«Cose che succedono la notte», il buio metafisico di Peter Cameron

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Sospeso, onirico ed estremamente cinematografico, Cose che succedono la notte di Peter Cameron mette in scena una storia che dalle premesse potrebbe apparire ordinaria: un uomo e una donna intraprendono un viaggio per concludere l’adozione di un bambino. Ma lei è malata terminale e il posto in cui arriveranno è uno spazio narrativo liminare, buio e inquietante.

Uscito in America nel 2020 e dopo poco più di un mese anche in Italia per Adelphi (traduzione di Giuseppina Oneto), il settimo romanzo di Peter Cameron abbina tematiche attuali a un’atmosfera irreale.

Nel buio: ai confini del mondo (e della realtà)

Un uomo e una donna, di cui non sapremo mai il nome, sono in viaggio da New York verso un’indefinita cittadina del Nord Europa, dove si fermeranno per qualche giorno; lì si trova l’unico orfanotrofio che ha acconsentito alla loro richiesta di adozione. Improvvisamente cala il buio sul treno sul quale viaggiano, ma non a causa del tramonto repentino del sole. Il treno è entrato in una fitta foresta e questo buio continuerà ad aleggiare sulla surreale permanenza dei due.

Saranno ospiti presso il Borgarfjaroasysla Grand Imperial Hotel, un luogo assurdo il cui ristorante è quasi sempre chiuso, ma quando è aperto serve cene pantagrueliche, e dove il bar invece è sempre aperto, presidiato dallo stoico e impassibile Lárus.

La prima sera il marito, solo al bar, incontra un uomo d’affari tanto elegante nel vestire quanto grossolano nei modi e Livia Pinheiro-Rima, una donna carismatica ed eccentrica. Entrambi avranno un ruolo cruciale nelle vicende dei protagonisti. In particolare, la seconda stabilirà con entrambi un legame d’amore in senso lato, improntato alla cura nei confronti della donna e all’incoraggiamento nei confronti dell’uomo; un po’ fata madrina, un po’ manipolatrice, le sue azioni non sono sempre disinteressate e a volte paiono figlie di un abietto egoismo.

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La permanenza dei due protagonisti si rivela da subito più ostica del previsto, in un susseguirsi di contrattempi che li vedono raramente complici. Primo fra tutti, la mattina seguente al loro arrivo, il taxi li lascia davanti alla casa di fratello Emmanuel, un guaritore, anziché all’orfanotrofio.

[…] Ma non vi è venuto in mente che forse voi dovevate essere qui, che così era stabilito e non è stato compiuto nessun errore?
No, rispose l’uomo, non mi è venuto in mente. E a lei?, fratello Emmanuel guardò la donna. […]
Era stabilito che venissi qui?, chiese lei.

La difficoltà che incontrano a rispettare il programma prefissato dilata il tempo, approfondisce la distanza fra i due e li trasforma; diventa chiara la perdita di senso della loro presenza lì e della loro scelta: lei, sempre più confusa, sembra subire un processo di alleggerimento corporeo che la rende volatile come un palloncino; lui invece è sempre più ancorato a terra, sempre più determinato a non farsi risucchiare dal buio e a raggiungere lo scopo originario del viaggio.

Un uomo e una donna

In questa prospettiva, il filo conduttore del libro appare la scelta della coppia di adottare un bambino, scelta presa dopo i numerosi aborti di lei e quando la sua salute era già compromessa. Per la donna avere questo figlio significa non lasciare solo il marito quando non ci sarà più; per l’uomo era l’estremo tentativo di sperare ancora nel futuro della sua famiglia, ma presto diventa una sorta di lasciapassare, una scelta sempre più irragionevole ma necessaria per andarsene da quel posto.

Eppure, nonostante l’obiettivo iniziale in comune, l’uomo e la donna trascorrono gran parte del tempo separati. La donna facendo sempre più spazio alla sua irrazionalità quasi mistica, l’uomo barcamenandosi per accontentarla, fino a perdersi. Le sue traversie, soprattutto in compagnia dell’uomo d’affari, hanno un che di labirintico, benché egli tenti di esserne scalfito il meno possibile.

«È davvero così tragica?»

In quest’ottica il tema principale del libro non è la genitorialità. Il figlio diventa uno dei numerosi palliativi per distrarsi dalla tragicità della loro condizione: individuale, di coppia e di tutto il genere umano. Il grande tema che Cameron affronta è invece quello della solitudine, questo disallineamento interiore che fa apparire l’uomo, la donna, Livia Pinheiro-Rima, l’uomo d’affari, come monadi immerse nel buio. Sono spaesati ma non hanno ancora rinunciato del tutto all’aderenza alla realtà.

C’è quindi una compresenza di vita e di morte: se da un lato sarebbero lì per accogliere una nuova vita, dall’altro il motivo per cui lo fanno è che la donna sta morendo. Il legame indissolubile che tiene insieme questi opposti si riverbera nei luoghi che frequentano (la casa del guaritore, l’orfanotrofio) e nelle parole dei personaggi che li circondano, depositari di una consapevolezza atavica sulla vanità e necessità della vita:

È davvero così tragica?
Sì, è così tragica. Ma ci sono cose peggiori dell’essere ciechi e di procedere a tentoni nel buio, cose molto peggiori.
Ad esempio?
Essere morti, disse Livia Pinheiro-Rima.

L’inadeguatezza umana di fronte alla vita e alla morte

Con una lingua esatta, Peter Cameron descrive un luogo e un tempo surreali, che il buio immerge in un’indeterminatezza metafisica: così come il lettore non distingue fra la notte e il giorno, l’autore non utilizza nessun segno tipografico per separare i dialoghi dalla narrazione.

Questa dialettica fra iperrealismo e assurdo si estende anche alla caratterizzazione dei protagonisti. Se l’espediente di privarli del nome non è nuovo, certo non è a questa scelta che è affidata l’atmosfera sospesa di tutto il romanzo. L’uomo e la donna sono anzi delineati con grande credibilità, non sono personaggi monolitici, ma estremamente frastagliati, incoerenti anche con loro stessi, sempre preda dei loro reciproci sbalzi d’umore, dei loro impulsi, influenzati dalla casualità e dal caos nell’agire: antieroi postmoderni.

Proprio laddove il tempo è sospeso in un alienante buio, anche le ultime certezze crollano e viene messa a nudo l’inadeguatezza umana di fronte alla vita e alla morte.

Carolina Rosellini

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Redazione MM

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