Il vittimismo come merce di scambio

«Vittima» di Andrew Boryga

15 minuti di lettura
Vittima

Nella scorsa edizione di Book Pride, lo scrittore Premio Pulitzer Viet Thanh Nguyen ha raccontato come sia problematico essere uno scrittore appartenente a una minoranza. Secondo l’autore di origine vietnamita, infatti, a uno scrittore appartenente a una minoranza è richiesto non solo di parlare di uno specifico trauma, ma anche di tradurre il proprio vissuto agli altri, spesso arrivando a semplificarlo troppo fino a renderlo un semplice racconto vittimistico atto a soddisfare il voyeurismo del lettore bianco medio che, mosso dal senso di colpa, fa capire a modo suo di redimersi accogliendo racconti del genere.

In una società sempre più polarizzata e sensibile alle narrazioni della sofferenza, la cultura della vittima si fa sempre più forte, e c’è chi addirittura la usa per trarne benefici facendo leva su presunti sensi di colpa di chi, invece, non appartiene a nessun tipo di minoranza. Questo è ciò di cui parla Vittima, romanzo d’esordio di Andrew Boryga che 66thand2nd ha pubblicato recentemente con traduzione a cura di Violetta Bellocchio.

La trama di «Vittima»

Vittima ha per protagonista Javier Perez, per tutti Javi, che noi incontriamo per la prima volta ragazzino a Porto Rico assieme a suo padre, che di mestiere principalmente fa lo spacciatore. Ai tempi Javi era un ragazzino simile all’Oscar Wao di Junot Díaz: un ragazzino ingenuo un po’ nerd amante delle carte Pokémon e dei videogiochi. A seguito di un incidente che coinvolge il padre, Javi si ritrova a essere «uno di quei poveri ragazzini tragici. Uno di quelli a cui era successa una cosa terribile». Da quel momento in poi, il protagonista si ritrova al centro di attenzioni e compassione da parte dei suoi insegnanti e di chi lo circonda diventando una “vittima” a tutti gli effetti:

Ma se non avete la tragedia e non avete la pelle del colore giusto e non venite nemmeno dal posto giusto, siete fottuti. […] Per mia fortuna, io avevo tre punti forti: il giusto colore di pelle, il giusto luogo di nascita e una tragedia da sfruttare – grazie a Papà

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Quella che per Javi diventa a poco a poco «un guadagno personale. Una scorciatoia per aggirare le regole. Un piccolo extra» si trasforma a tutti gli effetti in un modo di aprirgli tutte le porte possibili e immaginabili, arrivando persino a diventare insegnante, giornalista e scrittore. La sua condizione di vittima, però, arriverà a essere messa in discussione grazie a una serie di circostanze in cui, molto probabilmente, il nostro protagonista non riuscirà più a uscire da una condizione che lo ha definito come tale agli occhi di tutti.

Fra Passing, pseudologia fantastica e impostori

Quella che racconta Andrew Boryga è una storia che in un modo o nell’altro abbiamo già sentito. Sono storie di persone, che spesso arrivano anche a ricoprire cariche importanti, che hanno usato la propria condizione di vittima per ottenere privilegi, facendo leva su una compassione dovuta a profondi sensi di colpa da parte di una società che in passato ha commesso errori nell’escludere le minoranze. Il vittimismo, dunque, per usare le parole del tedesco Martin Walser, diventa una sorta di clava morale con cui sottomettere e controllare l’opinione pubblica.

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Il problema, però, è che in alcuni casi non si trattava di vittime vere e proprie, ma di impostori, che spesso hanno manipolato i loro ricordi e il loro vissuto per cucire un racconto vittimistico ad hoc da sfruttare per ottenere vantaggi. Ciò è stato fatto anche sfruttando caratteristiche somatiche che li hanno resi assimilabili alla comunità di riferimento. Oltre alla pseudologia fantastica, abbiamo anche quello che è definito passing, e che in tempi recenti ha coinvolto, per esempio, la ricercatrice Rachel Dolezal, spacciatasi per afroamericana al punto da cambiare nome in Nkechi Amare Diallo, ma in realtà di origine ceca, tedesca e svedese da parte dei genitori.

In letteratura di casi analoghi ce ne sono stati parecchi: pensiamo all’Impostore di Javier Cercas, dedicato al caso di Enric Marco, un sindacalista catalano che si era spacciato per sopravvissuto all’Olocausto quando in realtà andò in Germania a lavorare come volontario, ma anche a Coleman Silk di La macchia umana di Philip Roth, un professore afroamericano spacciatosi per ebreo, passando per Binjamin Wilkomirski, in realtà non un sopravvissuto alla Shoah ma un trovatello svizzero: forse il caso di impostura più famoso al mondo scoperto dal giornalista svizzero Daniel Ganzfried.

Il contesto della vittima

Capire un romanzo come Vittima significa in primo luogo capirne il contesto. È stato importante fornire gli esempi riportati nel paragrafo precedente per far capire come una vittima, per esistere, abbia bisogno di un preciso contesto culturale e sociale. Il contesto di “vittime” come Enric Marco, Rachel Dolezal, Binjamin Wilkomirski e Coleman Silk è un contesto in cui le persone avevano bisogno di espiare colpe storiche importanti come l’Olocausto e la segregazione razziale, e per farlo avevano bisogno di persone verso cui poter dimostrare di essere capaci di compassione e redenzione e, combinando passing, pseudologia fantastica e impostura, se da un lato abbiamo una società che pensa di riuscire a redimersi accogliendo queste storie, dall’altro abbiamo persone che riescono a realizzare i propri obiettivi e a ottenere privilegi proprio grazie a queste storie volutamente manipolate.

La «storia di formazione» di Javi inizia proprio all’interno del mondo della scuola e dell’accademia, un contesto che in America è molto polarizzato a livello di integrazione delle minoranze. Attraverso la figura del professor Martin, per esempio, Javi impara che se vuole ottenere la sua borsa di studio alla prestigiosa università Donlon deve fare leva sul suo contesto di appartenenza, ovvero il Bronx e i suoi problemi a livello di integrazione:

La merce di scambio che erano le mie esperienze di vita fino a quel punto sarebbe stata abbastanza da comprarmi il giusto biglietto d’ingresso? Non lo saprò mai. Perché la fortuna ha voluto che il mio patrimonio – e con questo intendo il mio materiale – stesse già cominciando ad aumentare.

Ed è così, allora, che Javier sfrutta storie prese dai giornali, da Twitter, e dalla sua diretta esperienza personale (come la vicenda della carcerazione del suo amico Gio) per costruirsi la sua identità di vittima, un’identità che diventa sempre più estrema e che lo porta in qualche modo a comportarsi come membri della comunità di maggioranza, ovvero a esercitare una sorta di potere di sottomissione derivato proprio dal far parte della comunità oppressa dalla maggioranza.

Smascheramento della voce

Grazie a questa sua condizione di vittima, il protagonista non solo trova una compagna e una professione, ma riesce anche a imparare un linguaggio che attraverso le sue riflessioni scopriamo essere per lui banale, ridondante, ma necessario per mantenere la sua reputazione: parole come “causa”, “liberazione”, “risarcimento” o “emancipazione” lo fanno sentire come in un porto sicuro libero «dalla paura che le costanti forze dell’oppressione vengano a eliminarmi o a sbattermi in cella».

Il problema di Javi, però, non sono le forze dell’oppressione, ma la sua stessa ambizione. Il fatto di acquisire sempre più potere porta il protagonista a esporsi eccessivamente e a catalizzare l’attenzione su di sé, al punto da far sì che le persone stiano molto attente a ogni suo movimento e parola che, se non controllata, possono smascherarlo facilmente come ha provato a fare Anais, la sua ragazza:

Io so soltanto che certi conti non tornano. C’è la maniera in cui tu parli della tua infanzia, contro quella in cui ne parla tua madre. Tu mi hai detto, e penso che ne hai anche scritto in un tuo pezzo, che la tua lingua madre è stata lo spagnolo, e questa è una cazzata. Tua madre si lamenta sempre che non hai mai imparato lo spagnolo, che hai fatto resistenza e adesso i tuoi figli, o i nostri figli, saranno dei ragazzini americani sbiancati.

Non possiamo spiegare meglio certe questioni perché ciò significherebbe spoilerare il romanzo, la cui bellezza sta proprio nell’evoluzione di queste dinamiche di smascheramento. Quello che però possiamo dire è che, se Javi arriva a compiere certe azioni, a plasmare storie di sana pianta e a rubarle dagli altri, è perché è diventato un uomo la cui identità dipende da ciò che gli altri vogliono sentirsi dire da lui.

Probabilmente sarà smascherato come falsa vittima, magari no, ma alla fine Javier una vittima lo resterà sempre: vittima delle sue bugie, vittima delle sue ambizioni, ma allo stesso vittima della sua società. C’è chi da un lato lo sfrutta per sentirsi meno in colpa e provare come certe politiche di inclusione e riscatto culturale funzionino, e dall’altro, invece, c’è chi userà Javi per colpire i sedicenti difensori del progresso smascherandoli nella propria ipocrisia.

Nascita e morte di una vittima

Ritornando alle parole di Viet Thanh Nguyen, ci sono romanzi che sono compiacenti nei confronti dell’opinione pubblica e mostrano loro quello che vogliono leggere, e ci sono romanzi che, invece, ci mettono a disagio perché ci mettono di fronte alla realtà. Vittima di Andrew Boryga (acquista) è un romanzo che fa tutte e due le cose: con intelligenza e sarcasmo ci mostra quello che vorremmo vedere, ma allo stesso tempo ci accusa di aver creato dei mostri con la nostra smania di uniformare storie che alla fine sono personali.

La storia di Javi ci fa capire quanto sia dannoso il nostro bisogno di mostrare compassione e volontà di riscattare il nostro senso di colpa. Alla fine, le vittime – vere o presunte che siano – le creiamo noi, ma in questo modo non si fa altro che privare una persona della propria identità condannandola dentro a degli schemi da cui è difficile uscire e negandole la possibilità di mostrarsi autentica e indipendente dalla prospettiva egemonica attraverso cui si osserva la realtà.

Io non sono una grande mente criminale. Sono solo un truffatore da due soldi. Proprio quello che vi potevate aspettare. Sono responsabile dei miei peccati, ma voi siete responsabili dell’aver creato me. Ecco qua. L’ho detto. Siete stati voi a creare me. Dite pure che non ho imparato nulla. Dite pure che nessuno si doveva azzardare a farmi scrivere questo libro. Dite quello che pare a voi. Forse avete ragione. Non stavo cercando di essere una vittima finché il mondo non mi ha insegnato quanto potere abbiano le vittime. oggi capisco che le circostanze della mia vita erano quello che erano. Le carte che avevo in mano eccetera. Allora mi sono spinto troppo in là. Ho giocato con la verità. Ho fatto del male a delle persone.

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Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

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