Contro la letteratura come banale gioco semiologico di società

«Il romanzo sotto accusa» di Walter Siti

15 minuti di lettura
Il romanzo sotto accusa

Considerato quanto sta succedendo nel nostro Paese e altrove, si sta richiedendo sempre più a scrittori e intellettuali di prendere una posizione precisa nei confronti del circostante. C’è chi come Francesco De Gregori preferisce il silenzio e la libertà degli artisti di non esprimersi se non se la sentono, e c’è chi invece deve prendere per forza una posizione e demonizza chi decide di non esprimersi e di limitarsi semplicemente a fare il proprio mestiere d’artista e intellettuale.

Per ciò che concerne la letteratura, soprattutto quella nostrana, se da un lato lo scrittore italiano come persona prende posizione, dall’altro il romanzo in sé e per sé sembra invece occuparsi di tutt’altro; anzi, continuando di questo passo le nuove derive tecnologiche dell’intelligenza artificiale rischieranno di ridurre il romanzo sempre più a merce di consumo piuttosto che a bussola del nostro agire. Qualche anno fa il Premio Strega Walter Siti ha provato a ragionare su questo tema, e recentemente i suoi saggi sono tornati in libreria in un volume unico edito da Rizzoli, dal titolo Il romanzo sotto accusa.

Il contenuto di «Il romanzo sotto accusa»

Oltre a essere uno dei maestri dell’autofiction italiana, Walter Siti è anche un ottimo saggista che da sempre si è confrontato con la letteratura in volumi come Il realismo è l’impossibile e Contro l’impegno. Siti presenta ai lettori Il romanzo sotto accusa come un insieme di scritti pubblicati negli anni e di altri rimasti ancora inediti, in cui l’autore cerca di rispondere alla seguente domanda: «gli scrittori possono esistere opponendosi alle retoriche mainstream, sorprendendo sé stessi, possono essere dei “masticamerda” come i monaci di cui parla Rabelais»?

Passando in rassegna sia il romanzo che la poesia – il sottotitolo del volume è difatti «per non parlar dei versi» – Walter Siti mette in luce l’evoluzione di questi due generi letterari, che da generi che indagavano il torbido e trascendevano il sé e il reale attraverso un linguaggio e un contenuto che tendevano a sfidare il lettore sono diventati sempre più generi di consumo autoriferiti senza nessun nesso con la realtà che hanno sempre indagato: «la letteratura ‘disturbante’ non è più», afferma l’autore, «come la intendevo io, quella che va a conoscere il sepolto, ma quella che provoca brividi di compassione e di sessualità repressa alle booktoker. La letteratura classica è diventata un bene rifugio, un prodotto di nicchia come la musica classica».

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Analizzando i grandi classici e i fenomeni commerciali più recenti, passando per la musica trap, Walter Siti cerca di trovare una risposta ai seguenti interrogativi: che cosa è rimasto del romanzo? Lo scrittore di oggi è ancora in grado di scuotere le nostre coscienze oppure si limita soltanto a consolarci? E una volta che l’intelligenza artificiale prenderà sempre più piede, esisterà ancora la figura dello scrittore?

«Il romanzo sotto accusa» e il legame con «Contro l’impegno»

Non è un caso che all’inizio si sia nominato Contro l’impegno, saggio in cui Walter Siti giunge alla conclusione che la letteratura abbia rinunciato alla forma a scapito di un moralismo banale e a buon mercato: Se si legge il seguente brano tratto da Contro l’impegno, si noteranno fin da subito dei tratti in comune con i saggi di Il romanzo sotto accusa:

Quel che oggi mi pare diverso, e mi preoccupa, è la consegna generalizzata di rivolgersi al maggior numero, semplificando ed esteriorizzando i testi. Un tempo i mecenati chiedevano prefazioni elogiative, finalità encomiastiche, ma la complessità non era scoraggiata; la domanda di ‘popolarità’ veniva piuttosto dalla Chiesa, o dai regimi totalitari – a quale Chiesa si obbedisce oggi, quale egemonia culturale svolge il ruolo di committente? Quali sono le aspettative del ‘lettore implicito’ presupposto da questo tipo di letteratura? Sembra quasi che alcuni temi siano ‘buoni’ per definizione, e che individuati quelli la forma abbia il solo incarico di essere la più trasparente e comunicativa possibile.

Il romanzo sotto accusa riparte da qui: dall’idea che la forma romanzo sia diventata la più semplice possibile per veicolare una certa idea moralistica di bene. Il problema, però, è che anche questo “bene” ha perso la sua funzione pedagogica: se prima aveva qualcosa da impartire, adesso invece è ridotto a una merce di consumo. Si scrivono cose belle e positive perché il lettore medio ha bisogno di contenuti standardizzati, facilmente fruibili, instagrammabili e senza impegno.

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Anche per la poesia Siti segnala questa tendenza alla commerciabilità e fruibilità. Se un tempo vi erano poeti come Eugenio Montale e Dino Campana con i loro testi concettualmente e linguisticamente complessi, ora vi sono cantanti di musica trap e non – di cui l’autore analizza dieci testi – che, se da un lato riconoscono il loro debito verso la letteratura, dall’altro si limitano a parlare del proprio disagio sociale senza cercare l’universalità e rischiando al contempo di diventare figure stereotipate pronte a monetizzare.

Il romanzo, dalle origini all’IA

Walter Siti inizia la sua panoramica del Romanzo sotto accusa parlando di come il romanzo sia sempre stato screditato non soltanto perché considerato genere adatto a signore in cerca di divertimento, ma soprattutto per paura, la paura di dare alla gente – e soprattutto alle signore, tanto oggetto di scredito negli anni in relazione al romanzo – nuovi modi di pensare e di vedere la realtà: «anziché offrire castelli fatati e alberi d’oro», sostiene Siti, «l’ideale romanzesco offre ormai la visione nuda e disincantata del nulla, del nero che è comunque preferibile a una realtà ipocrita e meschina».

Se per autori come Mario Vargas Llosa «il romanzo è un’arte delle società in cui la fede si sta sgretolando», ovvero è uno strumento che mette in questione i dogmi su cui la società si fonda, col tempo Siti nota come in Occidente il romanzo stia continuando sempre più a cedere alle «fantasie reificate nella merce e soprattutto nella merce immateriale». Tematiche femministe e sessuali, per esempio, diventano una scusa nei romanzi rosa e young adult per promuovere eventuali sequel; il linguaggio si fa talmente semplice e giovanile che invece di indurci a profonde riflessioni filosofiche ci spinge invece a tatuarci frasi a effetto decontestualizzate per fare colpo con gli altri, e persino l’antifascismo di Scurati nella pentalogia dedicata a Mussolini viene estremizzata per risultare vendibile.

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Walter Siti, però, mette in guardia nei confronti di questa eccessiva semplificazione del romanzo, poiché dà adito all’IA di rimpiazzare lo scrittore per rendere ancora più semplice e fruibile il processo creativo annullando qualsiasi possibilità di pensiero critico: «sempre la letteratura di consumo è stata completata da qualcosa di esterno», si legge nel libro, «perché rispetto alla compattezza di quella ‘alta’ è più porosa, più permeabile alle esigenze dell’economia e della cronaca. Ma ora per completarla ha trovato qualcosa di instancabile come le macchine, che non hanno paura di niente».

I versi da Montale alla trap

Se, quindi, il romanzo è nato sì come un bene di consumo, ma è stato comunque capace di stimolare la fantasia e il pensiero critico, nell’età contemporanea il romanzo diventerà un genere di Trivialliteratur 2.0 creato al solo fine di essere consumato, e in questo senso si arriverà a una produzione in serie fatta dall’IA con pochi interventi da parte degli editor. Un destino analogo di commercializzazione secondo Siti sta accadendo anche alla poesia, che a differenza del romanzo ha fatto della sua difficoltà di comprensione un motivo di evasione ed esercizio del pensiero critico: «Il viaggio che porta fuori dalla prigione del mondo», scrive l’autore, è« un processo di progressiva scarnificazione, verso un’altezza rarefatta dove non hanno più valore i corpi e i luoghi amati, e neppure le proprie capacità intellettuali e creative».

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Arrivando fino all’analisi di La ragazza Carla di Elio Pagliarani, Siti osserva come la poesia sia giunta sempre più a «esagerare per reazione la semplicità» del linguaggio, in quanto la parola simbolica e poetica non è più capace di esprimere i desideri dei lettori, che Siti sostiene essere «più grandi del suo [della poesia] linguaggio». Ed è qui che si approda al rap e alla trap, dove i testi parlano sì di disagio sociale, ma c’è sempre qualcosa che manca, capace di suscitare il pensiero critico, rendendo così rapper collaudati come Gemitazi, Noyz Narcos, Fabri Fibra e Marracash mere figure ad uso e consumo del mercato discografico:

A parte rarissime eccezioni, quel che differenzia i testi del rap o della trap dalla poesia ‘colta’ è proprio la ricerca di strutture formali elementari e facilmente memorabili. Per via ironica o direttamente aggressiva, i testi rap e trap mostrano un maggior coraggio nell’affrontare temi delicati e nel mettersi a nudo in modo clamoroso. […] Anche il rap è vittima di quella distorsione di cui oggi soffre tutta la letteratura, la preminenza della figura dell’autore sulla qualità del testo. Ciò che manca ai testi rap, come in genere alla poesia per musica, è il non detto, l’inafferrabile – perché quello lo fornisce la musica.

Il verdetto: il romanzo deve tornare a guidarci nell’ignoto

Walter Siti conclude Il romanzo sotto accusa (acquista) invitando la letteratura – prosa, poesia e, perché no, anche i testi rap e trap – a non fare più da ancella al perbenismo e al mercato, ma a tornare a essere colei che ci guida verso l’ignoto, che ci fa conoscere ciò che prima ignoravamo, e soprattutto a giocare con il lettore con le sue ambiguità rendendolo una figura attiva e consapevole di ciò che lo circonda. Se la letteratura verrà meno a questo compito, a realizzarla non saranno più scrittori, bensì algoritmi che scrivono per soddisfare bisogni di mercato, atrofizzando così il muscolo del pensiero critico.

Ma se la letteratura diventa solo questo [un banale gioco semiologico di società], e non ha più a che fare con i nostri mostri segreti, i casi sono due: o i personaggi nuovi nasceranno senza ossessioni personali, puri esempi statistici di un unico modello combinatorio di figurine sentimentali ritagliate nel cartone, oppure tutta la mostruosità si riverserà all’esterno, in favolosi Leviatani. Non so quale delle due ipotesi sia la più mostruosa. Non rileggere più Orlando, consegnarlo a quella nebulosa indistinta dei noiosi esegeti novecenteschi, ancora convinti che la ‘letteratura alta’ avesse un senso, va nella direzione (negata a parole ma favorita nei fatti) di chi pensa ai classici e alla letteratura ‘solo scritta’ come a una vecchia zia che ancora si sopporta in casa pur avendo saputo che la sua favolosa eredità si è ridotta a ben poco. E che non ha neanche il look giusto per essere almeno fotografata su Instagram.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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