C’è un’età in cui un uomo comincia a misurare il proprio valore in riunioni vinte, contratti firmati, poltrone non ancora perse. Un’età in cui l’uomo assapora il potere, e ne vuole sempre di più. Come diceva, però, il noto videogioco Red Dead Redemption, il potere è come il vino: più ne hai e più ne vuoi, ma in pochi lo reggono. Soprattutto con l’avanzare dell’età e i cambi di paradigma sociale: ogni ruga sul volto, ogni svolta che ha luogo sembra una clausola scritta in piccolo su un contratto che non si ricorda di aver firmato: quello con il tempo, un datore di lavoro intransigente che non guarda in faccia nessuno.
Che cosa resta, dunque, di un uomo quando il prestigio si sgretola, il lavoro vacilla e il mondo che lo aveva consacrato comincia a considerarlo un relitto del passato, una rovina rosa col tempo come la statua di Ramses III in Ozymandias? È questa la domanda che attraversa Scorza, il nuovo romanzo di Daniele Dionisi, pubblicato da Giulio Perrone Editore, un libro che usa il mondo della pubblicità e della comunicazione come campo di battaglia per raccontare qualcosa di molto più universale: la paura dell’irrilevanza, il declino del potere e l’incapacità di riconoscere i propri limiti.
La trama di «Scorza»
Scorza racconta le vicende di Fausto Scorza, un nomen omen su cui si tornerà successivamente. Originario di Narni ma trapiantato a Milano da anni – un tratto in comune con l’autore –, l’uomo, le cui vicende seguiamo dai cinquanta ai cinquantanove anni, è infatti amministratore delegato della Thunderbolt, una storica agenzia pubblicitaria milanese. È intelligente, carismatico, ambizioso, incarna il pragmatismo manageriale lombardo ed è profondamente convinto della propria superiorità. Attorno a lui ruotano collaboratori, clienti, rivali e soprattutto Tania, moglie molto più giovane e professionista brillante che sembra incarnare tutto ciò che lui sta lentamente perdendo.
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Mentre l’agenzia affronta una crisi sempre più grave, Scorza è costretto a licenziare dipendenti, affrontare concorrenti più giovani e misurarsi con un mondo che cambia a una velocità che non riesce più a governare. A complicare le cose è anche la relazione con Tania, ormai sempre più in rotta di collisione, che lo porterà al collasso definitivo. Fra aperitivi che sono trincee, brindisi che sono dichiarazioni di guerra, colleghi che si scambiano frecciate sotto forma di complimenti, il romanzo segue il progressivo disfacimento morale e professionale del suo protagonista, mostrando come il desiderio di conservare il potere possa trasformarsi in ossessione comportando la perdita dei propri affetti e una condanna feroce alla solitudine.
Fausto Scorza, protagonista di una tragicommedia neoliberale
La grande forza di Scorza risiede nella costruzione del suo protagonista: Fausto è un personaggio odioso che al contempo suscita pietà per le disavventure che vive a poco a poco. Nonostante il tono comico-grottesco usato nella seconda parte del romanzo, Dionisi non cerca mai di renderlo simpatico. Scorza è arrogante, egocentrico, spesso crudele. Usa un misto di italiano e anglicismi per rendersi ancora più antipatico, giudica tutti, riduce le persone a funzioni utili o inutili, interpreta ogni relazione come un rapporto di forza, e anche il minimo pentimento viene letto e interpretato come un atto opportunistico.
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Dietro la scorza dura del manager di successo emerge progressivamente una fragilità che ha qualcosa di tragico. La paura di invecchiare, il terrore di essere superato, il bisogno disperato di essere riconosciuto diventano le vere crepe del personaggio. Il nome del protagonista, come si diceva in apertura all’articolo, è un nomen omen: Fausto indica qualcosa di favorevole al destino, ma uno dei personaggi del romanzo, l’imprenditore dello speck Gustav Bruckner, lo chiamerà Faust come il celebre personaggio di goethiana memoria, lasciando intendere una sete di potere che porterà il protagonista a erodere la “scorza”, l’involucro duro dietro cui si celano paure, debolezze e fallimenti che per un gioco “infausto” del destino Fausto non potrà evitare.
L’intero romanzo è un lento processo di erosione di quella superficie resistente. Strato dopo strato, Dionisi mostra ciò che si nasconde sotto: non un vincente, ma un uomo incapace di accettare il proprio ridimensionamento, di piegarsi al cambio dei tempi e che, come Michele Garbo di Il dipendente di Sebastiano Nata e Arturo Giammaresi di E noi come stronzi rimanemmo a guardare di Pif, non può far altro che soccombere agli spietati meccanismi di un neoliberismo senza via d’uscita.
Bugiardo e spietato come una campagna di marketing
L’impostazione di Scorza è molto classica, ma sorprende sul finale: inizia con l’ascesa dell’eroe (anche se, va detto, di eroico in fondo Fausto non ha nulla), continua con la sua caduta, ma prosegue a illustrarne tutti i tentativi – falliti o meno, lo scoprirete leggendo il libro – di rinascita. In un certo senso, Dionisi usa la scrittura per dare una sorta di giustizia alle vittime di un mondo spietato come quello neoliberale facendo cadere rovinosamente chi questo mondo l’ha alimentato, ovvero un amministratore delegato che per uno scherzo del destino vive la stessa sorte di tanti lavoratori che soprattutto a causa sua sono finiti nel tritacarne neoliberale.
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Per rendere ancora più rovinosa la caduta, Dionisi ci presenta Fausto in termini molto altisonanti e arroganti. Fausto è colui che sottovaluta l’avvertimento della madre che lo mette in guardia sul fatto che Tania lo possa superare nel suo lavoro, ma è anche l’uomo che minimizza i rischi di far chiudere la propria agenzia nel momento in cui con nonchalance afferma che basta soltanto licenziare qualcuno per portare avanti i propri interessi:
Quando senti che gli eventi stanno per sfuggire al tuo controllo, […] l’unica soluzione possibile, almeno per me, è sempre stata distogliere lo sguardo dagli obiettivi per puntarlo sulle condizioni – o le persone – che ti impediscono di raggiungerli. Elimina le seconde e con ogni probabilità raggiungerai i primi. Perché cos’è l’uomo se non una macchina desiderante? E cos’è il desiderio se non l’incessante scazzottata contro gli ostacoli che ti impediscono di soddisfarlo?
Fausto è sempre lo stesso uomo che non si sente spaventato dall’idea di finire a fare lo sguattero a cinquantasei anni in quanto «umile lo è per nascita». Il destino sembra, quindi, ascoltarlo. In una delle poche anticipazioni che vi si darà sul romanzo, Fausto finisce a gambe all’aria per colpa di quegli stessi meccanismi che lo hanno portato a licenziare senza pietà alcuni suoi vecchi collaboratori, ma la cosa che lo spiazzerà di più è il tradimento della propria famiglia, con Tania che prenderà il suo posto di lavoro in quanto rappresentante di un nuovo modo di concepire la pubblicità.
Una scazzottata fallimentare contro gli ostacoli del desiderio
Qualche anno dopo, ritroviamo Fausto a Narni alle prese con la campagna elettorale per diventare sindaco. La gente lo guarda con diffidenza, in quanto vuole rendere la città umbra una specie di fortino neoliberale con lavoro (lui in fondo sa che si tratta di manodopera sottopagata) e creazione di spazi di coworking tradendo, così, la natura operaia della città. Ciò che fa ridere fin dall’inizio di questa sua impresa è una battuta che riserva a uno degli abitanti: «chissà se come tutti i craxiani, dopo aver attraversato il deserto, adesso è risorto in qualità di grande vecchio». Fausto si vede in fondo come Craxi, pensa di poter riprendere fascino e potere nonostante la vecchiaia e l’esilio da Milano:
Diventare il primo tra questa gente non può essere un’impresa così difficile, in più può assicurarmi un assegno da seimila euro netti al mese e la possibilità di deviare su qualche società a me legata finanziamenti e appalti. Ho bisogno come l’aria di tornare a maneggiare significative quantità di denaro fresco.
Ancora una volta il protagonsta si dimostra arrogante. Pensa di poter riprendersi il potere e l’influenza sui clienti di un tempo aiutando Tania a mantenere alcuni suoi vecchi clienti e allo stesso tempo rubandoglieli, pensa di poter risistemare le cose ricucendo il rapporto con il figlio Alessio offrendogli la possibilità di chiudere il suo comizio finale, e pensa di comprare i cittadini di Narni con buffet esagerati e promesse di rinnovamento.
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Non è un caso, però, che Fausto citi la biografia di Napoleone fra quelle che ha letto. Fausto è una caricatura grottesca dell’imperatore francese, un uomo che resta attaccato al potere fino alla fine, ma che il destino punirà con una solitudine rovinosa. La gente capisce presto che Fausto vuole sfruttare Narni e i suoi abitanti per i propri interessi, e non dandogli fiducia esprime la più dura delle sentenze: Fausto rappresenta ciò che ha rovinato la nostra contemporaneità, il profitto senza scrupoli e ad ogni costo, e ora gli tocca assaggiare, come direbbero gli inglesi della Thunderbolt, la spietatezza della propria medicina.
«Scorza»: il potere come il vino che in pochi reggono
Spietato come Il dipendente e tragicomico come E noi come stronzi rimanemmo a guardare, Scorza (acquista) è un romanzo che, nonostante ci strappi qualche sorriso, risulta essere lucido e spietato, in quanto ben ci illustra fondamentale le nevrosi della classe dirigente contemporanea. Daniele Dionisi offre al lettore una riflessione tutt’altro che consolatoria sulla natura del potere, della famiglia e della sopravvivenza sociale nella giungla neoliberale moderna. Attraverso il mondo patinato della pubblicità, la vita di Fausto Scorza ci appare come la solitudine rumorosa di chi ha sacrificato affetti, identità e relazioni in nome di un potere che, alla fine, non basta a tenere compagnia a nessuno, ma che ti scarica sul cammino appena i tempi cambiano senza ringraziarti e riconoscere i meriti che ti spettano.
Mi dissocio dalla vostra gestione neocolonialista del business globale. Mi dissocio dalle decisioni prese a distanza, senza guardare in faccia le persone e tanto meno conoscerle. Mi dissocio dai forecast, dai full time equivalent, dagli Excel, che non sono altro che i vostri mirini da cecchino, gli strumenti a cui vi affidate per individuare la teste meno profittevoli e farle saltare senza rimpianti. Mi dissocio dall’idea che la fatica delle persone che ogni giorno lavorano con me vada ad ingrassare qualche fondo americano che poi reinveste nell’industria del colesterolo o in quella dell’istupidimento di massa. Mi dissocio dalla rincorsa all’ultima tendenza e dal vostro stupido culto della giovinezza, che vi porta alla costante ricerca di fresh talents, new hirings, groundbreaking ideas. […] Mi dissocio dalla vostra deriva sadomasochista, dalla mollezza con cui accettate dai clienti mille umiliazioni e dalla durezza con cui restituite sofferenza ai vostri vassalli, valvassori e valvassini. Mi dissocio, mi dissocio, mi dissocio e anzi rimpiango di essermi associato a voi per metà della mia vita o forse più, di essere stato strumento nelle vostre mani, vostro braccio armato.
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