in relazione al sogno: l’immaginazione e il sogno qui diventano la realtà estrema e delirante per sopravvivere al dolore del passato. Non è un caso, inoltre, che la donna venga paragonata a Circe, la maga dell’Odissea che trasforma gli uomini in animali: i fantasmi che l’io vede sull’isola hanno una forma animale, vagamente reminescenti delle creature metà uomo e metà bestia dell’Isola del Dottor Moreau. Se, però, le creature del romanzo di Wells sono simbolo della fragilità della morale umana di fronte alla bestialità, per l’io narrante non rappresentano altro che l’unione fra il dolore e la sopravvivenza: per sopravvivere l’io deve trasformare i propri ricordi, convertire il dolore in vita attraverso l’immaginazione. Solo così può approdare al futuro.
Inventare un paradiso per sopravvivere al passato
Mescolando sapientemente riflessioni psicologiche e filosofiche a una certa cultura letteraria, Olta Tuholi scrive con L’invenzione del paradiso (acquista) il romanzo di un naufragio che si fa condizione universale di tutti noi. L’essere umano non soltanto è naufrago quando approda su una terra a lui sconosciuta, ma lo è soprattutto quando cerca di fuggire da un passato doloroso e si ritrova in un presente senza coordinate verso il futuro. L’unico modo per salvarsi è abitare il presente plasmando il passato. Solo facendo pace con il passato possiamo continuare a vivere sperando nel futuro, poiché una volta stabilito chi siamo e chi siamo stati possiamo stabilire anche chi vogliamo essere nel mondo a venire.
Ora siedo accanto al fiume. In posti come questo, penso guardando il mio viso sulla superficie deformata dell’acqua, non c’è altro da fare che prendertela con te stesso, diminuire a un punto di non ritorno e scoppiare a ridere, succube delle tue stesse idee. Gli spazi si allargano prima in orizzontale poi in verticale, e alcuni rimangono organizzati e definitivi, prevedibili, mentre gli altri, quelli vuoti, quelli in cui il pensiero si scioglie fino a perdere la lingua, diventano pericolosi. È per proteggermi da loro che devo costruire la casa. Responsabilità significa massima disciplina, penso. Non voglio solo l’isola, voglio una casa tonda e rossa come un fiore d’arancio; una con piccole finestre, attraverso le quali il vento corra abbastanza svelto da impedire ai pensieri di fermentare. L’isola è l’unica cosa certa e mi invita a disfarmi del resto, della realtà illusoria che mi offre il mare.
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