«La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera»: storia di un Samsa “pornonautico”

Finalista alla XXXIV Edizione del Premio Italo Calvino, una riscrittura "pornonautica" della "Metamorfosi" kafkiana

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La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera

«Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto». Quello della Metamorfosi di Kafka è l’incipit più famoso della letteratura mondiale, riscritto più e più volte. Più recentemente ricordiamo Ian McEwan, che ha operato una metamorfosi inversa con lo scarafaggio che è diventato il primo ministro inglese Jim Sams.

Immaginiamo di prendere l’incipit kafkiano, togliendo i sogni inquieti – perché la realtà è già inquieta di suo – e di sostituire l’insetto con una donna. Il risultato è La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera di Alberto Ravasio (Quodlibet, 2022). Finalista alla XXXIV Edizione del Premio Italo Calvino, il romanzo si è aggiudicato il primo posto dell’ultima Classifica di Qualità dell’Indiscreto.

«La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera»: la trama

Il protagonista di questo romanzo è Guglielmo Sputacchiera: fallito con le donne, con lo studio e il lavoro. È un inetto sociale in tutto e per tutto, un hikikomori “pornonautico” che, chiusosi nella sua stanza, ha trovato nel porno internettiano la sua valvola di sfogo.

«A trent’anni», afferma il narratore, «disoccupato sociale e sessuale, Guglielmo Sputacchiera vive ancora, da sempre e per sempre, coi suoi». Il protagonista vive con una madre “bipolare monoteista” e un padre” ammaccalamiere arricchito” e “timorato bestemmiatore” che vivono rassegnati la situazione del figlio; allo stesso tempo sono incapaci di prendere ognuno la propria strada, e sono costretti a mantenere la facciata di famiglia unita nel proprio “paesello stercoso”.

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Proprio un mattino, però, succede l’impensabile: Guglielmo Sputacchiera si sveglia nel corpo di una donna. Si è transessualizzato: si ritrova con capelli lunghi e biondi, il seno e senza il membro. Il protagonista diventa, così, Carmela Pene, ed è costretto a vivere situazioni fino al limite del grottesco che, invece di portarlo a fuggire dal proprio paese fatto di cattolicesimo e analfabetismo, lo incatenano ancora di più alla sua situazione.

Guglielmo Sputacchiera dal racconto al romanzo

Per chi naviga il mondo delle riviste online, il personaggio di Guglielmo Sputacchiera di certo sembrerà familiare. Nel marzo 2020, Ravasio pubblicò per «La nuova carne» il racconto La transessualizzazione forzata di Guglielmo Sputacchiera, dove appare per la prima volta il protagonista di questo romanzo.

Tra il racconto e il romanzo, il modello kafkiano resta immutato, ma Ravasio ha apportato dei cambiamenti. L’autore ha ampliato, per esempio, le parti dedicate all’incontro fra Sputacchiera e il veterinario – ora un semplice medico di base, la dottoressa Casoncelli –, lo psicoterapeuta e l’esorcista, che adesso si chiama Beppe, ed è un santone. Inoltre, se nel racconto Sputacchiera vive da solo ed è «un buon impiegato reificato», nel romanzo vive assieme ai suoi genitori e non ha lavoro.

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Infine, un’altra differenza si riscontra nella metamorfosi. Nel racconto il protagonista si transessualizza a poco a poco, diventando sempre più una donna botulinata simile, dunque, al suo oggetto del desiderio, ovvero Pamela Anderson. Si rassegnerà a questa metamorfosi con l’idea che «avrebbe fatto all’uomo quello che, da uomo, avrebbe voluto che le puttane facessero a lui». Nel romanzo, invece, si transessualizza all’improvviso, ma più che essere un oggetto del desiderio che controlla gli altri, questa metamorfosi rende più evidente la sua inettitudine.

«La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera»: Kafka tra porno internettiano e precariato

Quella che racconta Alberto Ravasio in La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera (acquista) è, dunque, una storia di alienazione e solitudine causata dall’uso di internet, e anche di precariato. L’autore descrive una società e un contesto famigliare che impedisce al protagonista ogni possibilità di autodeterminazione:

Viveva coi suoi genitori, guinzagliato al cordone ombelicale della dipendenza economica. Come il moscone morto tra due palmi, Sputacchiera era la sfortunata vittima del loro incidente genitale, l’estrazione perdente della loro tombola cromosomica.

In questo senso, dunque, è da intendersi la trasposizione della storia di Gregor Samsa. Come la sua trasformazione in scarafaggio, anche quella di Sputacchiera in Carmela Pene è indice dell’inettitudine del protagonista, portata però all’estremo. La perdita del pene simbolizza l’inettitudine di Sputacchiera a essere uomo, ovvero a essere in grado di sopravvivere economicamente da solo e di gestire una famiglia.

La lingua “pornonautica” di Guglielmo Sputacchiera

Il grottesco kafkiano, però, viene reso da Ravasio anche stilisticamente. Ravasio non solo fa uso della tecnica dell’accumulo, ma usa anche un linguaggio pregno di neologismi che molto deve alla lingua di Thomas Bernhard, fatta anch’essa di termini coniati ex novo che, attraverso l’esagerazione, mettono in luce le storture della realtà del protagonista.

Termini ed espressioni come “paese stercoso”, “bipolare monoteista”, “tombola cromosomica”, “esilio pornonautico”, “pornodipendente” e “parentume” sono parte di un lessico grottesco che permette a Ravasio, attraverso il paradosso e l’esagerazione, di proteggere Sputacchiera dalla sua condizione esistenziale. Al contempo, gli dà modo di reagire di fronte all’inettitudine attraverso la lingua, strumento usato per scalfire gli altri.

 Un “paese stercoso” fatto di cattolicesimo e castelli senza feudo

Per comprendere l’inettitudine di Guglielmo Sputacchiera, sarebbe utile concentrarsi sul contesto sociale in cui vive il protagonista, ovvero il paese:

Che cos’è il paese? chiedeva Sputacchiera a se stesso, dato che in giro non c’erano cervelli utili. Il paese è quel posto preindustriale, prescientifico, precolombiano e felice di esserlo, che resta sempre uguale quando tutto intorno cambia.

Il paese descritto da Ravasio è fatto da gente bigotta, che oltre alla chiesa e al lavoro non conosce nient’altro. Una realtà di «sessantenni cattofascisti col rimpianto di non aver fatto il militare, causa quoziente intellettivo sotto zero», dove vige «il culto del testicolo calcistico» e si trovano «castelli feudali senza feudo».

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È questo, dunque, il contesto in cui Sputacchiera vive da inetto sociale. Come Thomas Bernhard collegava la malattia respiratoria dei suoi personaggi al contesto asfissiante di un’Austria ai tempi ancora incapace di liberarsi dal passato nazista, l’inettitudine sociale del protagonista del romanzo di Ravasio è motivato, invece, dall’esistenza di un paese in mano a persone che a malapena hanno la terza media, incapace di cambiare mentre tutto attorno si evolve e che ha privato gli altri di ogni opportunità.

Guglielmo Sputacchiera: voce dei NEET

Sputacchiera vorrebbe uscire dalla propria condizione, specie dopo aver ascoltato il consiglio della madre, vittima anche lei delle sue costrizioni sociali. Ogni tentativo, però, risulta fallimentare, se non il frutto di una certa rassegnazione da parte del protagonista stesso. Un esempio è la mancata laurea, motivata dal fatto che «non avrebbe ottenuto nulla di più di quel che già aveva» e che «la laurea di oggi era la quinta elementare del popolo primonovecentesco».

La condizione del protagonista, però, lo accomuna a tanti come lui. Sputacchiera sembra farsi portavoce di tutti quei giovani che vengono bollati come NEET per il semplice fatto che va di moda farlo, quando in realtà la rinuncia dei giovani a studiare piuttosto che cercarsi opportunità altrove e il loro rassegnarsi a isolarsi attraverso internet è soltanto la conseguenza di una società che, per il successo di pochi, non vuole capacitarsi delle difficoltà dei più:

“Di non più tanto giovani, mantenuti dai genitori come adolescenti, che non studiano e non lavorano da anni, ce ne sono molti, troppi: plurilaureati precari, dottorandi nullatenenti, eremiti del Porno. Ma purtroppo, finché continueremo a muoverci in un individualismo straccione, convinti che il successo di poche eccellenze sia una prova sufficiente della democraticità del sistema, non ci assoceremo mai per cambiare davvero le cose”.

Un inetto sociale eternamente “fottuto”

Ed è così, allora, che si potrebbe spiegare la “transessualizzazione” di Guglielmo Sputacchiera. Come Gregor Samsa diventa scarafaggio e viene lasciato morire di fame perché inutile per la sua famiglia, Guglielmo Sputacchiera resta senza pene e diventa donna perché destinato per sempre – passateci il termine – a essere “fottuto”, sia in senso stretto – ma questo lo si capirà procedendo con la lettura del libro – che in senso lato.

Guglielmo Sputacchiera è condannato a vivere come un inetto passivo non solo dal continuo confronto con la generazione dei suoi genitori, ma anche da una società che, oltre a privare i giovani di prospettive, pretende da loro sempre il massimo senza permettergli veramente di raggiungerlo e senza dargli nulla in cambio.

«La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera»: una generazione di inetti “fottuti”

Grottesco, caustico, irreverente, ma che fa anche riflettere. Questo è il comico letterario, che trova nuova espressione in Alberto Ravasio e nel suo La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera. Riscrivendo la Metamorfosi kafkiana e portandola all’estremo con un linguaggio esageratamente divertente e intelligente, Ravasio riesce a raccontarci la nostra generazione: quella di inetti “fottuti” dalla generazione dei padri, senza possibilità di uscita e condannati a un “oblomovismo da millennial” fatto di eterni fallimenti e zero prospettive.

“Conduco una vita rigorosamente passiva. Sono stato uno studente onnivoro ma fallito. Non ho mai lavorato un giorno in vita mia. Sono pornoindipendente e non ho mai toccato il corpo di una donna, nemmeno un gomito. Non ho il coraggio di affrontare il mondo, ho la fobia del futuro e sfortunatamente ho mangime economico a sufficienza per preferire la disoccupazione volontaria alla nobiltà di un mestiere spazzino. Ma non mi lamento, poteva andare peggio. Potevo essere nato in India e scaldarmi coi sacri escrementi bovini al posto del gas metano. Insomma, che cosa vuole che le dica? Da qualunque punto del globo la si guardi, la vita è pur sempre merda e fumo, fumo e merda”.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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